Ambra Vannoli
Prendi le tue medicine
NUMERO 29 | MAR 2025
Non ne sarebbero bastate poche. Mi servivano tutte, dalla prima all’ultima, non ne andava sprecata neanche una di goccia.
Ci avevo pensato tanto, e non vedevo null’altra gioia, nessuna liberazione più grande. Per mesi mi ero seduta al tavolo della cucina e a mente avevo ponderato e progettato ogni dettaglio, mentre con le mani seviziavo la tovaglia plastificata con i girasoli.
Per anni mi ero immaginata come sarebbe stata liberatoria quella sensazione. Cosa serviva? Una ricetta medica. Io non potevo, almeno non più. Avevo tutti gli occhi addosso, anche se erano passati tanti anni dall’ultima volta che ci avevo provato, ma tutti loro avevano ancora paura. Io lo so che in ogni sguardo che concentravano su di me c’era quel lampo di ammonizione, un “non farlo mai più” severo. Avevo pensato di chiedere direttamente la ricetta, ma il dottore mi avrebbe chiesto perché ricominciavo a prenderle. Perché le volevo? Avevo l’ansia? Dormivo? No, io stavo bene, no? Stavo benissimo, benissimo.
Sotto i portici di via Sardelli è facile trovare qualcuno di utile. Non avrei mai comprato direttamente da chi ti sbatteva in faccia quello di cui avevi bisogno, chissà che roba mi avrebbero rifilato. Tagliata male, contraffatta, o peggio scaduta. Volevo solo intercettare qualcuno, mandarlo dal medico, poi in farmacia, ero anche disposta ad accompagnarlo, così avrei avuto quello che volevo subito, pulito, sicuro, fresco, controllato. Giovanna mi disse di sì per cinquanta euro e la colazione al bar della stazione. Prese il cornetto con la crema al pistacchio, un cappuccino con il cacao che rinforzò con una bustina e mezzo di zucchero.
Lasciò la metà amputata sul bancone, mi hanno sempre fatto tenerezza quelle bustine così mutilate nel loro mezzo corpo.
Che fine avrebbero fatto? Le avrebbero gettate intonse, senza aver potuto svolgere appieno il loro compito di dare dolcezza al mondo, solo perché qualcuno aveva deciso che erano troppo. Quelle monche bustine di zucchero il barista le avrebbe gettate, che se ci si pensa bene sarebbero state ancora utili per qualcuno anche se non integre e perfette. Io ero come una di quelle bustine di zucchero usate, spezzate, e gettate via.
Giovanna sorrideva a tutti gli uomini che incrociava. Se passava qualche bel ragazzo doveva per forza dirgli ciao bello alzando un braccio e agitando la mano, come fanno i bambini che salutano. Aveva una manica della giacca logora, che puzzava di tequila del discount. Io riconobbi quella tequila, era la stessa che tante volte avevo bevuto in qualche notte avvilita e senza stipendio. Giovanna viveva in stazione da sempre, racconta che il fidanzato l’aveva abbandonata e lei aveva deciso di lasciare la vita seria per ripicca. Ripeteva spesso a se stessa, ad alta voce, la sua storia. Non sapeva leggere bene, era buona ma ogni tanto aveva dei momenti in cui diceva di sentire nella sua testa quell’altra Giovanna che le prendeva a morsi i pensieri e le diceva cose cattive e brutte. Lei urlava, piangeva, lanciava scure bottiglie di Peroni in aria per potersi liberare di quella vocina, poi finiva in ospedale, le davano delle pastiglie e le mettevano l’ago al braccio. In reparto mangiava sempre tre volte al giorno, così lei si ingentiliva, la portavano dalle suore ma poi non sapeva come, tornava sempre in stazione.
L’avevo scelta perché per lei girare con me era come una passeggiata con un amichetta il sabato pomeriggio. Portai Giovanna davanti al portone del suo medico di base, senza battere ciglio uscì fuori dopo quaranta minuti con un foglio. Era contenta, si era vestita di giallo, portava un cappellino stampato a fiori e aveva le guance rosse piene di capillari scoppiati che sorridevano con lei. Subito mi misi sotto il naso la ricetta, ero diventata così esperta che sapevo anche leggere la scrittura mistica dei medici.
