bandenere
L’oracolo del banco frigo
NUMERO 29 | MAR 2025
La parola serve a nascondere il pensiero,
il pensiero a nascondere la verità.
E la verità fulmina chi osa guardarla in faccia.
Ennio Flaiano
Riaprii gli occhi. Li chiusi di nuovo.
Riaprii gli occhi. Dove mi trovavo?
Disteso nella neve soffice, controllai nocche e palmi delle mani. Pulsavano flebili.
L’aria sapeva di cotone e cognac. Potevo sentirla densa nelle narici. In alto, dormiva la luna bianca di un’altra galassia. Lontana e sospirante. Vedevo le cose fluttuare, come se qualcuno avesse lanciato un sasso nello specchio d’acqua del mio cervello. Quanto t’avevo amata, quanto ti amerei ancora. Ma ci sono gli amori dei sogni e gli amori della realtà: noi siamo sempre stati un amore dei sogni, anche quando abbiamo accarezzato la realtà. Adesso, senza sapere come, mi ero svegliato in questa pianura aperta e sterminata, ricoperta da una comoda e calda coltre di neve. In lontananza, una brughiera oscura faceva da premessa a montagne a tratti dolci e ondulate, a tratti aspre e spigolose, dove sorgevano tanti villaggi arzigogolati di alberi.
Stavo sognando? Ero morto? I barbiturici?
Dalla borsa verde di nylon, cacciai fuori la bussola, ma il quadrante era completamente in frantumi. Mi sarebbe servita a poco in questo stato, e coltivavo il dubbio che anche fosse stata intatta, mi sarebbe servita a poco qui, dove ogni riferimento della veglia precedente sembrava smarrito e ogni possibilità di orientamento da escludere. In cielo, non c’era neanche una stella. Mi sovrastava, aperta, una notte blu scura, sfumata verso tonalità più chiare solo dalla luna degli altri mondi. Sulle montagne si intravedevano luci fioche, sparse senza un disegno coerente. Di tanto in tanto parevano accendersi di intensità, brillare come pulsar e poi tornare a vedersi appena. Da un certo punto della brughiera, fitta e impenetrabile, sembrava invece alzarsi un fumo denso, di un ampio comignolo. Chi mai avrebbe potuto abitare in quel posto? Chi mai su quelle montagne ostili nella loro dolcezza e su quelle pendenze inaccessibili nella loro asprezza? Quale popolo astruso? Di quali sembianze?
Sperso e spaesato, con una certa melanconia che tracolava inspiegabile dal cuore, mi misi a sedere (prima), mi tirai in piedi (poi) e, senza neppure darmi una scrollata di neve, iniziai a mettermi in cammino verso la brughiera oscura (infine). La borsa verde, piena di orpelli e sistemi di misura della vita precedente, non la portai con me. Pesava troppo.
Come ci ero finito qua? È successo quando mi hai detto “chi siamo noi due? Chi siamo mai stati? Siamo un’adozione a distanza, coi cocci mantenuti assieme a colpi d’amplesso”? O è successo quando ti ho detto che eri scema?
Bè, non che io sia tutto ‘sto genio. Però tu, diciamo che tu eri più bella che intelligente. Sei d’accordo? Che per me, tra l’altro, me ne rendo conto solo ora, era il massimo: la bellezza ha un mistero insondabile, da che l’intelligenza rimarrà sempre chiusa fuori. L’intelligenza la puoi coltivare, siamo sinceri, la puoi studiare, e male che vada la puoi imitare. Ché tanto l’intelligenza assoluta, oggettiva, manco esiste. La bellezza, invece, no. La bellezza è. O non è. Mica la puoi fregare la bellezza. È per questo che a tutte le persone prossime, anche solo prossime, all’intelligenza piacciono le persone belle. Belle, e niente più. L’intelligenza è un accessorio che la sporca e basta alla bellezza vera. Gli dei mica parlano. Sono dei per assioma, non per dimostrazione. Se pure fossero intelligenti, non ci tengono a fartelo sapere.
Una bella vagina grassa e grondante si conserva tra le labbra la verità del mondo. Se la conserva solo per lei, in esclusiva universale. Certo è che ce la stanno sbattendo in faccia, ovunque, sempre, dappertutto, a ogni ora; siamo obbligati a contemplarla: fiche sempre più denudate, sempre meno allusive. Arriveranno ai coriandoli per coprirsi il clitoride, e nient’altro. Fino a che un giorno ce la disveleranno tutta, senza alcun coup de theatre, su Uno Mattina, svogliatamente, come ci si gratta dietro l’orecchio. E allora, quando ci accorgeremo che anche la fica è una sciatteria, un’illusione, l’illusione massima per carità, una carezza di verità, ma pur sempre un’illusione, allora saremo preda del nulla assoluto, profondo, irreversibile. Il sacro esiste nel mistero, la verità fin quando rimane sconosciuta.
