Emanuela Ducci
Sopravvivenza
NUMERO 47 | SET 2026
Il telefono squillava raramente e mai in orario serale, figuriamoci di notte. A svegliarmi non fu però il trillo dell’apparecchio (così la nonna chiamava quel robo color nocciola con la ruota numerata che campeggiava sul mobiletto in corridoio), ma la voce della mamma che aveva risposto nella penombra. Il tono diverso dal solito, accondiscendente e stucchevolmente dolce, divertito. Un volume non suo (a casa urlava tutto il giorno), tradiva una complicità con la persona dall’altra parte che mi fece rimescolare. Rimasi immobile, acquattata come un gatto prima del salto, le orecchie tese e infuocate, il cuore in gola. Qualcuno aveva telefonato in piena notte a casa nostra e pareva non essere un errore. La mamma cinguettava frasi che non riuscivo a distinguere finché non sentii nitidamente: – “Se devi andare dalla Signora…” (uso la maiuscola per tale Signora, non certo per riconoscerle una qualsivoglia deferenza, casomai per prenderne le distanze). Capii subito che qualcosa non andava. Capii subito. Capii TUTTO. Tra i due c’era in ballo un appuntamento da confermare, il luogo dell’appuntamento era proprio casa mia, uno dei due non era affatto il babbo. Non ho mai percepito quel soggetto come un “amico della mamma”, piuttosto come un personaggio infimo e malvagio a cui non importava di niente e di nessuno, senza scrupoli né valori, che da quella notte si guadagnò il mio eterno odio, Forever. Immediatamente seppi chi era, lì, sotto quel piumone, senza bisogno di sentire di più, di indagare di più. Gerardo Gelli, esimio datore di lavoro della mamma, non poteva che essere lui. L’uomo in completo scuro e occhiali da sole che a volte la riaccompagnava a casa in Mercedes. L’uomo con la sigaretta accesa e i baffi neri che incontravo sulle scale dello studio quando andavamo a trovarla al lavoro. Non mi salutava mai né mi rivolgeva la parola, ma io sapevo tutto di lui, mamma ne parlava in continuazione, ne era ossessionata. Bello, ricco, un professionista nel suo settore; mi raccontava di lui come un’adolescente con l’amica nel corridoio della scuola, non risparmiandosi risolini e sospiri sognanti. Mi descriveva il suo modo di vestire, le sue abitudini, la sua famiglia, era un uomo di potere, temuto, egocentrico, egoista, non abituato a sentirsi dire di no. Nelle segrete stanze a fumare e lavorare fino a notte fonda, pretendeva che i suoi dipendenti facessero altrettanto. Battendo i pugni sulla scrivania, rimproverava le sue segretarie fino a farle piangere, facendo volare i faldoni che non erano stati stilati nel modo giusto. Uno stronzo, di questo io non ho mai dubitato. Diffido sempre delle persone che ignorano i bambini. La Signora in questione poteva essere la moglie, ma perché no, anche zia Ornella, sorella di mamma, altra pedina nelle mani del Gelli, collaboratrice dello studio, giovane e brillante single in carriera, affascinata e sottomessa dal leggendario carisma dell’individuo. Immaginai il tizio che portava avanti le sue relazioni promiscue indisturbato, la mamma come il diversivo, nessun appeal se non quello fisico, e, nonostante la mia ingenuità mi avesse da poco abbandonato, non mi ero sbagliata. Nessuno sapeva che io sapevo. Ed io, inconsapevolmente, e nonostante tutto, misi in atto una strategia di sopravvivenza che mi permise di continuare a respirare, fatta di immagini, parole, musica che rievocavo nei momenti di maggiore stress, e poi di oggetti reali, feticci, riti, compulsioni. In quegli anni, in cui ero solo una bambina, mi ha salvata. L’andamento della settimana oscillava di pari passo con i turni del babbo così come la paura e lo stato di tensione. Nel giorno del turno di notte il terrore prendeva il sopravvento, non ero più padrona di me stessa, ero confusa, assente, agitata. Avevo imparato a leggere i segni, non troppo velati in effetti, la mamma non era esattamente un genio del male. Già nel pomeriggio coglievo avvisaglie negative: uno strano