Vanessa di marco

Isabella

NUMERO 28 | FEB 2025

A svegliarla fu un suono che continuava a ripetersi come una goccia che cade da un rubinetto chiuso male. Era in un letto, le lenzuola bianche pulite, e il suono veniva da un marchingegno collegato a lei da fili. Aveva un ago in una mano dove scendeva lentamente un liquido trasparente.

Dopo pochi minuti, un uomo, un dottore a giudicare da quella cosa al collo per sentire il cuore entrò con una ragazza e le sorrisero:

“Bene, sei sveglia. Sei qui perché dobbiamo controllare che tu stia bene. Questa serve per dare al tuo corpo i liquidi di cui ha bisogno,” disse il medico indicando la bottiglia.

“Sei un po’ debilitata, ma sarai fuori in un battibaleno.
Nel frattempo, se vuoi qui fuori c’è la mamma.” 

“Dottore, c’è il vicequestore che chiede se può parlare con Isabella?” aveva detto un tipo tutto vestito di verde entrando nella stanza.

“Fai salire lo psic… il dottor Miele, e dì al vicequestore che arrivo”.

“Isabella, qui fuori un signore vuole parlare un po’ con te di quanto è successo. Pensano tutti che sei stata davvero coraggiosa, ma vorrebbero sapere come sono andate le cose. D’accordo?” 

Lei annuì, ma non capiva di quali cose parlassero. Lei era con Achille che era appena tornato da uno dei suoi giri in cui “rendeva felice una donna”.

Sorrideva contento, la sigaretta in una mano e il bicchiere di vino dall’altra.

Erano nella cantina, come sempre. Lei stava guardando fuori dalla finestrina che dava sul giardino.

Dalle sbarre riusciva a vedere il prato e, se si concentrava, sentiva l’odore dell’erba e riusciva a coprire la puzza che veniva dal secchio dei bisogni.

Achille non lo aveva mai cambiato negli anni, neanche quando le erano arrivata quelle perdite di sangue enormi dalla patatina. A lui piaceva tanto annusarla, toccarla anche se lui la preferiva quando era piccola e non una vecchia di ventidue anni. Lo odiava quando diceva così. E anche quando la legava e la faceva mangiare come i cani. Lui rideva e poi la prendeva da dietro “come si fa con le cagne”, diceva. 

E lei quel giorno, quando lui le aveva preso la testa e le aveva infilato quel coso puzzoso in bocca, non sapeva perché, ma come i cani aveva morso, morso e strappato.

Doveva dire questo a quel signore?

Febbraio 2025

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