Era stata brava Giovanna, si era fatta dare una scorta bella robusta di Xanax in gocce da 0,75, la boccetta da 200ml, poteva prendere con quel foglietto fino a cinque flaconi, scorta tale affinchè il medico non se la sarebbe rivista appestare la sala d’attesa per qualche mese. In farmacia le chiesero la tessera sanitaria, lei aveva solo quella provvisoria. Disse che le suore avevano fatto richiesta e che aspettava quella nuova. La farmacista era giovane, mi guardò veloce, si mise una mano davanti alla naso. Per dare un senso alla mia presenza le dissi che ero una volontaria dell’istituto. Posava gli occhi crucciati su mi me come a chiedermi come facevo a stare vicino a Giovanna senza svenire per l’odore. Cara ragazza si fa di tutto quando si ha un obiettivo. Veloce impacchettò il mio tesoro, pagai io la ricetta. Avvolte nella carta bianca con le croci verde erano pronte a liberarmi. La ragazza sbrigativa non mise il solito timbro, mi scoppiò il cuore di gioia. Una fortuna, potevamo in caso avessimo fallito, usarla di nuovo. Giovanna fuori dalla farmacia mi disse che ora lei aveva fatto quello che volevo, ora dovevo dargli i soldi. Gli diedi due banconote da venti e una da dieci. Mi disse che no, voleva la banconota intera, lei era una signorina e voleva i soldi belli. Lo diceva ridendo e sbavando un po’. Le diedi i cinquanta euro. Li nascose raggiante nel reggiseno, dichiarando al mondo che lei ora aveva i soldi veri, ora poteva spassarsela. I pendolari e i turisti la guardarono spaventati, non aveva ottenuto l’effetto desiderato.
Mentre camminavo verso casa sentivo i flaconi di vetro rimbalzare nelle loro scatole, che galleggiavano nella busta. Era bello sentirli, mi dava pace. Giovanna non era stata la prima, avevo ripetuto questo giochino di scambio anche con altri.
A casa scartai l’ultima parte del mio tesoro, misi le cinque scatole in fila, non tirai fuori le sentinelle di vetro. Mi piaceva vederla quella confezione, bianca e blu, con una riga azzurra. Il nome scritto in Integral CF Heavy, con le lettere grasse e piene: XANAX. Avvicinai il resto della mia compagnia per la serata, eravamo finalmente al completo.
Cinque flaconi di Xanax, 4 di Valium, 3 di Rivotril e 5 di Halcion. Avevo preso dell’eroina, un atto molto audace da parte mia, due bottiglie di vodka, stavolta quella buona, mi volevo fare un ultimo regalo. Quella era la sera. Presi un foglio bianco e scrissi qualcosa, dovevo essere ferma e non lasciare dubbi. Dovevo dire tutto quello che dovevo e volevo, tutto.
Non avrei avuto un’altra possibilità, questo lo speravo davvero. Bagnai il foglio, lo buttai, mi ricomposi e ne presi uno nuovo. Erano le mie ultime lacrime quelle, che uscirono disperate per non restare in me, loro avevano ancora voglia di vivere, si aggrappavano alla carta per una nuova vita. L’ultimo vestito che volevo indossare lo avevo fatto pulire e stirare in lavanderia, lo misi sulla sedia della camera da letto, con le scarpe e il resto delle cose che volevo con me. Due foto, il libro di poesie di Caproni che mi aveva regalato nonno, la collana di mamma.
Un bigliettino con le mie ultime istruzioni spuntava sul comodino. La scritta ISTRUZIONI in rosso era chiaramente la prova del grado della mia stima sulle capacità cognitive delle persone attorno a me. Mi svestii e nuda fissai il mio bottino sul tavolo della cucina, ero stata brava, ora dovevo prenderle tutte le mie medicine. Pian piano mi ero procurata tutto, senza che nessuno se ne accorgesse. Io la percepivo in loro, la puzza di paura ogni volta che aprivo lo sportellino dei farmaci per prendere del paracetamolo, quando avevo una giornata che mi schiacciava e mi vedevano spenta, quando non rispondevo nel giro di qualche secondo al loro al bussare alla mia porta. Sentivo la puzza della loro paura invadermi le narici, come il fiato di Giovanna su di me quel giorno in farmacia.
