Thomas Lehn
L'armento
NUMERO 27 | GEN 2025
Era di altezza mediocre e di dubbia bellezza. Portava scarpe che sembravano barche in un museo, lustre e larghe, di un altro secolo.
Al pari dei piedi, le orecchie erano enormi, ma davano alla forma rettangolare della testa un’armonia insolita e piacevole. Gli occhi, di un verde pallido come l’erba che in autunno tende a ingiallire, avevano un taglio diagonale, discendente verso l’esterno, che infondeva allo sguardo un senso di perenne comprensione del malessere umano. Il sorriso, concesso timidamente col gesto affabile con cui piegava la testa, era largo, adornato di labbra carnose, sotto cui nascondeva denti grossi e nordici, di un bianco che riceve poca luce. Camminava piano, fermandosi ogni due o tre passi per guardarsi intorno, muovendo la mascella nervosamente, come se stesse ruminando, inspiegabilmente consapevole di un imminente destino. Piegava il collo leggermente, quando una folata di vento più fredda attraversava il campo, quindi si abbassava a strappare un ciuffo d’erba e subito lo lasciava cadere, seguendone il movimento ondulato e incerto. Poi, nuovamente ritto in piedi, faceva altri due passi.
Jerry, il cui viso era parzialmente coperto da una striscia nera che avvolgeva gli occhi, lo osservava appoggiato col mento all’estremità ricurva di un bastone nodoso. Ogni tanto scendeva giù dai blocchi di cemento rinforzato su cui sedeva e faceva un giro del campo, assicurandosi che l’estremità sottile del bastone ticchettasse sul terreno, dando ai suoi passi l’imperativo di una marcia militare. Nessuno distoglieva lo sguardo per fissarlo, ma tutti mantenevano le orecchie allerta, cercando di ostentare noncuranza nell’immobile rigidità del corpo; aspettavano che Jerry avesse completato il giro, tornando a sedersi sui blocchi, prima di riprendere la naturalezza dei movimenti nel silenzio della giornata.
All’orizzonte, una figura minuta e lunga apparve, avvicinandosi col passo spedito e sincopato di chi ha fretta ma porta una catena. La donna vestiva di nero, con la testa avvolta in un fazzoletto bianco sormontata da un cesto di vimini che, a dispetto della posa eretta, sembrava pesante; trascinava un carretto, dalle ruote di legno larghe col bordo gommato. Tutti la osservarono come una novità consueta che, seppur prevista, portava un cambiamento nella monotonia della giornata. Mentre la donna si fermava accanto a Jerry e poggiava il cesto a terra, l’uomo riportò lo sguardo protettivo sul campo. La donna distribuì i pasti, tenendo gli occhi sulle proprie mani ed evitando di incrociarne altri. Il sole di mezzogiorno era alto e bianco, parzialmente nascosto dal perenne banco di nebbia che trafficava nei cieli da decenni.
«Non se ne va» osservò la donna indicando la foschia.
«No.»
«Che guardi?» chiese accorgendosi che l’altro non avrebbe commentato oltre.
«Quello» disse Jerry puntando il mento.
«Col berretto?»
«Accanto, con le orecchie grandi.»
«Che ha fatto?»
«Niente, ma c’ha qualcosa…»
«Sta male?»
«No, stanno tutti bene» si difese Jerry.
«È maturo?»
«Credo.»
«Chi lo prenderà?» chiese la donna incrociando le gambe.
«Queste cose non me le dicono.»
«Ma tu le scopri comunque.»
Jerry rimase in silenzio a guardare il bambino dalle orecchie grandi, che non si avvicinava mai agli altri, consapevole che un’amicizia non sarebbe durata. Gli richiamava un viso della sua infanzia, di cui non ricordava più niente, a parte una sensazione gentile. Jerry avrebbe voluto custodirlo ancora un po’, vederlo crescere, insegnarli a fischiare con una foglia lunga di bambù. Sussultò e abbassò lo sguardo, rabbrividendo come se fosse d’un tratto nudo, prese il cesto con un’estremità del bastone e si allontanò.
«Andiamo a mangiare.»
«I segreti te li tieni sempre stretti» sbuffò la donna.
«Non sono segreti miei.»
«Ogni tanto mi piacerebbe sapere che fine fanno» riprese lei dopo avere masticato a lungo un pezzo di pane.
«Lo sai, se li prende una comunità e li cresce.»
«Sì, ma chi, in quale parte del mondo, e come stanno, crescono bene? Nessuno mi dice mai niente.»
«Non sono affari nostri» disse Jerry con un boccone di pasta di ceci che non riusciva a ingoiare. «Tu pensi al cibo e io alla guardia.»
«Manco scappassero» sputò lei.
«È meglio così» tagliò corto Jerry. «Necessario.»
«Per voi è più facile.»
«Sono anni che facciamo così.»
«Alle madri nessuno pensa.»
«È una loro scelta.»
«Morire è una scelta?»
«Ne va della sopravvivenza. Nostra e di questo mondo.»
«Anche tu volevi farlo. Il padre.»
«Sono contento dove sto. Non c’è altro modo.»
«Così ci hanno detto…»
«Non essere stupida!» Jerry si alzò di scatto puntando una mano al cielo. «Guarda che abbiamo fatto.»
I bambini, terrorizzati dal tono di voce improvvisamente violento, spalancarono grossi occhi vigili e osservarono il loro pastore camminare a passi ampi verso i blocchi di cemento rinforzato. Jerry non rimase a lungo nella sua postazione, saltò giù, batté il bastone sul pavimento e iniziò il giro del campo; ma non lo completò, fermandosi accanto al reticolato che gli arrivava appena sopra gli occhi. Rimase lì, ritto in piedi, con l’impugnatura stretta saldamente nella mano destra. Da quella posizione non c’erano punti ciechi, sassi o alberi dietro cui nascondersi, eppure non lo vedeva, non riusciva a individuare il bambino dalle grandi orecchie. Vide le scarpe, però, due barche senza navigante, alla deriva presso una panchina, e poco oltre i suoi vestiti. L’avevano portato via.
Gennaio 2025
