Francesco Annicchiarico
Al posto mio
NUMERO 48 | OTT 2026
Carmelo è un cretino e io gli sono andato dietro.
«Quanto tempo è che non ti facevi un giro in macchina? Dì la verità!» mi chiede.
«Dove hai preso la benzina?»
«Mica solo quella», Carmelone: se non se la tira, non è lui «Ho fatto fare pure il tagliando.»
E non è vero. Altrimenti, la prima cosa che mi avrebbe detto per convincermi ad accompagnarlo sarebbe stata questa. E invece, peggio ancora, mi ha parlato del vino. Mi volto verso il finestrino.
«Sei il solito coglione.»
Cerco con gli occhi questi due silos, quelli di cui il fantomatico amico di Carmelone ha parlato tanto. Veramente, a Foggia non si parlava d’altro da due giorni, da quando hanno messo il coprifuoco di mezzogiorno e quello della sera, e hanno chiuso tutti i negozi per pericolo pubblico. Si sentono questi discorsi, di gente che trova tesori fuori città.
Qui siamo in piena campagna, ormai siamo arrivati a fine novembre, se un senso si può dare ancora al nostro tempo. Le nuvole appannano il blu, leggere e sfilacciate. Il sole è alto, ma la luce è ancora timida. Per qualche ora, da tanti giorni ormai, tutto è chiaro e nitido davanti a noi. Forse sarà una giornata buona, dopo tanto tempo.
Per un attimo, uno soltanto, mi pare di vedere due puttane sulla statale. Sono proprio dove dovrebbero essere, sulla strada per Manfredonia.
«Pensavo fossero estinte», è la prima cosa che mi viene da dire, voltandomi di scatto verso Carmelone.
«Non è tua madre, quella seduta?» Percepisco il suo sorriso laterale, è voltato dall’altra parte, accompagna la sterzata con tutto il busto per rimettere la macchina sulla strada giusta.
«Dì la verità», mi chiede quando ormai il miraggio è svanito «Se non ti portavo io un po’ in giro, quando saresti uscito dal tuo buco? Neanche l’anno prossimo!»
«Se le cose continuano così, mi sa che neanche ci sarà un anno prossimo.»
«Sei una palla d’uomo.»
Ha come un sussulto, come una risalita di succhi gastrici.
Non parliamo mai di quel che è successo a Foggia, alle nostre vite. È stato tutto così rapido, così… agghiacciante. Non abbiamo potuto fare altro che scappare quando hanno cominciato ad attaccarci. Nessuno ha più avuto tempo per sé. Si esce dalle tane solo per trovare da mangiare, per le nostre famiglie. E nelle tane si parla solo di mangiare.
Chi poteva dirsi pronto? Chi avrebbe potuto fare qualcosa?
Ci siamo scoperti insufficienti, sprovveduti. Mentre loro, invece…
Loro sono i cani, ecco.
Questo cielo blu e dimenticato da troppo tempo mi dà il coraggio di mettere le parole in fila: gli animali si stanno organizzando contro di noi. Si pensava fosse qualcosa come la rabbia, all’inizio. Erano episodi. Poi, quando la cosa ha cominciato a diffondersi così stranamente, abbiamo cominciato a capire che i cani comunicavano tra loro. Non erano più branchi: ci attaccavano come fossero squadre. Rapivano, persino. Lo sappiamo per certo, c’è chi è passato di sfuggita verso via Manzoni, ha sentito alcune voci provenire dalle case a pianterreno, voci che imploravano di uscire. Alcuni piangevano anche più forte, perché era il cane di casa a tenerli lì dentro. Ma non era più lui. Io ne ho visti molti chiamare il proprio cane per nome e finire con la gola aperta, o la faccia strappata.
E la polizia, le armi? Avremmo potute rubarle. Io, fino a lì, al deposito non ci sono arrivato. Ormai vivo recluso in una cantina occupata. Arrivo al massimo al corso principale, andare oltre è troppo rischioso. Ci sono le maledette ronde, fino alla piazzetta della cattedrale. Lì poi, pare si riuniscano. Impossibile capire come e cosa si dicano, ma qualcosa si dicono, perché non abbaiano più. Emettono suoni articolati, io ne ho distinti almeno una decina, tutti diversi. Sembrano domande, insulti, ordini.
In molti pregano, o cercano una spiegazione in una forza superiore, qualcosa che abbia spinto i cani in questa nuova evoluzione. Io non sono sicuro più di niente. So solo che mi sento sul ciglio di un baratro, di qua c’è la morte e di là questa nuova specie che ha deciso di evolvere. Noi stiamo chiaramente perdendo.
