Sergio Oricci

La multinazionale è una famiglia

NUMERO 30 | APR 2025

La multinazionale è una famiglia anzi una scuola anzi la vita anzi la multinazionale è come fare il militare (ma senza l’estetica fascista o meglio nazista)

Pippi ha lasciato l’Italia nel 2015 con il sogno di lavorare all’estero, di vedere cose o di non vederne a seconda della destinazione, di ripartire da zero o di essere lo stesso eppure cambiato, un altro, sempre quello, un potenziale successo, tanto talento sprecato, quello di Pippi, glielo diceva sempre sua zia, una passione per le lingue (che non parla ma ci è portato), per la musica, il disegno a mano libera con le matite come si faceva una volta, niente digitale, figuriamoci le intelligenze artificiali al plurale, e con una naturale inclinazione a credere a quello che legge, difatti l’idea del sogno di lavorare all’estero e di vedere cose o di non vederne a seconda della destinazione, di ripartire da zero o di essere lo stesso eppure cambiato, un altro, sempre quello, un potenziale successo nasce da un articolo letto su Focus sui call center della Germania meno conosciuta, dove fa freddo e i ragazzi o post-ragazzi come lui possono andare per guadagnare millecinquecento barra duemila euro netti al mese rispondendo alle chiamate di questo o quell’altro che chiede aiuto per questo o quell’altro motivo, sempre questioni tecniche di cui Pippi non sa niente, con i suoi dreadlock che ondeggiano quando cammina e i suoi neanche sessanta chili per un metro e ottanta e qualcosa, e il suo djembe legato attorno alle spalle e le sue cannette e il divano di sua madre e un padre che chissà dov’è, cosa ne può sapere Pippi di questioni informatiche, aritmetiche, di formule Excel e di ordini inevasi, ma questi sono problemi da risolvere poi, in un secondo momento, durante il periodo di training retribuito, così diceva l’articolo, training retribuiti e grandi, giganteschi call-center in mezzo al nulla.

Pippi è alla stazione, lo ha accompagnato sua madre al binario dove i tornelli stabiliscono la distanza tra chi resta e chi va, eppure è già forte la sensazione nostalgica del ritorno. Il treno è pieno ma non porterà Pippi nella Germania meno conosciuta dove fa freddo e i ragazzi o i post-ragazzi come lui possono andare per guadagnare millecinquecento barra duemila euro netti al mese rispondendo alle chiamate di questo o quell’altro che chiede aiuto per questo o quell’altro motivo, sempre questioni tecniche di cui Pippi non sa niente, con i suoi dreadlock che ondeggiano quando cammina e i suoi neanche sessanta chili per un metro e ottanta e qualcosa, e il suo djembe legato attorno alle spalle e senza neanche più le sue cannette e il divano di sua madre, insomma Pippi non andrà in Germania ma altrove e non guadagnerà millecinquecento barra duemila euro netti al mese ma cinquecento barra seicento, e spera che bastino almeno per sparire.