buonumore della mamma, una altrettanto strana propensione alla pulizia della casa, una meticolosa scelta degli abiti che, diceva lei, avrebbe indossato il giorno dopo, ma che io ormai sapevo sarebbero serviti per l’incontro, una certa frenesia nell’aria, squilli di telefono a vuoto. A volte la mamma rispondeva e riagganciava subito dicendo: – “Non era Nessuno”. La chiamata del Signor Nessuno era il segnale per eccellenza, annunciava l’assoluta certezza dell’incontro. Come una bambina sia potuta entrare in questo meccanismo, sia riuscita a capirne le dinamiche, abbia potuto suo malgrado passivamente prenderne parte, sopravvivendo ad una pressione del genere, è uno dei nodi della mia vita che mi svilisce e mi stupisce al tempo stesso. Perché la persona che più avrebbe dovuto proteggermi è quella che più mi ha distrutta, perché ho trovato il male proprio nel posto più sicuro, sono banalità in cui non mi riconosco. Non mi identifico nel piagnisteo fine a sé stesso, non chiamatemi resiliente, mi è insopportabile. Mi chiedo semmai perché non appena abbia potuto io non me ne sia andata, perché non abbia mai colto in flagrante Nessuno quando avrei potuto farlo in qualunque momento, perché sia stata complice di ciò che più mi ha fatto star male nella vita. E la finzione. Chi me l’ha insegnata, dove l’ho imparata, quale malsana suggestione me l’ha istigata. Perché tutto andasse bene in quelle notti sciagurate una delle variabili fondamentali ero io. Dovevo assolvere la mamma dal suo peccato con il mio sonno quieto di bambina, ero la sua garanzia di successo ed io me ne sentivo responsabile. Perciò, in modo rovinoso ed irreversibile, decisi deliberatamente di fingere. Calata perfettamente nel ruolo di bambina serena nel suo lettino. In realtà ero sveglia, all’erta, in attesa. La mamma lasciava la porta socchiusa ed io mi attaccavo a quello spiraglio di luce per intuirne movimenti, percepivo le ombre, sentivo i passi, il fruscìo dei vestiti, avevo imparato a distinguere il rumore del cappuccio del rossetto, lo spruzzo del profumo, la cornetta del citofono che veniva alzata ed abbassata per aprire il portone e far entrare la notte. Nonostante la mia età mi fu subito chiaro che durante quegli incontri clandestini il tempo veniva speso, banalmente, volgarmente, per avere rapporti sessuali adulteri come nel più squallido dei motel, mai ho pensato che ci fosse, da parte del soggetto almeno, una qualsiasi implicazione sentimentale o una benché minima volontà di lasciare la famiglia o di far diventare quell’avventura qualcosa di più che potesse uscire dalle mura di casa mia. L’immobilità, il circolo vizioso vissuto per anni, anni che non so quantificare, in cui sapevo tutto, sentivo tutto, ma in cui non ho avuto la forza di ribellarmi in alcun modo furono la mia trappola, la mia palude, il mio pantano. Mi hanno salvato storie, ambientazioni oniriche, visioni, che evocavo per alienarmi da quei momenti che per me era impossibile accettare di vivere, per proteggermi. Certe notti ero Cesare Casella, il ragazzo rapito e portato in Aspromonte di cui sentivo parlare nei telegiornali e mi rannicchiavo nel mio buco, senza far rumore, tenevo gli occhi chiusi e stretti finché non vedevo tutto bianco, immaginavo il mio letto come un freddo giaciglio di paglia, i rapitori nella stanza accanto e i miei amorosi genitori da qualche parte a piangere la mia assenza e a definire il riscatto all’insaputa delle forze dell’ordine. Ero la Principessa Lucilla dai capelli blu, protagonista di un anime giapponese in tv, indomita nella sua missione contro le forze del male, ed ero Lana, che grazie alla telepatia contatta Conan perché la liberi dalla prigione nella Torre del Sole di Indastria. Pregavo a ripetizione (Ti prego Signore fa che finisca presto), con le mani intrecciate al petto così forte da procurarmi la nausea, o con la testa sotto il cuscino fino ad essere madida di sudore. Preghiere frustranti, ed ahimè, inascoltate.
Settembre 2026