Soprattutto io e Carmelone, che giriamo intorno a questa circonvallazione, alla ricerca di questi due silos da svuotare. Pare sia Sangiovese dell’ultima vendemmia. Chissà chi gliel’ha detto.
E poi devo anche ammettere che è bastato allontanarmi per qualche chilometro da Foggia per ricordarmi di essere io stesso natura, un animale come tutti gli altri. Ora ci si mette anche il vento a ricordarmelo, è un attimo. La polvere si alza e le nuvole coprono il sole per un secondo e le foglie si sollevano e tutto diventa insieme, nella stessa direzione. Noi e la terra. Noi saremmo i figli della terra, gli unici. Ora ci comandano i cani. Non può essere buon segno.
Io e Carmelo sobbalziamo quando il vento si scontra coi vetri della macchina, ci sposta letteralmente, vuole spingerci fuori dalla strada.
Mi scappa una madonna quando l’auto si solleva, forse di un centimetro, forse di un niente, è solo la paura, ma gli alberi si piegano davvero e alcune foglie si staccano e persino un ramo si stacca e ci frusta il parabrezza.
«Abbiamo volato per un metro!» Carmelo alza la voce per il rumore che il vento continua a fare «Ma ci pensi?»
«Dimmi che siamo arrivati, ti prego.»
«Vedi cantine, tu?»
Oltre noi, sulla spianata che attraversiamo vedo sparuti gruppetti di animali. Da qui sembrano pochi, e dall’aspetto comune, persino piccoli. Marronastri all’orizzonte, si confonderebbero col bruno del terreno, se la coda e le orecchie non sventolassero come banderuole. È quel che resta dei randagi, dei disorganizzati. E sono ancora in tanti a non aver raggiunto la città, branchi che hanno perso la guerra dell’evoluzione, o non l’hanno ancora combattuta. Molti sono immobili, come al pascolo. Finché qualcosa non gli schizza in testa, e partono rabbiosi all’attacco, forse anche solo della polvere. O di noi. No, di noi no. Siamo troppo lontani.
«Vedo cani.» sospiro.
«Tu hai paura.»
«Assai.»
«Sei stressato.»
«Per colpa tua.»
«Mia?»
«Tua, tua. Devi sempre fare qualche cazzata pericolosa.»
«Senti: io voglio solo il vino. Non ricordo nemmeno l’ultima volta che l’ho visto. A Foggia tutti a dire che n’è a strafottere, qui vicino. Dovrei tornare indietro, solo per quei cani di merda?»
«Guarda che sono tanti.»
«Li vedo anch’io.»
«E non ti fanno paura.»
«Se non hanno fatto niente fino a mo’, non faranno niente neanche dopo.»
«Perché tu sei il grande Carmelo, Carmelone da Rione dei Preti, cosa vuoi che ti faccia una muta di cani predatori?»
«E io che posso farci se tu ti caghi addosso pure di respirare?»
Poi li vediamo, i due silos. È una piccola azienda agricola, ma chiamarla così mi sembra proprio troppo. Un piccolo capannone con questi due piccoli silos di fianco, che d’altezza non superano nemmeno il tetto. Il lungo cancello che proteggeva l’entrata è chiuso, dentro non deve esserci nessuno, tutto ha un’aria desolata. Ma i silos sono ancora lì. E niente mi fa credere che qualcuno sia già passato a fottersi il vino.
Nel parcheggio, oltre il cancello, non si vede neanche l’ombra di un cane, non si sentono rumori strani, è tutto coperto dal vento.
«Andiamo a vedere.» Carmelo dice questa cazzata da film americano e scende di fretta senza spegnere la macchina, per andare ad aprire. Io non mi muovo e osservo tutta la scena: Carmelo, da one qual è, quasi stacca il cancello dalla corsia, tanta la forza che ci mette. Attraversa il parcheggio, arriva al portale del capannone, un tempo verniciato di verde. Dentro è buio e non c’è nessuno. Carmelo fischia, chissà che non esca qualcuno. Ma nessuno risponde. È buon segno.
Quel suo chiamare a voce alta attirerà i cani, ne sono certo. È veramente un coglione. Farebbe così con chiunque, pur di attirare l’attenzione, coglione.
«Corri, muoviti!» mi strilla e il capannone amplifica ancora di più quel suo vocione lagnoso e nasale.
«Shhh!! Cazzo, zitto!» agito le mani per fargli capire di abbassare il volume. Carmelo mi fa segno di prendere le taniche. Queste le abbiamo rubate assieme.
Gliele porto e faccio luce col cellulare, dentro si vede poco. Polvere incrostata ovunque, forte odore di vino che irrancidisce.
