Giovanni Mastronardo

Un'amica

NUMERO 48 | OTT 2026

Per gli altri eri solo Priscilla. Per me sei stata Morena, Milly, Tania la gatta. Ci conoscevamo da tempo, da quel primo pompino dietro la stazione. Allora si poteva fare anche senza mettere i denti? Quei denti che nel tempo ti sono caduti come soldati in una guerra campale; eppure una bocca come la tua non l’ho più trovata. Tante volte mi sono chiesto perché continuassi a cercarti, anche a rischio di essere sgamato nel quartiere. Forse era il piacere del proibito, del vizio sporco, di quelle perversioni di cui non posso parlare con mia moglie, figuriamoci proporgliele.

Tu con i calzoni abbassati a metà coscia, per il pudore che potessi stranirmi nel vederti le palle. Quel letto fetido nell’appartamento condiviso con Carol la nigeriana. L’anale più violento della mia vita: più spingevo e più sentivo la voglia di sottometterti; ogni colpo diventava una prevaricazione. Volevo che il culo ti sanguinasse per merito mio, come fosse la firma di un assassino seriale sul luogo del delitto.

Una notte, con la bocca ancora insaponata dal mio sperma, ci siamo avvicinati come non mai. Conoscevo il tuo vero nome, ci mancherebbe: non c’è modo di nascondere i pettegolezzi a sfondo sessuale. Le spoglie di Priscilla lasciate tra i miei indumenti; le scarpe tacco 12, il push-up, il perizoma di Tezenis: quel piacevole inganno buttato sulla poltrona di uno squallido affittacamere a ore. E tu davanti a me nuda come non eri mai stata prima. Nuda così in profondità da diventare Rosario Piscitelli. O meglio “l’incidente di percorso”, come amavi definirlo. Quella volta ho capito che non puoi amare Priscilla senza toccare la pelle increspata, la barba rada e la nuca glabra di Rosario.

Ricevere il tuo numero di telefono è stato come trovare il Sacro Graal: un pericoloso coronamento. I miei doveri familiari imponevano discrezione e responsabilità. Senonché continuavo a cercarti nelle notti torbide, col cazzo duro dall’eccitazione e il cuore che annegava nel rancore per il modo in cui ti facevi trattare.

La sera dell’ultimo appostamento avevi la parrucca fucsia. Già non ci vedevamo più su tua categorica decisione. «Rischi di perdere la testa e mandare la tua vita a puttane», mi avevi detto. Eppure ero lì, sempre lì, col sangue che eruttava nelle tempie e un brutto presentimento aggrappato al collo. 

Primo giro da Enzo Tennent’s in piazza. Un tocco aggressivo di rossetto, una scatolina da sei preservativi nascosta nella borsetta e una spruzzata dell’imitazione di J’Adore che acquistavi alla Maddalena. Eri pronta per muoverti sfacciata nei meandri più torbidi della notte; ti osservavo dal centro della piazzetta, il cappuccio sulla testa e la puzza di erba scadente tutt’intorno.

Penso che non aspettassi nessuno. Una delle tue ronde erranti del venerdì sera. Il sordo tramestìo dei tuoi tacchi avanzava tra la plastica dei bicchieri di drink a due euro, i resti di carta stagnola dei kebab e cicche schifose ovunque, come se nel sottosuolo si nascondesse un formicaio di mozziconi; ti muovevi disinvolta tra orde di visi sconosciuti, giovani e sporchi che, col passare delle ore, diventavano sempre più trasandati, molesti, assenti.

Da Enzo Tennent’s qualcuno a cui scroccare una birra lo trovavi sempre; bastava ridicolizzarti un po’, fare qualche gesto sporco, e gli fottevi due o più bicchierini. E poi c’erano quelli che sotto sotto avevano il “vizietto”, che l’idea di farselo succhiare dalla madamessa Priscilla non la disdegnavano; ragazzetti virgulti, dalle barbe curate e i capelli laccati. In piazza tutti galletti e spavaldi, ma quando allungavi le mani verso i loro cazzi mosci e depilati, ecco che partivano gli insulti, gli sputi e gli spintoni.

Eri una vecchia zoccola, magra e coi denti guasti, eppure nessuno meglio di te conosceva quei vicoli e quei guapparielli con il North Face nero da quattrocento euro comprato dal papà. Tu l’hai mai avuto un giubbotto così costoso? Io no, e a te ho sempre visto indosso quella consunta giacca viola con gli strass sbrilluccicanti. I guadagni del mestiere li hai bruciati nei vicoli senza uscita, tra la piazza dei nigeriani e la bisca nello scantinato di Tano Scarfeiss.

