Simona Visciglia

Chiudi gli occhi

NUMERO 48 | OTT 2026

«Il livello di produttività non è mai calato in dieci anni. Anzi, nell’ultimo periodo c’è stato un leggero incremento che lascia intravedere margini…» Elio non fa in tempo a finire che la sua compagna lo interrompe: «Margini di crescita ed è anche merito nostro. Stavi per dire questo, no? Che siamo tutti tasselli di un grande mosaico, che ognuno di noi contribuisce alla ricchezza del Paese, che siamo indispensabili e bla bla bla». La donna ripone con un gesto nervoso la tazza ormai vuota nel cestino dello sterilizzastoviglie. Lui non si scompone, stringe il nodo della cravatta: «Se ti sentisse il Comitato di Vigilanza… Ma ti amo anche per queste tue intemperanze, Dafne. Vado in ricarica e poi esco. Ho appena esaurito le mie ore in smart working, mi tocca lavorare in presenza». Dafne gli fa cenno con la mano di andare, senza aggiungere altro, arricciando appena gli angoli della bocca come in un sorriso stentato.

L’uomo si siede sulla postazione di ricarica, digita la sequenza associata al suo piano biologico. Aggancia il casco, le cavigliere e i bracciali osmotico-transdermici e chiude gli occhi. Trascorsi dieci minuti si alza, si sistema i capelli, liscia la giacca ed esce, salutando la compagna che si sta accingendo a sottoporsi alla medesima operazione, routine quotidiana imprescindibile per tutti gli abitanti del Paese.

Non appena Elio è fuori, Dafne però prende il telefono: «Sì, sono sola. Ricordami il codice per bypassare i controlli sulla ricarica», si china sulla tastiera, «Fatto. E adesso?» 

Resta in silenzio ad ascoltare la voce dall’altra parte, passeggiando nervosamente avanti e indietro per la sala. Prima di riagganciare, si lascia sfuggire un lungo sospiro: «Ho paura che mi scoprano e… se non funzionasse?»

In camera da letto, riempie un grosso zaino con qualche indumento e alcuni oggetti personali. Un’ultima fugace occhiata alla stanza, poi si precipita fuori, sbattendo la porta.

La aspettano al Varco 12, nella estrema periferia della città. Non sa bene chi siano o che aspetto abbiano, ma le hanno promesso una svolta e le hanno assicurato che suo fratello è con loro, quel fratello che le Autorità danno per disperso.

La luce irradiata dalla cupola-cielo è particolarmente abbagliante, le ombre dei grattacieli sulle strade bianche sono nette, quasi minacciose. Dafne aumenta il passo sui nastri trasportatori, facendosi scudo con la mano perché non indossa le lenti fotofobiche, le hanno suggerito di gettarle via. Le hanno detto di gettare via tutta la sua vita in cambio della verità. Le sembra di risentire le parole della loro prima conversazione telefonica: «Tuo fratello adesso è un uomo nuovo. E c’è posto anche per te qui. Renderemo questo Paese libero e le cose torneranno com’erano una volta. Devi fidarti». 

Non ha avuto tentennamenti, perché ricorda ancora i racconti di sua nonna, sa che il mondo non è solo luce perenne e lavoro o, almeno, che non è sempre stato così. È certa che debba esserci dell’altro. 

Quando arriva al punto d’incontro, i polmoni le esplodono. Sente uno strano formicolio salirle su dalle gambe e attraversarle il corpo, fino alle tempie. Il luogo è desolato, è tutto ancora in costruzione, in un immenso cantiere semiautomatico, in cui gli uomini sono gli addetti al controllo da remoto. 

Il silenzio è interrotto soltanto dal battito accelerato del suo cuore. D’improvviso, un boato sordo a pochi passi da lei la fa trasalire e pensa: “Non si torna più indietro”. Un portellone si apre dal livello della strada, due uomini vengono fuori e le vanno incontro. Indossano grossi occhiali scuri e tute grigie: «Dafne, siamo contenti di vederti, non lo davamo per scontato. Sei una donna coraggiosa, ma adesso viene la parte più difficile. Ti fidi sempre di noi, vero?» La donna annuisce e chiede del fratello: «Posso vederlo?» Gli uomini la tranquillizzano: «Tuo fratello sta bene e lo rivedrai presto, è in missione di reclutamento. Ora seguici».

Dafne si guarda alle spalle e in un attimo è giù, scortata dai ribelli.

Nel sotterraneo, corrono lunghi corridoi appena illuminati, l’aria è umida e fredda. Uno dei due uomini si schiarisce la voce: «Sai già di che si tratta, Dafne? Ti hanno spiegato il nostro obiettivo, giusto?» e senza aspettare la risposta, l’altro continua: «Stiamo cercando di ripristinare la Notte, fondamentalmente. Vogliamo che gli esseri umani tornino a seguire il loro ritmo circadiano». 

