Pier Paolo Polimeno
Il nome di Dio
NUMERO 46 | AGO 2026
Non esiste suono più dolce del clic del badge che striscia, dal basso verso l’alto, nella feritoia del piccolo schermo incastonato nel muro. Non esistono due parole più liberatorie di quelle che compaiono, contemporaneamente al clic, sullo schermo: timbratura accettata.
Salutò brevemente un paio di colleghi e uscì dall’ufficio. Un’altra giornata di lavoro era appena finita. Si sentiva più leggero, come se qualcuno gli avesse appena tolto un gravoso peso dalle spalle, ma sapeva bene che era un’illusione. Il giorno dopo si sarebbe ritrovato sulle spalle un altro fardello, forse più pesante del giorno precedente, e così il giorno dopo e quello dopo ancora, fino alla pensione. Se mai fosse arrivato quel giorno.
«A domani.»
«A domani» rispose agitando stancamente la mano mentre apriva lo sportello della sua Clio nera. Si sedette, appoggiandosi allo schienale, e trasse un grosso sospiro. Girò la chiave, mise in moto e uscì dal parcheggio. Aspettò il primo semaforo rosso, perché era inevitabile incontrarne uno, e allungò un dito verso il porta-cellulare incollato al cruscotto. Aprì YouTube, selezionò un video chiamato: “L’arte di lasciare andare” e una placida voce iniziò a parlare in inglese.
«Il dominio del mondo si ottiene lasciando che le cose seguano il loro corso naturale. Non puoi dominare il mondo cambiando l’ordine naturale…»
Dopo una trentina di minuti di traffico, proprio mentre la voce del video sfumava, entrò nella sua via e si preparò all’ultima fatica della giornata. La ricerca del parcheggio, infatti, era forse una delle attività quotidiane più stressanti, dal suo punto di vista. A volte doveva girare per quasi mezz’ora prima di trovarne uno. Era costretto a percorrere la strada dove abitava e la parallela anche una decina di volte, prima di fermare e spegnere definitivamente la macchina. E come se non bastasse, spesso gli capitava di avvistare parcheggi che, solo un attimo dopo, gli venivano rubati sotto il naso dalle auto che lo precedevano e che come lui erano alla disperata ricerca. Come quel giorno.
«Bastardo!» urlò agitando il pugno all’indirizzo del ladro di turno. «Dio…»
Altro giro, altra corsa. Schiacciò il piede sull’acceleratore, la Clio scalpitava anche se davanti c’erano un sacco di vetture. Avrebbe voluto che scomparissero all’istante, per permettergli di trovare un parcheggio alla svelta, ma il suo desiderio era semplicemente irrealizzabile. Non poté fare altro che continuare a guidare e bestemmiare finché non ne trovò uno. Cioè dopo un quarto d’ora abbondante, e neanche troppo vicino a casa.
Quando spalancò la porta, che oltretutto aveva la serratura scassata e lo fece tribolare per un paio di minuti, in casa non c’era nessuno. La sua compagna era ancora fuori, ma sarebbe arrivata a momenti. Non aveva molto tempo per farsi una doccia in santa pace, così corse subito verso il bagno. Si spogliò, entrò in doccia e lasciò scorrere l’acqua. Non usciva acqua calda. Rimase in rabbiosa attesa, testando la temperatura con la mano, ma quella dannata non ne voleva sapere di uscire. Alla fine si arrese e si piazzò sotto il getto di acqua fredda, maledicendo il mondo. Si lavò poco e male, uscì ansimando e tremando e si piazzò davanti allo specchio. Scosse il capo, si cambiò in fretta e si spostò in salotto. Si buttò sulla poltrona e accese una sigaretta. In quel preciso istante udì due rapidi, secchi rintocchi di campanello, che lo costrinsero ad alzarsi per raggiungere la porta d’ingresso e premere il tasto del ricevitore. Aprì la porta e aspettò finché non apparve una sagoma sulla soglia.
«Ciao amore.»
«Ciao. Ti sei scordata le chiavi?»
«No, ce le ho nella borsa.»
«E allora perché non le usi? Possibile che appena mi siedo sulla poltrona, dopo otto ore di lavoro, mi devo rialzare per aprirti?»
Lei si fermò, le braccia lungo i fianchi, e sostenne il suo sguardo infuriato. «Brutta giornata?»
«Sì, ma tu non c’entri. Scusa.»