Anche quella sera hai bevuto. Più del solito. Mi sono avvicinato, volevo parlarti e chiarire. Volevo scopare almeno un’ultima volta, anche pagando, come facevo all’inizio; ma non ho avuto il coraggio. Troppa gente ti stava addosso. Era una di quelle notti di squallore dove tutto è concesso e sborrare diventa l’unica ossessione da perseguire. Sono rimasto in disparte a guardare come istigavi quei tizi arrapati con le macchine in doppia fila; hai sempre preferito i prepotenti, i più brutali. Ti lasciavi andare e spesso ci scappava qualche toccatina e, nelle serate fortunate, pure uno jonzo. A divertimento finito, con la bocca ancora sporca e una salviettina in mano, si tiravano via il cazzo con insolenza, sparendo senza dire una parola, feriti nell’orgoglio di essere andati con un esemplare come te.

Deve essere accaduto qualcosa di simile anche quella sera. Ti sei dissolta nella notte per poi riapparire da sola, nevrotica, con il suono delle décolleté leopardate come unico amico. La tua immagine era l’emblema di notti proibite che creano dipendenza, che ti penetrano dentro facendo un male porco.

Ti seguivo a distanza da codardo quale sono. Andavi rapida e parlavi ad alta voce. Parlavi ai panni stesi, all’intonaco scrostato dei balconi, ai ragazzi ubriachi distesi a terra e alle stelle del cielo che ci osservavano prosaiche, anche se già morte da centinaia di anni. Urlavi, piangevi e ridevi isterica. E a te ridere non piaceva, vero Priscilla? Ridere ti riportava con la mente al rione Vicaria, a quando eri ancora un anonimo Rosario Piscitelli come tanti. Ridendo con la faccia rigata di lacrime urlavi della tua vecchia vita come se la volessi espellere; Rosario l’intruso, l’ospite indesiderato. Ricordi che tentavi di esorcizzare: un passato ripudiato che tornava a bussare.

Ragazzi con spritz diluiti passavano e ti schernivano, come si fa con gli animali allo zoo. E nel passato tuo padre che voleva “raddrizzare” Rosario, quel figlio taciturno che non rideva mai; che fosse pure mezzo ricchione, poi, era il segreto di Pulcinella. «Mi stai mettendo lo scuorno in faccia!» sbraitava, percuotendo il povero Rosario e te che abitavi già in lui; «perché non vai a chiavare o a giocare a pallone come tutti i ragazzi del rione? Tu non sei figlio a me, sei uno scherzo della natura». E restavi distesa al suolo, la faccia schiacciata dal piede di tuo padre che sembrava volesse scuoiarti viva. Tua mamma in silenzio, muta. Niente. E non hai mai capito se restasse impietrita dal dolore o per aver ricevuto il castigo di esserti madre. Sei stata costretta a rigettare quel debole di Rosario Piscitelli, allora come in quel momento di delirio. Sei diventata Priscilla, sempre pronta ad accogliere sconosciuti tra braccia e gambe, perennemente arrapata, e capace di ridere solo quando la tasca ne beneficiava.

Il tossicchiante motore di un vecchio Liberty sanciva l’ingresso nell’oscurità dei vicoli che conducono alla Ferrovia. Tutto finisce, come è finita anche quella mesta serata. Mi trascinavo dietro il tuo corpo emaciato come uno spettro senza pace. Avevo freddo e sentivo il vento spirare in quel dedalo di vicoli stretti. Eri così magra che quasi ti confondevi con i murales sui muri. Non ti sei accorta di me nemmeno quando ti sei fermata; ero nascosto dietro alcuni bidoni dei rifiuti. È stata quella l’ultima immagine che ho di te. Poi ho avuto paura. Ho visto quegli scooter arrivare dal nulla, generati dalle ombre del vicolo. Ti hanno circondata: sembravano un branco di lupi. Li aspettavi? Sapevo della tua dipendenza “dall’amica” fin dai primi rapporti, ma quelli non erano semplici spacciatori. Preso alla sprovvista, mi sono allontanato: il sangue scorreva a cascate e il cuore si è crepato dalla furia dei battiti. Ho sperato che non si accorgessero della mia presenza. Poi hanno iniziato a ululare nel silenzio omertoso. Non mi sono voltato. Un urlo di terrore, l’ultimo grido prima di scappare con l’anima in lacrime. Mi sono messo in salvo, fuggendo come il più pavido dei vigliacchi, lasciando che il mio amore perisse con te, tra i bidoni della spazzatura e il sonno funestato di quelle strade senza vie d’uscita.

Ottobre 2026

© 2026 "Un'amica" è una pubblicazione digitale della rivista letteraria Nido di Gazza.
Tutti i diritti correlati alla presente rivista sono riservati agli autori e collaboratori di Nido di Gazza.

Nido di Gazza | Rivista Letteraria - Nido di Gazza © Copyright 2025