Pippi viene deportato, no, cioè trasportato, da un treno con cui raggiungerà un autobus con cui raggiungerà un aereo con cui raggiungerà un taxi in un altro Paese con la P maiuscola, l’altrove con la a minuscola. Pippi è in taxi e guarda di qua e di là, una piazza e l’altra, e tutte le strade sembrano vuote anche se sono pienissime e tutti gli edifici sembrano grigi anche se sono coloratissimi (oppure no) e tutti i pensieri sembrano confusi anche se sono lucidissimi (o magari no) e tutti i respiri sembrano pesanti anche se… no; i respiri sono pesanti. Pippi suda e prova a non farlo, come se controllando la respirazione potesse dare un senso anche al suo traspirare, inspira e non espirare, inspira e smetti di sudare. Pippi scende dal taxi e, insieme alla persona che lo accompagna, entra in un edificio a otto piani, prende un ascensore stretto e trasparente su un lato e avverte un senso di vertigine che prova a reprimere spostando lo sguardo verso la pulsantiera; l’ascensore si ferma al quinto e l’accompagnatrice fa segno a Pippi di uscire. Pippi cammina nel corridoio, fino a quando  l’accompagnatrice si ferma davanti all’appartamento cento e qualcosa e bussa. La porta si apre e un uomo sui cinquanta parla una lingua che Pippi non capisce. Pippi ascolta lui e lei parlare e non capisce, lei di tanto in tanto si volta verso Pippi e traduce qualcosa in una lingua che Pippi è in grado di comprendere solo parzialmente, Pippi si lascia cullare dai suoni e dai pochi momenti di silenzio e mentre gli mettono davanti una serie di fogli da firmare sa che non sa cosa sta firmando, non nel dettaglio, ma ha capito che potrà e dovrà fidarsi, in parte perché non ha una seconda possibilità e in parte perché è bello lasciare che siano gli altri a decidere per te, pure se fossero mossi da cattive intenzioni. Pippi sorride e si vergogna dei suoi denti, è sempre stato bello peccato per quei denti, e pensa che se fosse andato nella Germania meno conosciuta, dove fa freddo e i ragazzi o post-ragazzi come lui possono andare per guadagnare millecinquecento barra duemila euro netti al mese, allora forse avrebbe potuto rifarseli, prima o poi, ma lì dove si trova adesso, con cinquecento barra seicento euro di cui duecento barra trecento se ne andranno per l’affitto, le bollette e poi c’è ancora da mangiare e da bere, se possibile, be’ i denti li rifarà un’altra volta e rimarrà alto, magro, che bei capelli, bello peccato per quei denti, che è una possibile identità come tante altre, se poi sia migliore o peggiore delle altre non è dato saperlo anche perché per avere una misura, una distanza, bisognerebbe basarsi su dei dati ordinati in fogli di calcolo che Pippi non ha mai neanche provato ad aprire, a leggere, neanche a immaginare di aprire o di leggere, tranne adesso, momento in cui gli risuona in testa in numero di volte in cui l’uomo al telefono gli ha chiesto di Excel, e il numero di volte in cui lui ha risposto no.

È la multinazionale che ha messo Pippi sul treno, è la multinazionale che ha organizzato il tour in taxi, è sempre la multinazionale che ha portato Pippi in un ufficio a firmare cose che non capisce, e poi in banca a firmare altre cose che non capisce, e ancora su un divano a firmare cose che non capisce o che capisce solo parzialmente, ed è la multinazionale che ha fatto tutto questo, lo ha preso e deportato, cioè no, trasportato, e Pippi è stato dunque accolto, coccolato, no cioè, collocato, e questo è il modo in cui la multinazionale lavora, anche per uno come Pippi, pensa Pippi, anche per uno che vale cinquecento barra seicento al mese, pensa Pippi, tutto questo lavoro, tutte queste persone, tutte queste felicitazioni, no cioè, facilitazioni, tutte queste procedure e firme e tutti questi sforzi, questo impegno, tutto questo muoversi in modo coordinato e leggermente, così pare a Pippi, imbarazzato, la multinazionale è come una famiglia, pensa Pippi, la multinazionale lontana da casa gli ha dato una casa, un lavoro e una lingua che non può interpretare, un insieme di suoni e di pause, la multinazionale. E mentre Pippi si misura la febbre nel suo appartamento vuoto (non c’è neanche una forchetta) pensa a quanto sia fortunato e quando si sfila il termometro (che si era portato dietro non si sa mai) da sotto l’ascella legge trentotto e tre e pensa accidenti, passerà, anche la solitudine.

