Daniela Piu

Perpetue

NUMERO 32 | GIU 2025

Eugenia entrò nel cimitero con un mazzo di garofani in mano. La mattinata luminosa non la scoraggiò dal suo atteggiamento contrito, rinfocolato dal dolore alle gambe che quel giorno erano più gonfie che mai e ben strette nelle calze elastiche. Aveva piegato i lunghi capelli ricci in uno chignon stretto stretto, e aveva avvolti in un fazzoletto nero. Si aggirò per i viali sperando di incontrare qualcuno con cui fare due chiacchiere, ma arrivò sola al parallelepipedo di granito scuro. Prese i garofani secchi dal vaso e li buttò via, cambiò l’acqua e ci mise dentro quelli flamands, di un rosso cupo. Cominciò a recriminare a bassa voce con le fotografie ai piedi della croce in marmo rosa.

«Ah, se mi aveste ascoltato, ora staremmo tutti e tre attorno a un tavolo a mangiarci un buon bollito. E invece no!»

Tolse dalla borsa un panno con il quale cominciò a strofinare il granito, sputandoci sopra ogni tanto con la bocca contorta in una smorfia di riprovazione.

 

Non la smetteva più di piovere quella primavera. La città grondava acqua da ogni parte, la terra e gli alberi secolari ringraziavano e gioivano di quella manna dal cielo. 

«Basta!» gridò Angelo con voce chioccia e gli occhi rivolti al cielo.

Un ultimo tuono rauco segnò la fine della pioggia. Si sentì soddisfatto del risultato e cominciò a pensare di essere diventato onnipotente. 

Angelo si voltò verso la libreria della cella in cui viveva, arredata con gusto solenne e civettuolo, prese un libro dalla copertina viola e si sedette facendo svolazzare la veste da camera in raso rosso scarlatto. La raccolse su un lato come fosse uno strascico, mentre il suo grosso stomaco ballonzolò facendo sussultare il raso. Non aveva realmente voglia di leggere, era solo indeciso se andare a mangiare dall’Occidentale o dall’Orientale. Quale delle due perpetue avrebbe deliziato con la sua presenza quel giorno? Cercò nelle pagine del romanzo qualcosa che gli indicasse la via.

Mai rifiutare nessun invito dai marocchini, dal più straccione al più distinto: sono mediamente più intelligenti, civili e retti degli italiani costretti alla prostituzione promessa e mai mantenuta nemmeno dopo aver sborsato in anticipo. 

Il libro non lasciava adito a dubbi, sarebbe andato dall’Orientale.

Arrivato a casa di Sayyda Rachida entrò con un libro fra le mani e iniziò a leggere declamando: «L’Occidente è di Dio! / E l’Oriente è di Dio. / Le regioni di Nord e Mezzogiorno / posano in pace dentro le sue mani». 

La musulmana era intenta a imparare a memoria un balletto di Raffaella Carrà e Renato Zero: Money makes the world go around, the world go around…

«Sssh!» gli intimò guardandolo storto mentre finiva di provare il pezzo. 

Angelo era in una di quelle giornate in cui doveva assolutamente dare il proprio contributo al miglioramento del genere umano, per cui alzò il tono della voce: «Al Dio appartengono l’Oriente e l’Occidente. / Dovunque voi girate il volto, là c’è il volto di Dio. / Il Dio è immenso e sapiente».

Rachida spense il televisore e si diresse in cucina per finire di preparare le verdure con cui doveva condire il cuscus. Imbandì una litania in arabo mentre versava la semola nel grosso piatto dipinto a mano che gli regalò sua madre prima che emigrasse in cerca di fortuna. 

Consumarono in silenzio, Rachida faceva pallottoline di semola con la mano e pensava a quanto era stata fortunata nel scegliere l’Italia come patria d’adozione. Angelo schiacciava con la forchetta le verdure e rifletteva su quanto diventava invivibile il suo paese, ogni giorno di più. 

La perpetua Orientale non si lamentava mai, era un’affabile quarantenne grassottella e sempre sorridente; le bastava ballare fino a stancarsi, per poter dire di aver passato una bella giornata. 

Appena arrivata in Italia, Rachida si era trovata catapultata ai Murazzi sul Po a spacciare hascisc in modo da racimolare i soldi per potersi operare. Aspirava a diventare una M to F. Un suo lontano parente l’aveva inserita nel giro: era uno dei soci del risto-bar-disco-salagiochi Zenobia, un punto di ritrovo degli extracomunitari “arrivati” che organizzavano la vita di tutti i novizi. 

A Rachida era toccato lo spaccio. Dopo le prime mandate di ormoni, parrucchieri-estetisti e tranquillanti, era finita a battere il marciapiede di via Ormea. Fu là che conobbe padre Angelo, che soleva recarsi in quei luoghi per salvare le anime perse. Si frequentarono per un po’, poi il sacerdote le propose una sistemazione nuova: un appartamento di sua proprietà in via Stampatori. 

Rachida credette di sognare, si trasferì immediatamente nel bilocale del quadrilatero torinese. Non doveva neanche fare l’operazione, a lui piaceva così. All’inizio gli sembrò tutto magnifico: i vicini che mugugnavano in dialetto ogni volta che passava nel cortile affrescato, i crocifissi e le madonne appesi alle pareti di casa, le vasche su via Garibaldi con i tacchi che scalpitavano sul lastricato. Passava le giornate al mercato di Porta Palazzo e a cucinare per il suo habibi. 