Pochi minuti dopo, mentre erano seduti a tavola, lui provò a spiegarle: «Quella stronza della direttrice non mi ha accettato le ferie, dice che siamo troppi a richiederle in quei giorni. Poi ho avuto una giornata pesante, ho quasi litigato con un utente e come sempre sono rimasto a cercare parcheggio qui sotto per quasi mezz’ora! E mi sono dovuto fare anche una doccia fredda! Amore, io non ce la faccio più! Dio…»
Lei inarcò un sopracciglio. «Amore,» disse con estrema pazienza, «in questo periodo bestemmi un po’ troppo. Un tempo non le dicevi mai.»
«E allora? Per caso sei diventata religiosa?»
«No, però ho letto un articolo l’altro giorno. Diceva che le bestemmie alzano lo stress di chi le dice, o qualcosa del genere. Cioè uno le dice per sfogarsi, e invece che sentirsi meglio…»
«Tutte cazzate.»
«Sarà, ma non mi sembri molto rilassato. Ascolti anche tutti quei video filosofici…»
«Che ne dici se mangiamo un po’ in silenzio?»
Lei si ammutolì e iniziò a guardare video sul cellulare, lui tenne lo sguardo incollato alla TV. Dopo cena si piazzarono sul divano, in salotto, ognuno col proprio portatile sulle gambe. Lui guardò una partita, lei la sua serie preferita. Quando la partita finì lui le diede un silenzioso bacio sulla guancia, si alzò e andò in camera da letto.
Il giorno seguente pioveva a dirotto. Migliaia di secchi d’acqua si abbattevano sulla Clio, che navigava lentamente in mezzo al traffico. La solita voce inglese stava riempiendo l’abitacolo, ma lui non ascoltava. Stava già pensando alla brutta giornata che lo aspettava in ufficio. Anche troppo, forse, visto che non si accorse che stava per superare una macchina in procinto di svoltare a sinistra.
«Ma che cazzo fai?» urlò agitando il braccio mentre gli sfrecciava accanto. A pochi metri dall’incrocio, vicino al canale, c’era la carcassa di una nutria investita di recente. Se ne potevano incrociare parecchie lungo il tragitto. Era come se facessero parte del paesaggio, e infatti non vi badò affatto. Continuò a guidare come una furia, accelerando, sorpassando e urlando, mentre la voce inglese tentava invano di attirare la sua attenzione.
Quando entrò nel parcheggio dell’ufficio la pioggia non era diminuita per niente. Parcheggiò, tirò su il cappuccio e corse verso l’ingresso borbottando parole incomprensibili. Spalancò la porta e si ritrovò subito davanti il caposquadra, che non gli diede nemmeno il tempo di estrarre il badge e disse: «Buondì, abbiamo un problema. La tua auto purtroppo non è disponibile. Ieri uno di quelli nuovi ha fatto incidente.»
«Ma porca…»
Si avviò verso la sua postazione pensando che avrebbe dovuto prenderne una dal meccanico, e di conseguenza avrebbe perso tempo prezioso. Davanti al suo banco c’erano tre cassette gialle piene di posta. Lui ne calciò una e lanciò una sonora bestemmia. Cristina, una sua collega, gli si avvicinò furtivamente dicendo: «Ehi! Non si dicono queste cose!»
«Ah sì? E invece io le dico!»
La collega scosse la testa riccioluta e si diresse verso il suo casellario, mentre gli altri colleghi sghignazzavano a bassa voce. Lui iniziò a incasellare tutti quei chili di posta velocemente, con rabbia, poi la “scasellò”, prese raccomandate e pacchi e uscì. Si fece dare un passaggio da un collega, recuperò una macchina dal meccanico e si avviò verso la sua zona, situata a venti minuti di strada. La pioggia non accennava a diminuire.
A circa metà giro, proprio mentre stava consegnando una raccomandata a una signora anziana, una Punto grigia si fermò alle sue spalle e con un colpo di clacson lo indusse a voltarsi. Ne scese un signore attempato con una faccia nota, che gli puntò l’indice contro sbraitando: «Eccoti! Ti stavo proprio cercando.»
Ricordando il volto dell’uomo, che il giorno prima aveva brevemente insultato, tentò di mantenere la calma e disse: «Ascolti, sto lavorando» mentre la signora guardava entrambi, allibita.
«Non me ne frega un accidente! Ieri tu mi hai mandato a quel paese!»
«Senta, signore, lei ieri non si è comportato bene…»
«Stavi andando a cinquanta sulla mia stradina sterrata. C’è scritto che il limite è dieci! Ce l’ho scritto io!»
«Senta, ho da fare…»
«Non me ne frega un accidente» urlò il signore, avvicinandosi un po’ troppo al suo volto accigliato. «Voglio parlare con un tuo superiore!»
«Signore, la prego di mantenere le distanze…»
«Sennò cosa fai?»