Guardando il mio materiale mi preoccupò pensare che serviva tutta quella roba per stroncarmi, quanto tempo ci sarebbe voluto? Che importa, non avevo più niente, solo all’idea di liberarmi dalla fatica il mio respiro si calmò, quel blocco alla bocca dello stomaco si sciolse come un effervescente digestivo appena tocca l’acqua. Già sentivo i primi effetti positivi senza neanche toccare una goccia di Valium. Mi misi davanti allo specchio, mi pettinai i capelli, mi tolsi l’orologio. Lo misi in una bustina e ci scrissi sopra “Per Nena”.
Ero ancora bella, il rossetto rosso scorreva veloce. Mi stava così bene, era nuovo, comprato per l’occasione, peccato che doveva fare quella fine, lo avrebbero buttato sicuramente, assieme a tutte le mie cose. Uno spreco. Sarebbe arrivata lei con i sacchi neri e piangendo avrebbe messo tutto lì dentro, senza guardare nulla per davvero, innaffiando tutto di disperazione, quella che corrode tutto quello che trova. O chissà se Nena alla fine avrebbe pagato qualcuno per farlo? Le mie cose sarebbero state trattate come paria, e buttate via, ormai orfane. Quel rossetto compreso, che aveva toccato solo le mie labbra una volta, per l’ultima. Stavo per dare a Nena un dolore che non volevo darle, e l’idea di farle così male mi aveva fatto trascinare per anni china nella mia sofferenza. Io ci avevo provato davvero, ma non avevo più niente, vedevo davanti a me una vita già scritta, tutta uguale, giornate difficili di angoscia, un continuo sussulto di notte e di giorno, sarebbe andata così. Ero stanca. Che senso aveva infliggermi questa pena? Era tempo di essere gentile con me stessa.Cominciai dalla cosa che mi spaventava di più, l’eroina. L’idea di iniettarmi quella roba nelle vene mi faceva ribrezzo, ma mi faceva più orrore l’idea di fare cilecca nel mio piano. Mi serviva quella spintarella, alla fine avrei sofferto ora per non farlo più. Presi un bel respiro di incoraggiamento, segui le istruzioni che avevo trovato online, preparai la mia dose. Nelle pause tra la preparazione di quella roba e la ricerca del mio coraggio, mi lanciavo in gola un po’ di vodka usando bicchierino di vetro colorato di verde con scritto DUBLIN, souvenir di qualche parente. Riempii la siringa, strinsi il laccio e concentrando tutta la forza che avevo ancora addosso spinsi l’ago raccattando ogni pezzo di coraggio dentro gli antri più impensabili del mio corpo. Il liquido, il calore, poi una nebbia zuccherosa che mi prese per la gola. Era la mia prima volta con lei, era stata dolcissima, rotonda e veloce. Con una gioia chimica attaccata alla faccia e un ancora qualche grammo di lucidità le presi, toccai il primo cartone e scartai il suo prezioso contenuto. Eccole, le mie preferite, le mie goccine, intonse nuove. Le volevo prendere da sole, volevo degustarle, non mescolarle con altra roba. Presi un calice elegante dalla credenza, stranamente senza cadere e senza rompere nulla, versai uno sbuffo d’acqua e poi tutto il contenuto della prima boccetta. Ricordai a me stessa che non dovevo fare la tirchia, dovevo metterle tutte. Obbedii immediatamente. Tutto d’un fiato. Sapevano di arancia amara, quel sapore che conoscevo bene. Quella nota agrumata mi dava gioia, da sempre era il preludio alla pace. Sapevano di calma, di “tutto andrà bene adesso”. Lo stesso sapore che mi aveva abbracciata per anni e anni, aveva rallentato lo scalciare del petto, reso il respiro più fresco, rilassato ogni parte del mio corpo che ora non obbediva più a me ma allo Xanax stesso. Su di me ha sempre avuto un effetto speciale, era la mia cosa preferita in assoluto. L’avevo fatto non potevo tornare indietro ora. Presi il telefono e misi sulla mia playlist che avevo preparato, giusto per non restare sola con il silenzio funereo. Faticavo a tenere gli occhi aperti, furono loro i primi organi a disobbedire alla vita.
