Veronica Nucci
Jèsus
ANNO 02 | NUMERO 25 | NOV 2024
Se c’è qualcosa che amo nella vita sono le abitudini lente, soprattutto la mattina. Mi piace svegliarmi e preparare il caffè con la moka, sbattere le uova con il formaggio per fare le scrumbled eggs come gli inglesi o mischiare gli ingredienti per cuocere dei pancake su cui metterò sciroppo d’acero o marmellata. Io davvero non so come facciano le mamme ad esempio. Decidi di fare un figlio che ti sconvolge la vita e bum in un attimo sei costretta ad accantonare tutti i piaceri che avevi, i tuoi piccoli momenti di felicità quotidiana per fare da schiava al nuovo arrivato. Le vedo al parco, poverine, o in caffetteria, stanno lì con i loro pargoli seduti di fronte con aria annoiata o in braccio avvinghiati mentre il caffè raffredda, ma loro è come se non ci fossero. Sono ologrammi sfocati che fissano punti imprecisati nel vuoto e sorridono meste – a chi poi? – sotto a due occhi cerchiati più volte di nero, quelli di chi ha passato la notte in bianco per allattare o per l’ansia dei brutti pensieri. Da qualche parte ho letto che dopo aver avuto un bambino ci vogliono sei anni per ritrovare il sonno di prima. Continuo a pensare che sia una tortura che si autoinfliggono solo gli incoscienti e che sarebbe bene fare una riflessione approfondita prima di imbarcarsi in tale avventura. Dico io, ormai siamo almeno cento miliardi di persone nel mondo, che bisogno c’è di aumentare la popolazione e ridurre ancora di più le risorse a nostra disposizione? Oddio che egoismo, guarda. Più ci penso e più mi dico che è giusto che soffriate. Non bisogna essere cattivi, direbbe la mamma, ma questa non è cattiveria sono fatti, e poi le persone sono cattive a volte, anche questo direbbe la mamma. Quindi, volete qualcosa che non si potrebbe avere, qualcosa che peggiora il mondo e allora beccatevi le notti insonni, i parti dolorosi, i pavimenti pelvici rilasciati e i weekend passati a inventare giochi che non pensate neanche che esistano e invece fate lo sforzo di crearli voi solo per mettere la coscienza a tacere e perché provare a cercare se esistono costa fatica anche quello. Chissà se poi si pentono, i genitori, di aver dato vita al loro peggior incubo, un incubo da cui si libereranno solo dopo molti anni.
Quanto a me, non ci ho mai tenuto ad avere un figlio. Nemmeno un marito se è per quello. A parte la parentesi con Jésus. Con lui avrei cambiato idea, mi sarei fatta squarciare e poi tormentare da uno di quegli strani animaletti a patto che avesse avuto la sua stessa faccia. Ma quella è un’altra storia. Mamma diceva sempre che ero una brava bambina, diligente a scuola, calma e i rari giorni in cui tornavo a casa sudata venivo messa in punizione. Correre non si addice a una bambina per bene, mi rimproverava, e sudare è da maschi. Non so cosa direbbe della parentesi con Jésus se fosse qui adesso. Forse che mi lascio sempre “comprare dagli altri”, che mi fido ciecamente di loro e invece, come dicevo prima, le persone sono cattive, tendono sempre ad approfittarsi di me che sono ingenua e non ho mai ben capito come funziona il mondo. Così diceva la mamma e per fortuna che c’era lei. A volte mi pesava questo suo atteggiamento così presente nei miei confronti ma se non ci fosse stata lei avrei sicuramente fatto più danni di quelli che ho fatto. E infatti, appena è venuta a mancare l’anno scorso, riposa in pace mamma, ne ho combinata una delle mie. È che sono impetuosa e non riesco mai a star ferma, devo sempre fare qualcosa. Da piccola correvo e adesso che sono adulta – cinquantuno anni domani! non mi fermo mai. Anche quello comunque me lo ha insegnato la mamma, non si sta sul divano, che per carità non si addice a una ragazza, ci si rimboccano le maniche e si aiuta con le faccende domestiche o con i compiti. Che nessuno osi vedermi con le mani in mano. E poi com’è andata? Che il giorno che mi sono seduta sul divano, non senza grandi sensi di colpa sia chiaro visto che non lo faccio mai, è successo il fattaccio. Era domenica e io mi ero riservata i miei piccoli piaceri, avevo fatto la