Carmelo trova due bicchieri nel lavatoio, li sciacqua e me ne passa uno.
«Uno a me e uno a te», già pieno di vino, chissà come ha fatto «Com’è?»
«È buono», mi scappa da ridere «È proprio buono!» Quasi piango. Mi sembra sia passato un secolo da un sorso così, spensierato, senza la paura di dover correre da un lato all’altro della città per salvarmi la vita.
Carmelo vuota il suo e io finisco il mio al volo, fissandoci. È un lampo. Un attimo, e abbiamo già di nuovo i bicchieri pieni.
«Vedi che dobbiamo tornarcene a Foggia.»
«Hai paura che ti fermino i carabinieri?»
Vorrei dirgli che è un coglione, ma il vino smussa i miei slanci: «Hai ragione tu.»
«Come sempre.»
Siamo al quarto bicchiere e non abbiamo neanche toccato le taniche. Si sente forte il vento, oltre al sibilo e al terriccio smosso del parcheggio qui siamo solo in due.
«Carme’, sono a stomaco vuoto e…»
«Sei proprio un ciunnillo. Lo sapevo che dovevo portarmi coso, là… come cazzo si chiama?»
Carmelo prende una tanica, svita il tappo a fatica. Io mi accascio per terra e mi prende la ridarella, ma poi penso al perché siamo lì, a quelle due taniche da disperati, da riempire per far bere venti persone al rifugio, e si apre una voragine dentro di me. Il riso diventa un guaito strozzato, per non far entrare i cani, e ripenso alla vita che avevo, penso che non voglio vivere più in questo mondo in cui Carmelone salva vite, questa strana apocalisse capitata a Foggia e io non appartengo più a nessuno perché sono tutti morti. Tranne Carmelone.
Che mi zittisce. «Zitto, cretino, zitto!»
Ma non l’ascolto.
«Cosa cazzo ragli come un asino? Zitto, che ci sono i cani qui attorno!»
«Non mi sento bene», dalla voragine mi vengono queste parole e poi tutto il vino che ho dentro esce dalla bocca, pari pari a quando era stato nei bicchieri «Io non voglio più niente, Carme’, andiamocene, scappiamo…»
«Ma che dici, coglione? Era meglio se mi portavo coso, invece di te!»
«Non ce la faccio più a vivere così.»
«Così, come? Aiutami, passami l’altra tanica, ho quasi finito!»
Penso agli altri venti che ci aspettano al rifugio. Giuro: di loro non me ne frega davvero un cazzo. Mi tiro su, attento a non scivolare nel vomito.
«Carme’», mi avvicino a lui «A me non me ne frega un cazzo di tutti gli altri.»
«Manco a me. Muoviti e andiamocene.»
Avvitiamo il tappo sulla seconda tanica, piena. Ora abbiamo trenta litri di Sangiovese, nero come il nostro avvenire mancato, pesanti, troppo, mi muovo appena e quasi ne rovescio una, per spegnere la torcia del telefono. Si fa buio di nuovo sul pavimento e sulle nostre mani. Fuori, il vento ha preso coraggio.
«Muoviti, andiamocene. Ho una cazzo di paura.»
«Hai paura, adesso?»
«Assai.» Carmelo mi strappa di mano l’altra tanica e corre sbilenco verso la luce di fuori.
Così come posso, strisciando le suole, arrivo anch’io alla macchina. L’aiuto a infilare le taniche, in piedi schiacciate tra i sedili, ma una non vuole saperne di ficcarsi.
«Andiamocene», ripete Carmelo «Ora dobbiamo scomparire… ah!»
Da dove sono io non si vede bene, non subito, ma tre molossi atroci, fulvi e grigi, smagriti, hanno puntato Carmelo alle palle.
«Aiutami, ti scongiuro!» Carmelo implora, sussurra «Aiutami, prendi il mattone da dentro e dammelo, muoviti!»
Mattone?
«Quale mattone?»
«Dietro, muoviti!» i cani ringhiano vicinissimi a lui. Non mi hanno ancora visto o non gli interesso. Stanno per lanciarsi su Carmelo.
Io non so come, ma riesco a spostarmi per raggiungere la portiera di dietro, ancora aperta. Trovo un mattone sotto la tanica. Per miracolo lo afferro e poi lo tiro con tutta la forza, sulla nuca di Carmelo. Al primo sangue, i cani si avventano.
Ma Carmelone neanche urla.
Mi volto. Destra, sinistra. Sono solo questi tre, per ora.
Un attimo dopo sono al volante, l’auto accesa e il piede sul pedale a tavoletta. Oggi non mi ferma più nessuno, è stata una buona giornata.
Ottobre 2026
