Marcello Guardo

Eterno riposo

NUMERO 47 | SET 2026

I

 morti tornarono in vita un lunedì sera di marzo, verso le ventidue. 

Nessuno li vide risorgere eccetto i guardiani notturni dei cimiteri. Non fu come si potrebbe immaginare, non emersero falangi a battere sulle nocche incrostate di sangue, nessun corpo mutilato dalla terra. Lo descrissero invece come un sacramento, ordinato e metodico. Dissero che il legno, la terra e la pietra furono sfilati via dalle tombe come lenzuola. 

Insieme i morti aprirono i cancelli e si sparsero in massa lungo le strade formando carovane che attraversavano le città, ma anche le campagne dei piccoli centri abitati, i boschi, le colline, i torrenti. Camminarono al buio, i corpi antichi e quelli giovani. Dove le vie erano ancora gremite di vivi, bloccarono le auto, incuranti della gente che li osservava senza capire. Mossi dall’indicibile turbamento con cui si erano svegliati, a ogni incrocio i morti si diramarono in serpi le cui teste si infilarono in ogni viottolo e cortile, in ogni anfratto che ospitasse la vita. Dai balconi e dalle finestre degli appartamenti i loro cortei suscitarono meraviglia e inquietudine. Vennero interrogati i calendari in cerca di una ricorrenza, gli schermi diedero spiegazioni confuse in attesa anche loro di sapere chi fossero e dove li portasse la loro muta marcia. Un caso fu riportato a Milano, di una signora che, dall’interno della sua automobile, riconobbe il figlio, morto sei mesi prima di una rara forma di tubercolosi. Si seppe poi di altri, e altri ancora, e poi tutti capirono.

 

Arrivarono in via Obizzi a piccoli gruppi. Non si guardavano né toccavano, né si ebbe l’impressione che la compagnia fosse loro di conforto. Attraverso la tenda vidi un uomo anziano e una donna fermarsi davanti alla porta dei Semerano. Stettero lì in piedi per minuti. Mio padre uscì a chiedere se avessero bisogno, ma quelli non risposero. Telefonò al signor Semerano e quello finalmente aprì la porta di casa e poi urlò. Mio padre corse fuori, ma arrivato al cancello si fermò a fissare due vecchi che camminavano in mezzo agli altri. La coppia imboccò il nostro vialetto e lentamente raggiunse la porta aperta da cui mia madre li riconobbe. Dieci minuti dopo arrivarono anche i genitori di mio padre. 

Che non fosse giunta la fine del mondo ce ne accorgemmo la mattina seguente. I nonni erano rimasti in soggiorno dove li avevamo lasciati e da lì, sempre nel loro irrequieto silenzio, ci avevano guardati con la mistura di biasimo e speranza di chi, anche volendo farlo, non ci avrebbe portati con sé dall’altra parte. Restarono tesi e immobili come su un filo, in bilico tra i due mondi. Mia madre non volle uscire dalla sua stanza per l’intera mattinata. Mio padre chiamò la cugina, il cognato e la nuora che avevano ricevuto in casa la compagna, i genitori della moglie e un figlio di ventitré anni morto in un incidente in mare che, dopo essersi fatto sei piani di scale, le si era presentato esattamente come lo ricordava: bellissimo e triste. 

Per quella mattina io e mia sorella non potemmo fare altro che stare in camera da letto a fissare il cellulare scrollando immagini da un’altra dimensione, un luogo in cui la morte entrava a forza nelle orecchie e negli occhi di tutti. Si prendeva lo spazio che le era stato negato.

 

La scuola riprese a circa una settimana dal risveglio. Francesca, mia sorella, cominciò a rientrare sempre più tardi. Non poteva sopportare i vecchi in soggiorno – lei non li aveva conosciuti – né i comportamenti dei miei. Una sera, trovando mia madre in preghiera, in ginocchio davanti al divano, arrivò a dirle che era in ritardo per il funerale.

Capii che il risveglio portava con sé qualcos’altro, qualcosa che ci riguardava da sempre e che avevamo ignorato: la morte si era fatta malattia per aggrapparsi ai vivi e io mi sentivo infetta. Provai il bisogno di chiedere dei nonni per risuscitarne le voci, i gesti, le cose vive che avevano fatto. Mia madre mi raccontò della nonna: un’insegnante di scuola media, sempre sorridente quando incontrava sua figlia in cortile. Il nonno era preside nella stessa scuola. Mamma cercò un modo per descriverlo, ma gli occhi grigi in cima al divano uccisero tutte le parole natele in gola. Con un’ombra sulle labbra mi ringraziò; doveva tornare a pregare. In cucina trovai mio padre appoggiato all’anta del frigo con gli occhi lucidi.

 

Era una mattina di pioggia sottile, di quelle che a Milano arrivano per mettersi comode e dipingere un cielo da lasciare lì appeso per giorni. Dal risveglio ne erano passati venti quando, uscendo per la scuola, vedemmo i morti dei Semerano sul prato davanti casa loro. 

Tutti capendo che gli angeli custodi non erano solo di passaggio, divenne una cosa comune: cominciarono a vedersi abbandonati sui marciapiedi, sotto gli alberi, alle fermate degli autobus, sui balconi, lungo la statale. 

Mio padre fu l’unico ad aiutare i Semerano quando la loro auto venne fatta bruciare per rappresaglia. 