Pippi ha le spalle al muro come tutti gli altri, e pensa chissà quando toccherà a me, e quando lo chiamano dice a sé stesso sorridi ma senza denti, ricordati di sorridere senza mai mostrare i denti. È questione di un attimo, che bei capelli, bello peccato per quei denti. Pippi fa tutto quello che gli dicono di fare, è sempre stato bravo a seguire le istruzioni. Viene accecato da un flash e poi gli fanno segno di andare. Gli danno un badge identificativo, deve stare attento a non perderlo altrimenti il costo della copia gli verrà detratto dallo stipendio. Nella piccola fotografia Pippi è un uomo nuovo, un ragazzo, un altro, lo stesso, si vede dagli occhi che ha trovato il coraggio, con le stesse paure di sempre, un nuovo inizio, è scarico, stanco, depresso, stressato, pieno di entusiasmo. Gli legano al collo il guinzaglio e il badge e gli dicono benvenuto nel team, mi raccomando, siamo qui, per qualsiasi cosa; è una bella cosa l’indipendenza, il cavarsela da solo, non dover chiedere niente a nessuno, ma insomma ecco puoi sempre chiedere, è meglio (o peggio) essere soli senza esserlo, avere una famiglia senza averne una, una multinazionale che ti vuole (bene) finché può, finché deve, una multinazionale che ti odierà? Che odierai? Non è questo il momento per i cattivi pensieri, non è questo il momento per non capire l’inglese; il badge è uno specchio, lo specchio di Pippi, sono passati pochi minuti eppure Pippi già fatica a riconoscersi lì, in quella piccola foto 2×2, è invecchiato, un adolescente, ha sudato, i capelli, i suoi bei capelli, ha sorriso ma senza denti, è bello, Pippi, bello peccato per i denti.

Dunque è oggi il primo giorno di training; retribuito? Chiede qualcuno. Retribuito, risponde qualcun altro. Pippi immagina di essere tornato a scuola; non è mai stato bravo a studiare. Due settimane saranno sufficienti per imparare? Un tempo lunghissimo, è passato in un attimo. Lavagne di carta piene di brutti disegni a pennarello, nozioni di hardware e software e cose ancora più morbide come la comunicazione. Bisogna sapersi comportare, bisogna saper usare le posate, le regole del galateo del call-center sono molte, una lista lunghissima che inizia su una lavagna e continua a terra, oltre le sedie, oltre i piedi di chi siede, oltre la porta (chiusa o aperta che sia) nei corridoi, nei bagni degli uomini e delle donne e poi ancora oltre le scale, la sala mensa, oltre la finestra e le aspettative, oltre il desiderio di esserci, di non essere lì, di essere sì ma da un’altra parte. Bisogna insomma saper rispondere Pronto, mi chiamo Pippi in cosa posso esserle utile? E poi provare a essere utile, per quanto possibile, se possibile, anche quando è impossibile. 

Il Trainer con la t maiuscola che gestisce il training con la t minuscola si rivolge a ragazzi e ragazze, uomini e donne, come se da quelle otto ore al giorno dipendesse il proprio destino e quello degli altri e in un certo senso perfino comprensibile il destino della razza, cioè della razza umana, cioè della specie, cioè di coloro che chiameranno e di coloro – Pippi e gli altri – che risponderanno, e bisogna sapere tutto senza saperlo, saper cercare le informazioni senza perdere tempo, saper mettere in attesa un cliente senza farlo aspettare, e saper dare una soluzione anche quando una soluzione non c’è. È importante dare sempre una risposta affermativa, anche quando si sta rispondendo no. Bisogna eseguire gli ordini, nel call-center, bisogna dire sempre di sì, nel call-center (oppure no, ma dicendo sì, come quando si risponde al cliente), e non bisogna chiamarlo call-center, il call-center, perché questa è una multinazionale, e potrà mai essere questo un call-center, pensa Pippi, se ci dicono di non chiamarlo così? E la sera quando Pippi telefona a sua madre le dice che forse da oggi dirà di lavorare per una multinazionale, non al call-center e la mamma gli risponde sì e Pippi non sa se sua madre gli stia rispondendo no dicendo sì o se, non lavorando lei in una multinazionale o in un call-center, stia semplicemente dicendo sì perché pensa sì, sì o no riferito a cosa poi è un’altra faccenda troppo complessa da sciogliere adesso.