Ho un vago ricordo mischiato, ora che ci penso, di come sono finito qua, che sia realtà o visione. Dev’essere quando sono andato a fare la spesa al Pam per calmare la frustrazione, dopo la litigata furiosa che abbiamo avuto. Ma l’orata del banco frigo – che neanche era fresca, voglio dire, si sentiva lontano un miglio che puzzava di tre giorni – ha dilatato la pupilla e s’è messa a fare il labiale muto: “ba_ba_ba_”.
Mi sono avvicinato per sentire meglio, l’orecchio teso al profeta travestito di squame e la faccia immersa nelle scaglie di ghiaccio del banco frigo, tra gli scampi e i polpi. Si sentiva niente di niente. Solo “ba_ba_ ba_”.
L’orata sorrideva. Cosa voleva dirmi? Qualcosa di sensazionale, sicuro. Il segreto della vita, di più, il segreto del bene che proviamo per gli altri, qualche volta, in modo inspiegabile. Chiusi gli occhi, le guancie bruciavano dal freddo. Lei mi aveva lasciato, ma l’orata umida era abbastanza incomprensibile da meritarsi il sentimento nuovo che nasceva.
Riaprendo gli occhi dalla luna di miele con le branchie, mi ritrovai qui: nel bel mezzo di una canzone folk nostalgica e avvolgente. La neve, gli echi, le luci fioche e pulsanti, i boschi scuri e romantici, i camini che crepitano, il plaid a quadrettoni: una di quelle canzoni che riscaldano gli inverni del cuore e ne tengono al riparo il poco tepore rimasto. Quelle canzoni che evocano il mistero di una tristezza dolce, di una solitudine compiaciuta e languorosa. Nobile e accomodante.
Dopo ore di cammino nella brughiera scura, raggiunsi il grande portoncino di una piccola casa in legno. Dal tetto, sboccava fumo denso. Rimasi in dubbio per un po’, ma alla fine bussai.
TOC – TOC – TOC.
Nessuno rispose. Il vento fischiava tra gli alberi arzigogolati, sfrondati di foglie. La luna ululava. Provai a ribussare, in cerca di accoglienza, sperduto e solo in un mondo che non riconoscevo. Ignoravo chi potesse aprire il grande portoncino, colorato di quello che aveva dovuto essere rosso intenso, e che ora sembrava più rosa salmone sbiadito.
TOC TOC TOC – TOC.
Di nuovo, niente. Eppure, dal comignolo sbuffava fumo bianco: il camino ardeva in piena, qualcuno (uomo, donna o bestia) doveva stare alimentarlo. Qualcuno che, a tutta evidenza, voleva goderselo per sé, senza scocciatori confusi.
Stavo per andarmene, quando una voce eterea e sensuale, una voce di donna mai udita prima nella vita, che sembrava provenire allo stesso tempo da dietro la porta della piccola casa, dal bosco nero e dalle luci arcane delle montagne, mi disse: “Attento a te, piccolo uomo della città, se possiedi un cuore puro e ti rallegri della vera bellezza, bussa per la terza volta. Bussa, e io mi aprirò a te, ti schiuderò le porte di significato che veleggiano sulle mie cosce, ti racconterò le storie che si raccontavano le divinità prima che nascesse il mondo e ti farò scaldare al calore del mio focolare, che ravviva la carne e commuove lo spirito. Al contrario, se ancora non sei pronto a innamorarti delle brutture, le disarmonie e le promesse di felicità, attento a te. La porta ti rimarrà serrata e sarai costretto a vagare tra le rocce ostili e i rami arzigogoli, a chiedere asilo ai popoli deformi e affamati delle montagne: lassù penserai di aver scampato la morte, e ne avrai abbracciata una ben peggiore.
Se sopravvivrai per 12 giorni e 12 notti alle loro abitudini mefitiche, alle suppurazioni di pus e sangue, ai banchetti sfrenati che slabbrano lo stomaco, allora, solo allora, torna vivo alla mia porta, mutato nel cuore, e allora, solo allora, verrai accolto come ospite onorato: sarà quello il giorno in cui ti spalancherò le gambe del tempio e ti avvicinerò la cialda umida sulla lingua distesa, cosicché tu possa rinascere in te, schiudere le sinapsi gravide e tornare ai mondi da cui provieni per dialogare in saggezza con le orate del banco frigo”.
Tutto questo, così mi accadde, secondo la profezia sinuosa. E dopo aver visto, adesso dico a voi, perché possiate finalmente comprendere:
b a_ b a_ b a_
Marzo 2025
