Giuseppe D’Abramo
Disturbo della quiete pubblica
NUMERO 27 | GEN 2025
Quando sono nato erano tutti contenti. Eccetto me. Non è cambiato molto da allora. Adesso abito in un condominio, al sesto piano. Purtroppo ce n’è un settimo. Non ho idea di chi ci viva. Potrebbe trattarsi di chiunque, persino di un orso, visto il baccano che fa. Si muove durante tutte le ore del giorno e della notte: sposta mobili, pulisce, sbatte porte, appende quadri, trascinandosi pesantemente da una parte all’altra, senza sosta; la tv accesa in sottofondo. Non dorme mai e di conseguenza non dormo neanch’io. Il suo appartamento sarà pure in ordine, ma la mia vita è a pezzi. Mi sembra di essere sotto i bombardamenti. Ogni tanto si prende una pausa; cerco di trarre beneficio da quei rari attimi di quiete, ma è impossibile. I miei sensi sono troppo vigili, riesco a captare i rumori più impercettibili, specialmente se provengono dal piano di sopra, perché ho il terrore che possa ricominciare, e puntualmente succede. Questo è lo stato d’animo in cui mi trovo tutto il tempo.
Magari sono assorto nei miei pensieri oppure sono appena riuscito ad addormentarmi e improvvisamente un oggetto casca con un tonfo micidiale facendomi trasalire.
Qualunque tentativo abbia fatto per cercare di risolvere la questione è andato a vuoto. Un giorno, mentre passava l’aspirapolvere, mi sono arrampicato su una sedia e col manico della scopa ho battuto contro il soffitto, urlandogli di piantarla, che ne avevo piene le palle. Silenzio. Poi ha riattaccato peggio di prima. Ho citofonato e bussato (con aggressività) tante di quelle volte alla sua porta che nemmeno le ricordo più. Non mi ha mai aperto. Sapeva che ero io e io sapevo che era in casa, così l’ho atteso fuori, seduto sulle scale. Dovrà pur venir fuori, mi son detto, se non altro per fare la spesa. Macché. Mi chiedo come diavolo riesca a nutrirsi. Non esce mai. Chiamare in causa l’amministratore condominiale non è servito a un bel niente.
«Ho telefonato ieri. Comunque, secondo me, lei esagera.»
«Ah, esagero, davvero? Perché non viene a stare da me un paio di giorni» gli ho risposto.
«E la smetta di piazzarsi fuori dal suo appartamento o dovrò far intervenire le forze dell’ordine. Il suo è un comportamento da mitomane…»
«Per l’amor di Dio, almeno mi dica chi è, mi dia il suo numero di telefono per parlarci direttamente!»
«Ecco, è proprio a questo che mi riferisco.»
La sua identità resta avvolta nel mistero. Nessuno, neanche gli altri inquilini del palazzo, l’hanno mai visto; addirittura qualcuno mi ha detto: «Settimo piano? Esiste un settimo piano? Questa è bella».
Una sera, ormai ridotto allo stremo delle forze, dopo essermi scolato mezzo litro di whisky e aver alzato la musica al massimo del volume, mi sono messo a cantare a squarciagola e a fare casino. Gli avrei reso la vita un inferno. Ora, io non so quali siano le leggi fisiche che determinano la propagazione del suono, ma una cosa l’ho capita: in questi casi va sempre verso il basso, mai il contrario.
A ogni modo, intorno alle due del mattino, si presentano qui due carabinieri. Il disappunto nei loro sguardi appena spalanco la porta è lampante. Mi intimano di cessare con la mia attività «a seguito delle numerose e ripetute segnalazioni ricevute dai civili residenti nell’edificio e nel vicinato. Ha una bella gatta da pelare. Denuncia per disturbo della quiete pubblica. Dovrà venire con noi.»
«Santiddio, starete scherzando, spero?!» biascico confusamente.
«Affatto, ma… lei è ubriaco?»
«Puzza come una distilleria»
«Sentite, me ne vado a letto eh…»
«Non se ne parla, si metta qualcosa addosso e ci segua in caserma o sarà peggio per lei.»
Adesso nel palazzo tutti mi odiano. Il tizio di sopra, chiunque sia, continua a fare baccano e l’unica dormita decente da sei mesi a questa parte l’ho fatta sui sedili posteriori dell’auto dei carabinieri. Non so proprio come andrà a finire.
Gennaio 2025
