Massimo Spelta
Il sindaco
NUMERO 47 | SET 2026
C
arlo Rapetti è scomparso da giorni, eppure in paese sembra che a nessuno importi.
É un San Martino dolente,triste e desolato,novembre non è mai stato così fastidioso,con le giornate che si alternano a freddo e pioggia.
Scende la notte,vestita di rosa antico, fuori è quasi tutto buio,solo qualche finestra è illuminata. Guardo dal finestrino le luci che brillano,mentre vengo abbagliato dai fari delle auto che incontro nel tragitto verso il fiume.
Devo assolutamente togliermi di dosso questo peso, quell’ essere ingombrante, dentro il baule della mia auto, deve sparire al più presto.
Dopo più di mezz’ora fra le luci ritmate dei lampioni, arrivo finalmente sotto il ponte,dove l’ acqua del fiume scorre violenta e impetuosa.
Affondo lo sguardo nella notte, inizia a piovere, però non fa freddo,anzi l’ aria è tiepida, apro il baule,riesco a stento a trascinare quell’ involucro rigido e pesante fino alla riva.
All’ orizzonte solo strisce di nebbia sfilacciata, sento il lamento del Po’, poi un tonfo secco nell’ acqua gelida, ecco è tutto finito,la mia vita potrà finalmente riprendere come se nulla fosse mai accaduto.
X X X X
Sul treno diretto a Cremona, osservo dal finestrino la lunga distesa di campi,il sole sulla bianca rugiada creare sfumature argentate. A tratti sembra di essere nelle solitudini cupe dei quadri di Hopper.
Sto tornando dalla Puglia,mi sono concesso una lunga vacanza,sono trascorsi quasi cinque anni da quella notte e la mia vita è cambiata, in meglio, a volte il male è necessario,come dice un proverbio:” A mali estremi, estremi rimedi”.
Il passato però torna sempre a bussare alla tua porta e prima o poi ti presenta il conto.
Non era stato facile tornare alla normalità,trovare un equilibrio, c’era voluto tanto tempo e quindi non volevo rituffarmi nei vecchi tormenti passati.
Le continue piogge avevano contribuito all’ innalzamento del livello del fiume,il Po’ si era ingrossato,da giorni i cittadini erano stati allertati,poi una notte gli argini avevano ceduto,le acque marroni e limacciose avevano invaso le campagne circostanti, portando con sé antichi segreti.
Le acque infide e distruttrici,ammalate e umiliate per anni dai rifiuti delle discariche abusive si erano ribellate,ed assieme al fango che cresceva e avanzava, dalle sue viscere era affiorato un corpo,o meglio quel che ne rimaneva.
Eppure quei miseri resti erano bastati a identificare il cadavere di Carlo Rapetti, il barbone di Cremona, scomparso all’ incirca cinque anni fa.
Dopo ore di viaggio con la mente avvolta da mille pensieri, finalmente arrivai in città.
Il cielo sembrava un muro ininterrotto di metallo colorato, mentre le prime ombre della sera,si allungavano sui muri delle case e sulle strade.
Percorsi il tratto di strada che va dalla stazione all’ hotel, prenotato in tutta fretta ,con una certa diffidenza. Avevo uno strano presentimento,la paura mi pervase ad ogni passo, avevo come la sensazione di essere osservato, come se migliaia di occhi neri,mi scrutassero fino a trapasarmi. Ero come un sonnambulo che camminava per le strade, mentre con la mano destra stringevo la lettera della Questura,che qualche giorno prima era arrivata al mio ufficio.
Una mia impronta era stata trovata all’ interno dell’ involucro,dove avevo avvolto il corpo e tanto era bastato a collegarmi a quel caso vecchio di anni, ma sarebbe bastato per incriminarmi?
La mia anima era in bilico,sospesa su questo foglio che continuavo a rigirarmi tra le mani. Avevo sulla coscienza due omicidi,il primo era stato un incidente,la ragazza era sbucata dal nulla,ed io l’ avevo travolta con la mia auto. Quando la vidi sul ciglio della strada senza vita,la lasciai lì, me ne andai e nessuno seppe mai la verità,tranne il barbone che aveva visto tutto, pertanto andava eliminato.
Il secondo omicidio quindi era stato premeditato,per giorni seguii l’ uomo fra i vicoli della città,poi quando si presentò la prima occasione lo accoltellai.Sentivo una forza dentro di me che mi spingeva a fare cose ,a compiere gesti che,in altre circostanze non avrei mai fatto.Avevo preparato con cura tutti gli strumenti necessari per liberarmi del corpo,ogni azione e movimento era stato studiato a tavolino, ma si sa in queste situazioni l’ adrenalina è a mille,basta una disattenzione e sei fregato.
Tutti sono capaci di uccidere,il problema è come conviverci e quando uccidere non ti fa più alcun effetto,è allora che bisogna spaventarsi.
Qualche mese più tardi mi ero trasferito, avevo cambiato auto, lasciato il lavoro da impiegato e nel giro di tre anni ero diventato sindaco di un paese alle porte di Milano.
La giovane donna seduta di fronte a me,da più di un’ora mi sta incalzando con mille domande, vuole che gli racconti la mia vita, i miei pensieri, anche quelli più intimi, nascosti, quelli che non racconteresti neanche al tuo migliore amico.
La stanza è fredda, quasi spoglia,un tavolo separa il mio corpo da quello della mia interlocutrice. La mia mente vaga di ricordo in ricordo,si nutre di immagini che ho conservato nella memoria, mentre dalla finestra osservo i colori delle strade,riflessi sugli abiti neri dei passanti.
Non sento le parole della donna, vengono divorate dall’ aria pesante che si è creata, quella parvenza di felicità vissuta fino a questo momento,non è stato altro che un lugubre spreco di tempo.
In un attimo sono in piedi,mi affaccio alla finestra e do un ultimo sguardo, mentre la voce alle mie spalle si fa ancora più incalzante.
Fluttuo nell’ aria per un nanosecondo, per poi atterrare sulla terra grigia e spugnosa della strada,dove il mio sangue placherà per qualche istante la sua sete.
Non sento alcun dolore,sono libero da ogni colpa e quel senso di oppressione si spegnerà per sempre, quando il mio cuore avrà cessato ogni battito.
Settembre 2026
