Massimiliano Davies
Rifrazioni
NUMERO 30 | APR 2025
Vuoto un bicchiere di amaro. Con il caffè, mescolato a saliva, a tabacco, ne ho bevuti molti di amari nella saliva pregna di amaro, nelle lingue che si fanno salate di pianto, ho toccato gambe inermi percorse da piccoli tremori, ho fatto del male, sono stato straziato. Sul piccolo autobus in procinto di scalare il Gianicolo rivedo le unghie laccate di azzurro, di nero, di rosso. Paesaggi di vene verdi fiorivano oltre la pelle ialina. Sono stato abbandonato. Ho abbandonato. E penso a te, magra, quando mi dicesti di aver appena tirato lo sciacquone, dicesti di aver appena espulso un grumo sanguinolento, un uovo fecondato impiantatosi nel tuo utero che non è riuscito ad attecchire.
Un giorno, dicevo che, un giorno avresti camminato scalza sull’erba. Immaginavamo un giardino di cui in parte conoscevamo già le piante. Ma è indicibile ora, mentre sul bancone di marmo scheggiato scoppia una bolla di sapone e mi indoro dei bagliori delle bottiglie di liquore, è indicibile ora il dolore.
Un aprile. Ricordo uno zaino lasciato a terra, ti attendevo. Correvi sulle punte, i capelli tinti di biondo per metà soccombevano alla ricrescita. Avevo attraversato Wrocław a piedi, varcato il ponte giallo amariglio, mi ero sdraiato su un tavolo da ping pong a Sępolno, su un prato eri sdraiata su un tavolo da ping pong accanto a me. C’erano Dominika e Ada e Anton, c’erano gli odori dell’unico ristorante cubano in Polonia – di banane fritte in olio vecchio – e le tue gambe lunghe rivolte al cielo che camminavano sul cielo, azzurro per la prima volta dopo mesi, che si sgretolava. Anton insegnava a Woland, un husky, ad ululare ululando a petto nudo. E se tu camminavi sul cielo disteso come una coperta sul nostro tavolo da ping pong – su via Partyzantów – se tu con i piedi tesi tendevi il cielo fino a formare una tenda, noi sotto giocavamo ad amarci.
Era il tempo in cui ti dicevo di non stare nuda alla finestra e l’alba da quella finestra era una marea insormontabile cui arrendersi. I raggi di luce che penetravano nella veranda, arenandosi sul parquet vetusto – zabierz mnie do morza, “portami al mare” cantava la radio – ci trafiggevano. Le ossa di Ada, di Dominika, di Anton, di Anna, come cristalli. Ognuno con un bolo di litanie guaste nel petto, fumavamo sul tetto e misuravamo con gli occhi le distanze – quanti passi fino all’orizzonte, quanti giorni alla primavera, quando avremmo cambiato casa. Misuravamo il tempo che ci era stato concesso per spingere più in là la morte. Ora vedo quanto in realtà brillassimo in quella calda soffitta, quando mi accogliesti con gli occhiali a forma di cuore e solevamo strapparci in mille coriandoli ricadendo a cascata sulle poltrone color ocra, sulle zuppe di barbabietola, sulle fiasche di vodka all’amarena, sui palazzi grigi. Avevamo le dita ancora intrecciate quando piansi ubriaco di te seguendoti e sentivo di amarti tanto da voler piangere, mentre guardavamo, tra il Kaufland e la stazione, le luminescenze dei tram e i tigli ancora spogli e le sale fredde della stazione e c’era un ricordo di neve o di carbone nell’aria.
Non rimane che una bolla, un utero traslucido d’opale sottile, un organo ormai superfluo. Vorrei poter solcare le onde del sonno, nelle notti di oblio, approdare ancora in quella bolla di luce. Bevo lo Jager e tutto è finito. Il tuo racconto del giorno in cui avevi scoperto la forza di gravità e non la smettevi più di saltare. Il tuo racconto in cui tuo papà ti faceva arrampicare sul tetto di una Passat. Tutto è passato. I pomeriggi di Xanax quando Jakub mi disse “è quella giusta se stai così”, l’estate sul Baltico nel bosco a picco sul mare e nel mare a picco sul bosco, l’estate breve che finisce a fine agosto in una goccia, in uno stagno.
Aprile 2025