Un pomeriggio che era venuta a farci visita, un’amica di mia madre le chiese se avessimo anche noi intenzione di “buttare fuori a calci gli angeli del Signore” e allora mio padre le prese dalle mani il piattino coi biscotti e le chiese di non farsi più vedere. Poi urlò di tutto sulla gente stronza che, anziché riconoscere una tragedia, ci si faceva sopra le seghe solo per far piacere a quei quattro clerici che mangiavano sulla sofferenza della gente. Facevano bene quelli che cacciavano i morti, disse. Almeno loro tornavano a vivere.

 

I miei nonni paterni non li ricordavo nemmeno io. La loro orbita attorno alla famiglia era stata larga e irregolare; quando si parlava di loro era sempre per poco, sempre con le labbra morse, sempre col timore di un irreparabile. La morte aveva solo piegato la loro traiettoria perdendoli nello spazio e condannando mio padre al contrappasso, costringendolo a osservare il cielo pur sapendo di essere rimasto solo nell’universo. Non andavamo mai nel cimitero in cui stavano loro, nonostante le richieste di mia madre. “È inutile” diceva lui, come se lo scopo fosse trovarli, stanarli da un nascondiglio e riportarli a casa. 

Un sabato sera che Francesca era chissà dove, e a cena c’era il gelo perché era la terza volta di fila che non occupava il suo posto a tavola, mio padre prese a dire che la nostra famiglia si stava rompendo, che la colpa era dei vecchi, così aveva iniziato a chiamarli. Non li potevamo più tenere: quella notte stessa li avrebbe portati via. Mia madre si mise a urlare, poi ci ripensò, si alzò portandosi il piatto in soggiorno e lì rimase per tutta la notte. Io tenni gli occhi sulle fettine di carne. Sentii solo il sospiro di mio padre: “Scusami”.

Al mattino dietro il divano restavano solo i genitori di mamma, quelli di papà erano spariti. Mia madre impazzì al telefono, ma senza riuscire a contattare mio padre. Disse che non sarebbe tornato, che le dispiaceva, che era colpa sua; invece mio padre, verso le undici, rientrò. Aveva il viso incrostato di sonno, aveva pianto. Mia madre singhiozzando gli prese il viso tra le mani e lo implorò di riportarli a casa. “Dove sono?” chiese. “A casa loro” disse lui. Poi si chiuse in bagno e non ne uscì fino a sera.

 

Avevano nomi come Il trono bianco, Gli arcangeli, Settimo Sigillo; si parlava solo di loro. Non si limitavano più a bruciare le auto. I militanti erano giovani, quotidianamente presenti nelle piazze e davanti le chiese. Citavano ossessivamente passaggi delle scritture.

 

E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono. 

I libri furono aperti, e fu aperto anche un altro libro, che è il libro della vita.

E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, 

fu gettato nello stagno di fuoco.

 

Una ragazza che poteva avere l’età di Francesca urlava questi versi a memoria da un gazebo sotto Porta Garibaldi. Il modo in cui disse “stagno di fuoco” mi impressionò molto. Immaginai fosse il destino di mio padre.

Una sera la signora Semerano, di ritorno da lavoro, venne avvicinata da tre ragazzi incappucciati. La presero in mezzo alla strada, nessuno intervenne mentre la immobilizzavano. Le sue urla echeggiarono tra le ringhiere delle villette di via Obizzi. Le vennero bucate le mani con dei grossi chiodi e poi venne lasciata a braccia aperte, priva di vita, sull’asfalto.

Accompagnammo il signor Semerano al funerale e fu strano vedere la grande partecipazione dei vicini, tutti commossi, tutti a stringergli le mani. Noi venimmo evitati dai più. Quella sera stessa, la signora Semerano tornò a casa. 

 

Tra noi non si scambiarono parole quella sera. Io e Francesca ci alzammo insieme dal letto e ci mettemmo ad ascoltare le pareti, e poi il corridoio fuori dalla porta. Lo percorremmo senza fare rumore e guardammo dalla cima delle scale i nonni, tutti e quattro, uno accanto all’altro nella loro posa originale. Scendendo i gradini scorgemmo i nostri genitori, anche loro fianco a fianco, in ginocchio dall’altra parte del divano. Ci sentirono e ci rivolsero i loro sguardi brillanti dall’altro capo della stanza. Ci fermammo così per un po’, in attesa. Poi presi mia sorella per mano e vinsi il debole risucchio della sua resistenza. Mi inginocchiai vicino a mio padre e vidi che Francesca faceva lo stesso dal lato di mia madre. Ci scambiammo uno sguardo, solo uno condiviso tra tutti, poi chiusi gli occhi. Non pregammo, non ci sfiorammo, restammo lì, posati sul tappeto del soggiorno, insieme. Sentii parole lontane che portavano con loro colori e gesti, piccole cose; un rossetto troppo acceso, il bavero ruvido di una giacca contro la guancia, un canto stonato e gradevole. Erano lembi di vita passata, odori caldi che esalavano dalla memoria come da un piatto su una tavola apparecchiata con cura. La morte si fece da parte lasciando spazio alla gioia e, solo per un minuto, i nonni tornarono a respirare. Per un minuto tornammo, insieme, a vivere.

Settembre 2026

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