Margot Guilhot Delsoldato
Attimi di trascurabile sincerità
NUMERO 31 | MAG 2025
Alla festa di Martin mi annoio e mi sento fuori luogo. Trovo un angolino libero al grande tavolo di legno in cucina, e mi apposto lì, in silenzio. Alla nuca ho il frigorifero, che sento aprirsi ogni volta che a qualcuno fra i vari invitati viene voglia di una Sol. Quasi tutti ci fanno scivolare dentro fettine di lime dopo averla stappata. Uno dei coinquilini di Martin urla di riservarne qualcuna per gli shot di tequila più tardi.
Helena, una ragazza del mio corso, mi si siede accanto e per un attimo la sua presenza mi rinvigorisce. Mi è capitato di parlarci più volte, e il suo carisma e la sua disinvoltura mi hanno sempre divertita. Ha gli occhi verdi e piccoli, lo sguardo sveglio. Scopriamo di avere lo stesso relatore di tesi e faccio un paio di battute sul tono algido delle sue e-mail. La fanno ridere, e il suo volto un po’ squadrato si ricompone in un sorriso che me la fa apparire, tutto ad un tratto, bellissima. Quando le nostre ginocchia si toccano sotto al tavolo dalla mia pancia si sprigionano piccole ondate di calore.
Martin, che fino ad ora era in giardino a fumarsi una canna con i suoi compagni di filosofia, entra in cucina e inizia ad ispezionare il tavolo alla ricerca, sembrerebbe, di un qualcosa di preciso. Fa un cenno del capo soddisfatto una volta individuato l’apribottiglie a forma di pesce con indosso un paio di bermuda floreali, ma nel frattempo lo percepisco sintonizzarsi sulla storia che Helena mi sta raccontando, e infatti si trattiene qui con noi, in ascolto. Lei questa cosa la registra, e per una frazione di secondo la vedo esitare, guardarlo dalla coda dell’occhio, ricalibrare i modi della sua narrazione. Vorrei fossimo di nuovo sole.
Passano dieci, quindici minuti e tre ragazzi si appollaiano attorno a noi ascoltando Helena che, incoraggiata dalla presenza di un pubblico, si è gettata in un lungo monologo. Parla della volta che ha deciso di entrare in uno di quei negozi di tatuaggi sempre aperti e sempre vuoti per farsi fare un piercing al naso, una mattina in cui era in hangover. Racconta i suoi gesti impacciati, citando i modi improbabili in cui si è espressa con l’omone che le stava forando la narice. Arriva al momento assurdo e stranamente intimo in cui le è uscito un getto di sangue che non finiva più di colare, e questo signore dalle parvenze di un vichingo le ha gentilmente sorretto il mento e tamponato il buco con una pezza sterile, ricordandole con un affetto quasi paterno che l’alcol diluisce il sangue. Rido in coro con Martin e gli altri per automatismo, ma ad un certo punto il racconto di Helena mi sembra artificioso, impostato. Mi pare narri i propri comportamenti come se non ne fosse in controllo e che, a posteriori, non sia in grado ne di spiegarli ne di spiegarseli, creando con questa pseudo-prima persona un personaggio che fa ridere oltre che essere esente da qualsiasi tipo di responsabilità. Nel giro di pochi minuti mi sono convinta del fascino di Helena, e altrettanto velocemente si è sfasciato davanti ai miei occhi. Mi allontano.
Provo ad inserirmi in due conversazioni diverse. Non è che sia così socialmente inetta da non avere successo, piuttosto è la forza di volontà che scarseggia. In un angolo della sala, un ragazzo mingherlino di cui non so il nome è stravaccato su un pouf verde mela, che quasi lo inghiottisce. Davanti a lui ci sono due ragazze sedute vicine, una sul divano e l’altra sul bracciolo, e i tre discutono animatamente del dibattito gettonatissimo del ‘separating the art from the artist’. Io intervengo dicendo che il testo di Claire Dederer al riguardo offre spunti interessanti, ma in realtà non l’ho ancora letto. Mi pento del mio tentativo disonesto e galleggio fantasmica verso l’altro lato della stanza, dove Rachel, l’amica che mi ha trascinata qui per farle da cuscinetto nel caso il suo tentativo di conquistare Martin non dovesse andare a buon fine, sta chiacchierando con Helena, che a quanto pare ha abbandonato il suo pubblico iniziale per uno più piccolo ma altrettanto preso. Ci parla dell’ultimo poetry reading a cui ha partecipato, oltretutto su invito. Una volta, per curiosità, sono andata a cercarmi le sue poesie. La prova del suo talento mi aveva messo di cattivo umore.
Fisso gli occhi di Rachel cercando di individuare un suggerimento di diffidenza oppure invidia, chiedendomi se trovi Helena un po’ pretenziosa, piena di sé. Ma dall’espressione della mia amica traspare solo ammirazione.
Trovo il bagno, dove mi abbasso i jeans e mi siedo sul water senza fare pipì. Quando mi alzo e mi guardo allo specchio, per un istante infinitesimale mi sembra di vederci Helena, o un volto che le somiglia molto, ma sono solo io. Il rumore della ventola misto al mio ennui scatena in me una sonnolenza implacabile, e decido di arrendermi e andare a casa senza dire niente a Rachel. Guardo il telefono: le undici e quarantotto. Neanche tanto male.
Mi fermo nel giardinetto di due metri quadrati di casa di Martin e mi faccio su una sigaretta mentre controllo gli orari degli ultimi tram. La luce blu dello schermo del cellulare mi acceca e quando alzo lo sguardo per vedere chi sta uscendo dalla porta devo sbattere le palpebre un paio di volte. Riconosco i contorni, smussati dalla luce dei fanali di una macchina parcheggiata, di John, un amico di amici che non vedo da un po’.