Vedendo che l’uomo era arrivato a un palmo dalle sue labbra, lo spinse con entrambe le mani sul petto. Il signore arretrò di qualche passo, guardandolo come se avesse ricevuto un pugno in faccia. La vecchietta rientrò e chiuse la porta a chiave.
«Dio… Mi vuole lasciare in pace? Le ho detto che sto lavorando!»
In quel preciso istante passò il prete del paese, l’ombrello stretto nella mano destra. Aveva sentito la bestemmia e non gli era andata giù, glielo si leggeva in faccia, ma non disse niente. Si limitò a lanciargli un’occhiataccia e si avvicinò al signore dicendo: «Tutto bene, Gino?»
«Questo…» borbottò il signore. «Questo vigliacco mi ha aggredito, don! Se ne rende conto?»
«Ho visto,» disse il prete, continuando a guardarlo con occhi torvi, «ma non si preoccupi e lo lasci al giudizio di Dio. Ci penserà l’Onnipotente a punirlo. Stia tranquillo.»
Si allontanò senza dire una parola e risalì in macchina. Terminò il suo giro e tornò in ufficio zuppo dalla testa ai piedi. Svolse le sue pratiche di “chiusura” e riconsegnò le raccomandate e i pacchi avvisati e rinviati al mittente. L’orario di timbratura era quasi arrivato, mancavano solo pochi minuti, per cui prese lo zaino e si diresse verso l’uscita. In corridoio venne intercettato dalla direttrice. Non sembrava per niente contenta.
«Che cazzo hai combinato oggi?»
«Niente.»
«Ha chiamato un signore. Dice che lo hai aggredito.»
«Ma non è vero! E poi è stato lui che…»
«Senti,» lo interruppe lei, «io non so che cazzo ti sta succedendo, ma così non va affatto bene. Sono giorni che ti comporti male e urli davanti a colleghi e utenti. Sei impazzito? Per caso vuoi perdere questo lavoro?»
«No.»
«Mi hanno appena chiamato dalla RAM. Vogliono farti un colloquio, e non uno di quelli che fanno di solito. Rischi grosso, hai capito? Potresti davvero perdere il lavoro. Soprattutto dopo quello che è successo oggi.»
Guardò l’orologio: mancava un minuto all’orario di timbratura. Passò accanto alla direttrice e disse: «Ok, io però adesso me ne vado a casa. A domani.»
La direttrice rimase immobile, interdetta. Poi, lo sguardo rosso di rabbia, gridò alle sue spalle: «Devi andare a Milano domani! Ti ho appena detto che vogliono farti un colloquio!»
Lui la ignorò, timbrò e uscì sotto gli occhi imbarazzati di colleghi e caposquadra. Raggiunse la macchina, entrò, girò la chiave e sgommò via sotto la pioggia, che sembrava addirittura essere aumentata. Alla prima coda mise uno dei soliti video sul cellulare. La solita voce calma iniziò a dire in inglese: «Chi sta in punta di piedi non è saldo. Chi corre avanti non arriva molto lontano. Chi cerca di mettere in ombra gli altri oscura la propria luce…»
A metà di un rettilineo mise la freccia e provò a superare la vettura che gli stava davanti. In quell’istante anche la vettura tentò di superare quella che le sta davanti, ma senza segnalare la volontà di sorpassare. La Clio urtò così la macchina, slittò sull’asfalto bagnato e sbandando andò a sbattere contro un guardrail. L’airbag esplose all’istante, impedendogli di sfracellarsi la testa contro il volante. La polvere di azoto iniziò a pervadere l’abitacolo.
«Dio…»
All’improvviso gli apparve davanti il volto del prete che aveva incontrato quel pomeriggio, appena dopo aver rifilato lo spintone a quel signore. Subito si ricordò delle sue parole, ma non fece in tempo a metterle a fuoco che lo sportello si aprì.
«Ehi!» esclamò un uomo, sporgendosi nell’abitacolo. «Tutto bene? Stai bene?»
Lui lo guardò ma non riuscì a dire alcunché. Era troppo ipnotizzato dalla croce che pendeva dal collo dell’uomo. Era dorata, scintillante, magnetica. Un luminosissimo punto esclamativo, una firma inequivocabile. La conclusione di un messaggio che fino a quel momento aveva scelto di ignorare.
Allungò la mano in direzione del collo, per afferrare la croce, ma l’uomo gliela prese e lo tirò verso di sé, fuori dalla Clio. La pioggia, che fino a un istante prima si era abbattuta su tettuccio, parabrezza e finestrini, lo assalì immediatamente, frustandolo senza pietà.
Agosto 2026