Pippi deve affrontare un test, sono venti domande scritte in inglese su un foglio stampato su cui può scrivere soltanto con la penna che gli è stata consegnata, e se lo supererà potrà finalmente sedersi al suo posto, un posto tutto suo con un computer anzi no, come lo chiamano qui un thin client, e insomma se lo supererà avrà il suo thin client e il suo telefono virtuale e potrà finalmente rispondere alle chiamate di questo o quell’altro che chiede aiuto per questo o quell’altro motivo, sempre questioni tecniche di cui Pippi non sapeva niente prima del training retribuito ma di cui adesso sa tutto o almeno abbastanza, o così gli è stato detto e Pippi pensa di dover credere a tutto quello che adesso gli viene detto, perché è bello credere agli, altri, fidarsi degli altri, è bello fidarsi anche di chi ti sta per fregare, ma non è questo il caso; la multinazionale non ha nessun motivo per fregarti, pensa Pippi, perché se mai una fregatura c’è stata, è avvenuta all’inizio di tutto, quando ti sei messo su un treno con cui hai raggiunto un autobus con cui hai raggiunto un un aereo con cui hai raggiunto un taxi, e con quel taxi hai raggiunto un ufficio, una banca, un appartamento, un altro ufficio e quindi hai firmato un contratto e ti sei fatto mettere al muro e fucilare, cioè no, fotografare, ecco quando c’è stata la fregatura, se mai c’è stata, ma c’è stata? 

Pippi è seduto davanti al suo thin client, in tanti lo hanno deriso, anzi no, gli hanno sorriso, e gli hanno detto che bei capelli e nessuno gli ha detto bello peccato per quei denti, e qualcuno gli ha detto di chiedere, nel caso abbia bisogno di aiuto, e poi quando a un certo punto, finalmente, troppo presto, è rimasto solo, si è accorto di tutte le voci che lo minacciavano, cioè, che lo circondavano, voci ovunque, in lingue in parte conosciute e in parte no, e i suoi colleghi italiani, quasi tutti di Taranto, gli sono sembrati ostili, no anzi ospitali, con i loro sorrisi e il loro darsi di gomito, e poi il telefono virtuale ha iniziato a squillare.

Buongiorno sono Pippi cosa posso essere? Bisogna essere pronti a tutto, gli hanno detto, e Pippi si è preparato a tutto ma non a quello che sta succedendo: parlare con uno sconosciuto di questioni informatiche, aritmetiche, di formule Excel e di ordini inevasi. Buongiorno sono Pippi cosa voglio essere, Buongiorno sono Pippi, buongiorno. Gli hanno messo di fianco una ragazza che ascolta insieme a lui la chiamata e, al terzo Buongiorno, la ragazza interviene e dice Buongiorno sono Alina mi scuso c’è stato un problema tecnico in cosa posso esserle utile? E il punto interrogativo è forte e suona come una campana a morto. Pippi prova a nascondersi non nascondendosi, cerca di immaginarsi in un bosco, a centinaia, migliaia di chilometri da Alina, dai telefoni virtuali e dalla paura di farcela, di non farcela, di farcela non facendocela o di non farcela pur facendocela, e cerca di respirare a fondo, Pippi, e pensa che arriverà il momento in cui tutto gli verrà semplice, un tempo in cui il call-center, anzi la multinazionale, sarà il suo posto, e si chiede se sia questo che vuole, e si risponde senza pensarci troppo che quello che vuole è che tutto questo passi rapidamente, e che arrivi presto il tempo in cui non ci sarà più bisogno di farsi delle domande ma solo di mettere un gesto dopo l’altro in sequenza, una parola dopo l’altra in sequenza, senza pensare al futuro, alle conseguenze, al tempo che passa e a quello che è già passato, per poi risvegliarsi un giorno non più ragazzo o post-ragazzo, ma uomo, come si dice fatto e finito, e la speranza è che qualcosa a quel punto si sia fatto e che non tutto sia, allora, davvero già finito.

Aprile 2025

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