‘Oi ciao, come stai, è vero che abiti con Martin, me l’ero scordato’ dico per fare conversazione. Lui per un attimo mi guarda senza dire nulla, si accende una sigaretta.
‘Tutto bene, tu? Ti stai divertendo?’
‘Si, dai’. Non convinco nessuno dei due. ‘E tu? Non entri?’
‘No, non mi va molto. In realtà stavo ripetendo delle battute per domani.’ Mi torna in mente Rachel che mi racconta del progetto finale di arti drammatiche di qualcuno che conosciamo, in cui Martin ha un piccolo ruolo. Un pezzo di Shakespeare reimmaginato nel ventunesimo secolo, se non ricordo male.
‘Ah si, Martin me ne parlava’. Un’altra bugia. ‘Se vuoi ti aiuto a ripetere’ – mi sorprendo da sola con questa proposta.
‘Magari! Saresti di grande aiuto’
Gli faccio un sorriso annuendo. John calpesta il la sigaretta rimasta a metà e mi apre la porta. Tagliamo la folla di persone in soggiorno e saliamo le scale. Lo seguo in camera sua, dove è appeso un poster di Mystery to Me dei Fleetwood Mac, con il gorilla che mangia una torta e si lecca il dito, tutto sbrodolato di glassa bianca. Mi fa segno di accomodarmi e io mi siedo a gambe incrociate sul suo letto. Mi spiega che lo spettacolo si tratta di una versione femminista di Enrico V in cui Katherine lo sposa ma riesce a sottometterlo e a stabilire un matriarcato. Nella scena famosa in cui Enrico cerca di conquistarla, lui che finora si è sforzato per costruire un’immagine di leader indomito rispettato da tutta l’Inghilterra, diventa un personaggio ridicolo, ispira pietà. Appena lasciati soli, lui si scioglie nel grembo di una Katherine sprezzante come un bambino piccolo, e in tutto ciò l’attrice che interpreterà la principessa francese sarà agghindata da dominatrix con tanto di frustino e collare che stringerà attorno al collo del suo futuro sposo.
John si butta alle mie ginocchia e mi prende le mani, straziante, i suoi occhi grigi all’improvviso colmi di una disperazione a cui stento a non credere.
‘Se tu puoi amare un individuo di questa fatta, Kate, la cui faccia stracotta nemmeno il sole può più abbrustolire, e che mai va a guardarsi allo specchio per amore di ciò che potrebbe scoprirvi, allora ci pensi il tuo occhio ad abbellirmi per te. lo ti parlo schiettamente, da soldato. Se tu puoi amarmi così come sono, prendimi. Se no, non verrò a dirti che mi aspetto di morire: sarà comunque vero, ma non certo per amor tuo, eh no, santo Iddio! Ma è anche vero che ti amo. E finché sei in tempo, mia cara Kate, prenditi un uomo fedele, semplice e non sofisticato, ed egli per forza di cose non ti tradirà’
Faccio finta di frustare il nemico della Francia, ridendo, imbarazzata all’idea di provare ad entrare realmente nel personaggio.
‘Canst thou love me?’, mi chiede semplicemente. Di nuovo i suoi occhi grigi non tradiscono neanche il più pallido bagliore di finzione.
‘Non lo so’, rispondo io. Poi lo tiro a me e lo bacio.
I vestiti vengono via con smania, ma non senza qualche difficoltà nello sbottonare e sganciare. Rimane il calore del corpo di John contro al mio, e l’odore della sua pelle e dei capelli, un nuovo vestito che mi fa sentire bella e che finalmente acquieta il frinire abrasivo dei miei pensieri. Kate Kate Kate, ripete lui.
Stretta a lui nella notte mi pare di avere due linee di febbre, come quando in passato dopo un esame durato ore per cui avevo studiato giorno e notte uscivo dall’aula e cadevo, esaurita, nell’erba, debolissima e con la pressione bassa ma finalmente con i muscoli delle spalle che si rilassavano.
Un filo di luce si spinge con fatica dalla fessura fra la tenda e la finestra, disegnando una riga che finisce sul gorilla del poster dei Fleetwood Mac, passando per il mio viso. Mi si aprono gli occhi. Nella stanza di John manca l’aria, siamo entrambi sudati, con la bocca secca. Con tutta la lentezza del mondo mi alzo, ripesco le mutande da terra e me le metto, poi il reggiseno, la maglia e i pantaloni. John apre appena gli occhi e sbiascica una frase senza un senso compiuto ma dal tono interrogativo. Gli do un gran bacio a schiocco sulla guancia.
‘Ciao, Enrico. Break a leg’
Esco a passi felpati per non svegliare le tre persone che sono rimaste a dormire in sala. Il ragazzo mingherlino russa sul suo pouf, e mi chiedo se non siano effettivamente un’entità unica. Alla fermata del tram controllo il telefono e leggo i messaggi di Rachel.
‘Oh dove sei finita?’ 00.14
‘Lo so che trovi che gli amici di Martin se la tirino ma non puoi dirmi che non ti ho portato a una bella festa ;)’ 00.15
Mi scuso per essere sparita e le mando tanti cuoricini.
‘Comunque non mi dispiacciono gli amici di Martin sai’ 8.54
‘Men of few words are the best men’ 8.54
Metto via il telefono e quando arriva il tram mi appoggio al palo giallo con tutto il mio peso. La città mi sfreccia davanti, le case vittoriane e gli enormi palazzi di uffici si sovrappongono al mio riflesso le une come gli altri. Riposo gli occhi per un istante, sapendo che quando li riaprirò sarà per mettermi di nuovo alla ricerca insaziabile di momenti in cui vale la pena dire la verità.
Maggio 2025