Secondo le mie fantasie ora dovevo continuare. Fantasie appunto. Era pesantissimo andare avanti, inumano. Provavo a mozzicare l’aria, a prenderne bocconi sempre più grandi, sembrava non bastare mai, sembrava chiedermi un prezzo altissimo. Guizzò da un lato del mio cervello il ricordo che dovevo prendere altre cose, ma qualcosa mi trattenne a letto. La gamba destra era sprofondata nel sonno, litigammo finché me la portai in cucina. Respiravo ancora prendendo a fatica a morsi l’aria, a fare quell’azione che era sempre stata così naturale, il primo atto di vita, ora era faticosissimo. Mi trascinai di peso verso il tavolo e svuotai del Valium non so dove, non vedevo che i contorni delle cose, avevo perso la facoltà di mettere a fuoco. Un immagine guidò le mie mani, la destra mise nel bicchiere qualcos’ altro, forse de Rivotril, o chissà che cosa. Ero stanca, in un modo nuovo, mi supplicavo di respirare, ancora per poco, che tra poco non dovrai farlo più. Tutta la fatica di vivere degli ultimi anni sembrava essermi piombata addosso, mi stava appiccicata come un opprimente koala di 80 chili sulla cassa toracica. Il bicchiere sbatté sui miei denti, un rumore sordo mi riempì le orecchie, avevo preso male la mira. Il corpo obbedì e le mandò giù a ripetizione, probabilmente mi aiutavo con la vodka per inghiottire meglio, sentivo bruciare la gola. Dottore come sono brava ho preso quasi tutte le medicine che mi fanno bene. Guardai la mia faccia e i miei occhi allo specchio. O meglio quello che doveva restare di me. Si stiamo facendo la cosa giusta, sono felice. Li avrei chiusi quegli occhi pensai presto, si sarebbero riposati. Lo faccio per loro, per la mia mano, per la mia bocca, per le mie gambe, per il mio cuore. Per me. Anche stavolta, tutto d’un fiato. Ma non le avevo già prese?Presi di nuovo il calice ci misi dentro non so quanto altro, mentre la vista cominciava a sciogliersi in un liquido senza forma, e le mani afferrare il vuoto mentre le gambe cominciavano a non rispondere per davvero al mio volere. Eravamo sulla strada giusta. Gli occhi mi supplicarono di chiudersi nonostante i miei no, obbedii. Il corpo volle abbandonarsi, obbedì ovviamente.
Ebbi la sensazione di trovarmi nel mio letto, come ci ero arrivata? Erano tutti in circolo dentro me, un festino senza precedenti, come mai nessuno dentro di me. Vomitai, non so quante volte. Forse solo una? Potevo morire semplicemente soffocandomi con il mio vomito. Sarebbe stato un modo per andarsene come un altro, certo non dei più eleganti. Ebbi un lampo in testa: dovevo ancora prendere il mio secondo bicchiere? Lo avevo preso? O ne avevo preso un quarto? Non riuscivo più a tenere il conto. Il corpo ballava da solo in quel letto, che silenzioso mi abbracciava. Un ultimo sorso di vodka, o era Xanax? Forza fatti coraggio, ma le braccia non ce la facevano più, il bicchiere arrivò a fatica sulle mie labbra, d’improvviso ebbi la sensazione che una parte del mio piumone era bagnato. Giravo su me stessa? E poi?
Poi.
Non ci sarebbe stato più un poi, non lo avrei più pronunciato, né pensato. Gli occhi si chiudono, il cervello. In lontananza un urlo, una porta che viene spalancata. O forse era solo un retropensiero, un ultimo grido di qualche parte di me che aveva ancora voglia di vivere. Forse dovevo prendere un altro po’ delle mie medicine.
Marzo 2025