mia colazione con i pancake, avevo persino comprato i mirtilli freschi, mi ero fatta un bagno caldo con i sali rosa, quelli che fanno un sacco di schiuma. La mamma non approverebbe lo spreco d’acqua e nemmeno la civetteria dei sali profumati ma è pur vero che ora lei non c’è più e io sono sola e forse posso anche permettermi qualche piccolo lusso in più. Insomma avevo fatto il bagno, mi ero pettinata e avevo spalmato un po’ di Nivea sul viso – quella grassa nel barattolo blu in metallo, che è l’unica che funziona veramente, altro che spendere cinquanta euro per le creme delle pubblicità come fanno certe mie colleghe – e ho ripensato a Facebook. L’idea di aprirmi un account mi balenava in testa da settimane, da quando avevo sentito dire a Clara, la mia vicina, che grazie alla creazione di un profilo – così aveva detto – aveva ritrovato vecchi amici e si era incontrata con loro. In pratica era rinata. Io non mi incontravo mai con altre persone e neanche con vecchi amici. Ogni Natale, la RSA dove lavoravo, organizzava una cena partecipativa nel refettorio principale dove i dipendenti dovevano cucinare la loro specialità per condividerle con gli altri. E poi c’era la messa la domenica. Fine. Quando ero adolescente avevo un’amica che si chiamava Betty. Betty non era benestante, ma del resto nemmeno noi, però questa cosa la sentivo ripetere spesso alla mamma con tono spregiativo. Insomma, ci vedevamo a casa nostra con Betty e a volte a casa sua e quando era da noi la mamma la trattava con indifferenza, a volte con cattiveria. Non le chiedeva mai se voleva restare a cena – né io potevo restare da lei per quanto mi ricordi – non portava mai dei biscottini in camera come fanno le altre mamme con gli amichetti dei propri figli ospiti e un giorno la cacciò via in malo modo solo perché avevamo preso i suoi trucchi dall’armadietto del bagno e ci eravamo messe il suo rossetto preferito sciupandolo un po’. In verità era stata una mia idea ma anche se non ero molto furba, quando vidi come la mamma trattò Betty feci finta di niente e non la difesi. Ok, non è stato un granché da parte mia ma non era nemmeno una bugia vera e propria. E comunque la confessai a Padre Silvano la domenica successiva. Non è stato un bel gesto quello della mamma, mi rendo conto, ma forse quella volta ha un tantino esagerato. Betty smise di venire a casa mia, ci vedevamo solo fuori e a poco a poco, cambiando scuola e abitudini anch’io smisi di frequentarla. Ci perdemmo così, senza un motivo valido, ma ancora oggi mi dico che forse non è colpa di mamma, forse è così che doveva andare se ci siamo perse con tanta facilità e senza clamori vuol dire che la nostra amicizia non era poi così forte come credevamo da ragazzine. Del resto quante cose errate si credono da ragazzine. Dopo Betty non ero più così volenterosa nel farmi delle nuove amicizie. Restavo sempre un po’ in disparte nei gruppi e il sabato sera non uscivo mai. Non coltivavo mai dei rapporti profondi ecco, perché poi vedi che succede diceva la mamma, ti ritrovi comunque da sola ma almeno così non soffri. Le persone sono cattive Gioia…
Tornando alla nostra domenica, insomma, mi sedetti sul divano col pc. Lo sentivo che non stavo facendo la cosa giusta ma ero presa da una strana frenesia, non credo che sarei riuscita a fermarmi in quel momento. Accesi il vecchio portatile – ormai aveva una decina d’anni – ma io facevo la OSS nella vita, a cosa poteva mai servirmi un pc nuovo di pacca? Creare l’account non fu semplicissimo, c’erano un sacco di richieste di dati personali e strane letture di cookies e clicca qui e clicca lì e ricomincia da capo ma alla fine con una mia foto di profilo – chissà perché ma se si chiama profilo un motivo ci sarà – riuscii a iscrivermi a Facebook. Ero così eccitata all’idea che non riuscivo a stare ferma. Cercai in tutti i modi di capire come trovare amici, niente era scontato con queste nuove tecnologie ma lo sapevo e non volevo certo darmi per vinta. Cosa avevo io in meno di questi giovani smidollati di oggi. E fu così che un bel giorno nella mia vita entrò Jésus.
