Filippo Saguatti
Mujer con gato
NUMERO 31 | MAG 2025
Era mattina a Roma e il Barone de G. si svegliò presto. Aperti gli occhi, sentì immediatamente che il mondo intero, o almeno quello dell’arte, aveva bisogno del suo parere. Si alzò dal letto e le molle del materasso cigolarono di sollievo dopo la notte passata a sorreggere l’imponente massa del suo corpo. Ma fu solo dopo aver fatto scivolare l’acqua sul viso paffuto e perfettamente rasato, trascorsa una mezz’ora buona dal risveglio, che cominciò a pensare.
Nonostante il titolo nobiliare, acquisito dal padre come ricompensa per via di un grosso favore a un politico senza scrupoli (aveva scagionato quest’ultimo da un abuso ai danni di un innocente) il Barone riteneva se stesso un vero democratico. Vivi e lascia vivere era il suo motto, e avrebbe voluto esibirlo su un ipotetico stemma gentilizio.
Oltre allo status aristocratico e alla particella nobiliare nel cognome, per quella condotta disonesta la famiglia de G. aveva ottenuto un vitalizio, non tale da condurre una vita da nababbi ma sufficiente per campare senza muovere un dito; e fin dalla fanciullezza il Barone aveva sguazzato nell’ozio. Con molto, forse troppo, tempo a disposizione, egli si dilettava di coltivare vari campi della cultura, ma per naturale pigrizia o banale superficialità non aveva mai approfondito lo studio in nessuno di essi, rimanendo nell’ambito del nozionismo più che in quello della conoscenza vera e propria. Ora, questo non sarebbe un fatto grave di per sé e va detto che egli non era così ottuso (era infatti mediocre anche in quel difetto) da non rendersi almeno vagamente conto di essere un semplice amatore; ciononostante, il nostro simpatico amico non lesinava i suoi giudizi tranchant nel campo dell’arte e della morale, convinto che in ogni caso tutto sia relativo, specie per gli aspetti del sapere non regolati da incontrovertibili leggi scientifiche.
Non c’era giorno della settimana in cui non dedicasse il proprio dilettantismo a una delle sette arti: il lunedì era al teatro, il martedì al cinema, e così via. Il mercoledì l’appuntamento era con la galleria d’arte, e il Barone vi si diresse con il solito sorriso di autocompiacimento stampato tra le gote rubiconde. Roma era sotto l’influsso della primavera ed era piacevole passeggiare con la compagnia di pini, rovine, schiamazzi di ragazzini, camion che scaricavano merci e clacson delle auto in doppia fila.
Quella settimana, un evento eccezionale aveva attirato alla galleria più pubblico del solito: accanto alle fatiche delle nuove speranze nel campo dell’arte pittorica e scultoria, veniva ospitato un quadro di Picasso, la Mujer con un gato. In quanto spensierato nullafacente e assiduo frequentatore del luogo, il Barone era conosciuto un po’ da tutti gli habitué, i quali si dividevano nei confronti del nostro eroe in due fazioni: quelli che lo stimavano perché la pensavano esattamente come lui – ovvero evitavano affatto di pensare – e quelli che ne detestavano la superficialità più o meno apertamente. Nonostante i tempi disgraziati in cui è ambientato il nostro aneddoto, i primi rappresentavano fortunatamente la minoranza.
Tra il chiacchiericcio variopinto tipico degli happening in una galleria d’arte – allorché ognuno è determinato ad affermare il proprio ego, qualcuno cerca un pretesto per iniziare a bisticciare e altri sono intenti a offrirglielo – gli astanti raccolti davanti all’opera di Picasso controllavano con la coda dell’occhio l’entrata della sala in attesa dell’arrivo del nostro personaggio, nella speranza che anche quel giorno regalasse qualche perla degna di essere tramandata ai posteri.
Il Barone fece il suo ingresso con passo sicuro, aprendosi la strada con il gonfio salvagente del suo addome che fungeva da morbido paraurti e rimbalzava a destra e a sinistra i distratti che non si scansavano in tempo. Si piazzò davanti a tutti, a due metri dal dipinto, e stette immobile; lo sguardo inespressivo, il sorriso sardonico, le gambe a x a sostenere l’enorme pancione che avrebbe potuto tranquillamente contenere anche gli arti e la testa, e sembrava in effetti sul punto di inghiottirseli. Un paio dei suoi fan gli si fecero accanto, attendendo che lui desse voce alle loro stesse impressioni, incapaci di esprimerle perché troppo timidi.
Calò il silenzio. L’intera galleria d’arte, compresi i custodi in livrea e i gatti pelle e ossa intenti a rovistare tra i rifiuti del vicolo sul retro, trattenne il fiato. I presenti si protesero così in avanti che qualcuno cadde e qualcun altro rovesciò l’aperitivo nella scollatura della vicina, che tuttavia non si mosse,
Dopo pochi istanti, il Barone formulò il suo giudizio:
“Bah”.
Qualcuno bisbigliò:
“Che ha detto?”
“Ha detto Bah”, gli rispose il vicino.
Il Barone approfondì il proprio pensiero:
“Questo quadro è incomprensibile e disegnato male. Anche un bambino potrebbe farlo.”
Un mormorio si diffuse per la sala. I seguaci del Barone parevano soddisfatti; tra questi c’era una signora di una certa età, sul cui viso il botulino aveva fatto più danni di quanto il suo ricco chirurgo plastico fosse disposto ad ammettere. Gravata dal peso di collane e bracciali come un condannato alla gogna, riusciva comunque ad annuire convinta, guardandosi intorno sicura di riscontrare consenso.
Un personaggio mai visto prima alla galleria, con gli occhiali, la capigliatura in disordine e la figura leggermente incurvata, si fece a fianco del Barone, fissandolo per qualche momento come un entomologo osserva un esemplare infilzato nello spillone. Poi si sforzò di produrre un sorriso comprensivo e disse:
“Ma…mi scusi…; si tratta di un’opera di Picasso, una degli artisti più influenti e…”
Il Barone si girò a squadrare l’interlocutore, interrompendolo:
“Potrebbe trattarsi anche dell’unico quadro lasciato da Cristoforo Colombo in persona, ma rimane una roba che non mi dà nessuna emozione.”
Il suo interlocutore si girò, interdetto e sconfortato, a guardare i presenti: chi stava a bocca aperta, chi aggrottava le sopracciglia e chi storceva il naso; tutti tendevano le orecchie.
Anche il Barone si girò a guardare, sul volto un sorriso di inscalfibile sicumera. Passando in rassegna i visi delle figure distribuite da un’entrata all’altra della sala, vide però che le espressioni andavano dalla perplessità all’astio, passando per la diffidenza e l’imbarazzo. Solo la signora botulinata continuava ad annuire senza posa. Notando la difficoltà del suo beniamino, le venne da dargli manforte aumentando la foga del movimento della testa, ma così facendo la delicata architettura del lifting cominciò a cedere e il suo naso si trovò di colpo a far compagnia all’orecchio sinistro; la qual cosa avrebbe dovuto dimostrare al Barone che il cubismo non è solo una totale astrazione.
L’inguaribile sorriso del Barone si tramutò in una smorfia che tradiva un sentimento piuttosto alieno dal sua carattere: l’incertezza. Ma il nostro eroe era troppo presuntuoso per lasciarsi vincere da quell’incomprensibile dimostrazione di ostilità; in un attimo riconquistò il buonumore, scrollò le spalle e sbottò:
“I gusti son gusti”.
E si incamminò verso l’uscita, pensando a quanto banale sia in fondo la verità.
Maggio 2025
