Elisabetta Macrì

Recensione
"La Festa del Caprone"
di Mario Vargas Llosa

NUMERO 47 | SET 2026

La Festa del Caprone appartiene decisamente alla categoria di romanzi che non solo raccontano la dittatura, ma che hanno anche la capacità di fartela sentire addosso. L’autore premio Nobel Mario Vargas Llosa, infatti, non si limita a ricostruire i trentuno anni di potere di Rafael Leónidas Trujillo sulla Repubblica Dominicana, ma ce li fa vivere come se noi lettori fossimo all’interno, seziona quel periodo e ce lo espone come se la dittatura non fosse un evento storico da osservare da lontano, ma un organismo capace di insinuarsi in ogni piega della vita privata delle persone.

La narrazione si dipana intrecciando tre linee temporali distinte che si alternano con ritmo costante. La prima linea temporale riguarda il ritorno, decenni dopo, di Urania Cabral nella Santo Domingo della sua infanzia; la donna torna per assistere agli ultimi giorni di vita del padre, ex esponente di punta del regime trujillista. La seconda linea temporale narra le ultime ore di vita di Trujillo, raccontate con uno sguardo impietoso che si focalizza sulla decadenza fisica dell’uomo che si cela dietro il mito del grande dittatore. La terza linea, invece ci mette di fronte all’attesa febbrile dei cospiratori che stanno per compiere il tirannicidio. Questa architettura del romanzo non è un espediente puramente strutturale, ma è il modo in cui l’autore riesce a mostrare come lo stesso evento – il crollo di un regime – produca esperienze radicalmente diverse a seconda di chi lo vive, e come il tempo della memoria, il tempo del potere e il tempo dell’azione politica non coincidano mai. Come anticipato, uno degli aspetti più riusciti del libro è il modo in cui la figura di Trujillo viene costruita quasi come se fosse mitologica prima ancora che politica. Il dittatore è un patriarca che pretende sottomissione assoluta, che riduce i suoi concittadini a sudditi infantilizzati, che si fa percepire come presenza onnipresente e quasi divina. Bisogna però ammettere che Vargas Llosa non cade mai nella tentazione di renderlo un mostro astratto; infatti, mostra Trujillo anche nella sua fragilità corporea, nelle sue disfunzioni fisiche, in un contrasto continuo tra l’immagine pubblica del “Benefattore” del popolo e la miseria dell’uomo che sta morendo. Questo doppio registro – il mito e la carne – è probabilmente la trovata più efficace del romanzo, perché rende il potere assoluto qualcosa di terribilmente umano, e per questo ancora più temibile.

Il centro emotivo nel romanzo, invece, è la storia di Urania Cabral. Il rapporto tra lei e suo padre, il senatore Agustín Cabral, diventa il luogo dove la corruzione politica si trasforma in una tragedia personale, che vede un padre disposto a sacrificare la propria figlia pur di riconquistare il favore del regime. È una scena che colpisce duramente, e Vargas Llosa la usa con intelligenza narrativa, non per uno shock fine a se stesso, ma come metafora di un’intera classe dirigente pronta a barattare ogni legame morale e familiare per sopravvivere all’interno del sistema. In questo senso la dittatura non distrugge solo lo spazio pubblico, ma corrode dall’interno anche i legami più intimi.

La riflessione più originale del libro, tuttavia, riguarda ciò che accade dopo l’uccisione di Trujillo. Sorprendentemente, infatti, i cospiratori, invece di provare sollievo, sprofondano in una paralisi quasi psicotica. È come se avessero infranto un tabù sacro più che eliminato un nemico politico, e questo li lascia disorientati, incapaci di agire nel vuoto che hanno creato. Vargas Llosa suggerisce così una verità scomoda: il potere dittatoriale non abita soltanto le istituzioni, ma si insedia nella psiche di chi lo ha subito, e la sua fine fisica non coincide affatto con la sua fine reale.

La Festa del Caprone non è una lettura semplice, né dal punto di vista emotivo né da quello dei contenuti: la violenza, la sopraffazione e la degradazione morale sono raccontate senza sconti. Ma è proprio questa mancanza di compromessi a rendere il libro molto interessante. Vargas Llosa trasforma una vicenda storica specifica, quella dominicana, in una riflessione universale su come nasce, si mantiene e sopravvive il potere assoluto, e su quanto sia difficile, per chi lo ha subito, tornare davvero libero anche dopo la caduta di un tiranno. 

Settembre 2026

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