Mi arrivò una notifica un giorno che cercavo di condividere sul mio profilo una preghiera della Madonna per la festa della mamma, perché io non le capisco quelle che fanno figli però io sono donna e sono cristiana e nelle mie preghiere includo sempre tutti, così vidi la sua richiesta di amicizia. La sua foto non era proprio di profilo piuttosto frontale, che strano pensai, e raffigurava un uomo sulla cinquantina con grossi occhiali da sole a specchio. Sembrava bruno e muscoloso e aveva l’aria di uno che con le donne ci sapeva fare. Mi imbarazzai del pensiero che avevo appena avuto. Accettai quest’amicizia e subito lui mi scrisse. Iniziammo a chattare – questo non lo so se si dice ancora – e scoprimmo di avere un sacco di cose in comune. Parlavamo di tutto, delle nostre vite, del nostro interesse per i gialli, Lucarelli lui, Camilleri io, e per le soap opera spagnole e ultimamente anche per quelle turche, del lavoro a maglia nel mio caso e delle moto lui, dei viaggi in montagna che avrei voluto fare e di quelli che lui aveva fatto al mare. Non riuscivamo mai a concludere una conversazione tanto eravamo presi dalle parole l’uno dell’altra. La mamma non avrebbe approvato Jésus ne sono certa perché come al solito io non avevo saputo gestire la situazione, mi ero lasciata prendere la mano avevo la testa tra le nuvole e non facevo più attenzione a niente. Avrebbe avuto ragione. Per una settimana mi sono scordata di dar da mangiare ai pesci rossi, uno di loro è anche morto e un giorno, innaffiando, ho fatto cadere il grosso vaso di peonie poggiato sul terrazzo della cucina nel giardino della mia vicina a piano terra proprio accanto all’amato barboncino champagne subendo poi, giustamente, i suoi improperi. Della vicina ovviamente, non del barboncino che però ha avuto almeno la prontezza di spostarsi quando ha visto cadere il vaso. Martedì scorso ho scambiato due pazienti e stavo per fare l’iniezione di insulina a quello sbagliato. Mi sono rinvenuta all’ultimo momento solo perché mentre picchiettavo sulla siringa è entrata la figlia per una visita offrendo all’anziano ma ancora arzillo genitore un pacco pieno di dolci e quella visione mi ha fatto ridestare. Mi sono spaventata cosi tanto di questo mio errore che il giorno dopo mi sono detta, se sei tanto innamorata di questo Jésus, Gioia, chiedigli di incontrarlo di persona.
Il giorno che l’ho incontrato di persona, Jésus, aveva il rossetto rosso sbiadito e i capelli con la ricrescita grigia sulla parte alta della testa e slavati di biondo sulle punte. Continuava a gridare con accento ciociaro al carabiniere che la bloccava con un braccio dietro la schiena che non aveva fatto niente e la sua voce era davvero stridula figurarsi che io me l’ero immaginata profonda, alla Tom Waits. Quando gli avevo chiesto di vedersi aveva tergiversato ma io non avevo pensato a niente di preoccupante, povero caro, viveva lontano Jésus è normale che avesse bisogno di conforto prima di fare un passo come quello, così importante per la nostra storia. Era normale anche pagargli il viaggio di andata da un posto non ben precisato dell’America, da dove diceva di venire, 1600 euro di volo ecco ed era normale che una volta arrivato a Roma volesse risiedere in un hotel, così gli avevo dato altri mille euro per pagarsi l’alloggio. Alla fine non mi è andata poi così male se ci penso, anche se le mie colleghe adesso quando le incrocio in corridoio mi guardano dall’alto in basso e alcune hanno anche smesso di salutare fanno finta di niente, come se non fosse chiaro come il sole che in tutta questa storia la vittima sono io. E comunque c’è chi viene truffato per molti più soldi perché la gente non solo è cattiva come direbbe la mamma ma è anche stupida e si lascia abbindolare molto facilmente. Io per fortuna ho qualche risparmio da parte e non è successo niente di grave alla fine, mi dispiace solo che Jésus non ci sia più o meglio che non sia mai esistito. E anche che la mamma ne sarebbe profondamente delusa ma io ci credevo davvero che stavolta avrei trovato un’amicizia adatta a me, anche più di un’amicizia. Lei non era lì a maltrattarlo ma se ci fosse stata forse, forse l’avrei ascoltata e oggi non saremmo qui in questura ad annoiarci. Io dopo un po’ l’avevo anche capito che Jésus non mi voleva incontrare, pensavo solo che avesse cambiato idea sulla nostra relazione, che era una cosa che comunque mi faceva tanto soffrire ma sarebbe stato comprensibile, umanamente accettabile. Gina la truffatrice invece no, non me la meritavo proprio.
Novembre 2024