Dafne li guarda, ha le mani sudate, la fronte bollente: «Non so di preciso cosa voglia dire, ma so che le cose, lassù – indica sopra le loro teste – non vanno bene. Non dovrebbero andare così, insomma».

I due annuiscono, accennando un sorriso: «Eccoci arrivati, la dottoressa ti aspetta nel suo studio, entra pure», una porta di metallo si apre, emettendo un lieve cigolio. Ad attenderla, una donna in camice bianco, circondata da una serie di monitor e scartoffie sparse sulla scrivania e sugli scaffali che perimetrano la stanza.

«Benvenuta, mia cara» la dottoressa le stringe la mano e le fa cenno di accomodarsi su una barella, coperta da un lenzuolo bianco. 

«Qui imparerai a dormire» le dice senza tergiversare. Dafne strabuzza gli occhi, mentre prende posto, cercando di dissimulare l’ansia. I due uomini richiudono la porta, restando in piedi ad osservare lo stupore della loro ospite. Il medico si avvicina alla donna che ha iniziato a tremare: «Tranquilla! È la cosa più naturale di questo mondo. O, meglio, lo era prima che il Governo decidesse di nascondere la Luna e le stelle e di cancellare le notti e il sonno, per dare vita a una società attiva ventiquattr’ore su ventiquattro. Produrre produrre produrre» pronuncia le ultime parole con stizza, mentre accarezza la fronte di Dafne. 

«Adesso distendi i tuoi muscoli, ecco, ti aiuto io» la spinge delicatamente fino a farla sdraiare. Dafne è arrendevole sotto le mani sicure della dottoressa: «Non so di preciso come sia la Notte, ma mia nonna me ne parlava spesso».

Uno degli uomini, dopo una sonora risata, le risponde: «Hai presente la cupola-cielo? Non ci protegge da un cazzo di niente, come vorrebbero farci credere. E una volta non c’era, perché esiste un altro cielo, oltre. E ci sono ore illuminate e ore buie, nere come il nero di questa stanza se spegnessimo tutte le luci. Prima del Nuovo Mondo, gli uomini erano attivi per circa metà del loro tempo. Durante le ore senza luce, dopo il tramonto del Sole – ma tu non hai idea di cosa sia un tramonto! –   dormivano, riposavano. Cioè, si ricaricavano in maniera del tutto naturale, non su quelle dannate postazioni spara-cortisolo. E si campava lo stesso, che tu lo creda o no». Gli fa eco l’altro: «Si viveva meglio! Stiamo lottando per questo, affinché tutti sappiano, affinché tutti conoscano la pace rigenerante del sonno. E tornino a riveder le stelle!»

Dafne ha ascoltato ogni parola e ha un po’ meno paura. La voce della dottoressa è dolce come quella di sua nonna: «Chiudi gli occhi» le passa le dita sulle palpebre tremolanti. 

Dafne la lascia fare, mentre ripensa al mondo che ha lasciato in superficie, al suo compagno che forse ora la sta cercando: «Per quanto tempo dovrò tenerli chiusi? Come sulla postazione, dieci minuti?» 

La dottoressa, con voce ferma ma rassicurante: «Magari all’inizio sì, ma per dormire devono restare chiusi per ore, ragazza mia. E devi lasciare andare i pensieri».

«Solo i morti non aprono gli occhi per così tanto tempo!» balbetta Dafne. Poi prova a rilassarsi, sente il corpo sprofondare nel lenzuolo candido; il cuore rallenta, il respiro trova un ritmo nuovo.

La dottoressa estrae dalla tasca una siringa: «Per le prime volte ti aiuterò con questa roba, poi imparerai a farlo da sola. Vedrai che senza la regolazione ormonale e dei neurotrasmettitori indotta dalla ricarica ti verrà naturale. Sarà il tuo corpo a chiederti di dormire».

Dafne si scopre il braccio: «Farà male… intendo, dormire?», chiede spiando tra le ciglia. I tre abitanti del sotterraneo si guardano divertiti l’uno con l’altro.

«Siamo l’esempio vivente che non fa per niente male: dormiamo per otto ore consecutive, sperando di poterlo fare di Notte prima o poi» gli risponde uno dei due uomini; l’altro aggiunge: «Ti piacerà e farai anche dei bei sogni». 

La donna, che ha appena ricevuto l’iniezione, fa giusto in tempo a chiedere: «Sogni? E che sarebbero?»

La dottoressa, mentre le abbassa la manica con cura, le sussurra: «Questa è un’altra storia. Shhhh… ora dormi».

Ottobre 2026

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