 

Angelo, chiuso nella cella che chiamava il suo hortus conclusus, aveva formulato una teoria sull’amore faticosamente costruita compulsando per anni testi antichi e moderni. Mentre si accingeva a scrivere un saggio sull’argomento, aveva incontrato un libraio tra i banchi di corso Siccardi che gli aveva consigliato caldamente la lettura di un autore: il de Rougemont. 

Comprò il libro e lo divorò perché capì, fin dalle prime pagine, che i suoi sforzi nella costruzione della teoria sull’amore non erano stati vani. Trovò quel saggio talmente perfetto che decise di non preoccuparsi più di scrivere il suo. Era assolutamente d’accordo col de Rougemont sul fatto che la fedeltà a sé stessi, e in un rapporto con l’altro, sia alla base della costruzione dell’individuo come opera. 

Ma quanti uomini conoscono la differenza fra un’ossessione che si subisce e un destino che si sceglie? 

Lesse per l’ennesima volta il testo del de Rougemont e decise che applicare le sue teorie nella vita reale era impossibile. L’essere umano, per Angelo, era troppo insensibile e ignorante. Penso fosse giunta l’ora di uscire dall’hortus conclusus e andare dalla perpetua Occidentale, sua sorella Eugenia. 

«Ah, sì sì, la bagnacauda come la prepara lei è proprio la migliore, neh» si passò maliziosamente la lingua sulle labbra e si diede una ravvivata ai ricci davanti allo specchio Liberty. 

 

L’appartamento di Eugenia era invaso da un intenso odore di naftalina, sapone di Marsiglia e aglio. La voce querula di Eugenia formava un tutt’uno con l’atmosfera opprimente del posto, che riportava Angelo all’infanzia. Le fotografie di quando Angelo teneva in braccio Eugenia appena nata, poi in bicicletta, a casa del padrino e della madrina il giorno del battesimo e poi quello della cresima, le immaginette di santa Vittoria appese dappertutto e il rosario della nonna, tutto lo risucchiava in un vortice contro cui non aveva trovato un solido appoggio. 

Quel giorno, per sdrammatizzare, provò a raccontare alla sorella il passo del Vangelo che tanto le piaceva.

Veniva per la via Maria di Betania, sorella di Lazzaro e di Marta, cercando Gesù che mangiava in una delle case del paese. Quando entrò tutti i commensali pensarono: “Ecco la peccatrice! Che andrà cercando?” Portava con sé un vaso di alabastro pieno di unguento odoroso di nardi

“Vogliamo sederci a tavola?” lo interruppe Eugenia in preda all’angoscia. 

Appena Angelo tacque, lei cominciò a lamentarsi dell’insonnia della notte prima, poi di come i fedeli sporcavano la chiesa, poi della vicina operata di cataratta. Angelo taceva e addentava un sedano imbevuto nella bagnacauda.

 

Eugenia era devota a Santa Vittoria, ma pur di essere fedele al fratello non frequentò mai quell’altra parrocchia. La chiesa del fratello, quella di via Garibaldi 25, vista dal di fuori era piuttosto sciatta. Il volto di un angelo troneggiava sulla facciata, un faccione enfio dallo sguardo assente che fissava il vuoto davanti a sé. Ogni volta che Eugenia passava sotto quel volto pensava che l’angelo fosse il suo ritratto da bambina sputato. Angelo un giorno gli confessò che pensava la stessa cosa, ed era uno dei motivi per cui in quel tempio si sentiva a casa sua. 

Eugenia si occupava delle pulizie del tempio. Lavava con il Mocio gli inginocchiatoi e spolverava statue e quadri, dava la cera, riempiva l’altare di garofani flamands di un rosso cupo. In alcune giornate sembrava che all’altare fossero arrivati spruzzi di sangue di qualcuno morto ammazzato nei primi banchi. Lasciava per ultimi due grossi candelieri con le teste di leone ai piedi, ai quali grattava con le unghie la cera delle candele fino a renderle di nuovo lisce. Da quando Angelo aveva preso i voti, Eugenia gli era stata al fianco anche sul lavoro. 

Un giorno, finito di pulire la chiesa, Eugenia si era messa a giocare con i ceri accesi di uno dei candelieri. Vicino a lei si trovava un angelo scolpito nel marmo della tomba di de Maistre. Lei fissava una fiammella che si dimenava, tanto che ebbe l’impressione che volesse comunicargli qualcosa.  

“Davvero?” pensò Eugenia convinta di aver capito il messaggio.

La candela si chinò verso di lei e un fiotto di cera bollente le colò sulla gamba. Eugenia ebbe solo un fremito. Credette fosse una punizione che il cielo le inviava, per cui una lacrima di dolore le colò sulla smorfia di beatitudine che il suo volto aveva assunto. 

Da quel giorno, appena finito di tirare a lucido il tempio, interrogava un cero e poi lo ripiegava verso di sé per farsi colare la cera calda su un braccio o su una gamba. D’estate girava senza calze elastiche e se la faceva colare sui piedi. Il suo corpo cominciò ad assomigliare alle crêpes che condiva con l’alchermes, e che piacevano tanto al suo Angelo. 

 

La vita di Angelo per un lungo periodo di tempo si divise tra la perpetua Occidentale e quella Orientale. Ma Rachida cominciò ad annoiarsi di stare rinchiusa nell’appartamento di via Stampatori. Non potendo tornare a battere in via Ormea, adescava i clienti su via Garibaldi e li portava a casa. Appena Angelo la scoprì diede in escandescenze. 

Da un po’ di tempo sognava di sposare le sue perpetue. Rachida poteva avere la cittadinanza italiana e trovarsi un lavoro decente, Eugenia avrebbe smesso di lamentarsi e occupato il tempo ad accudire il marito. Si diede da fare per organizzare il fatidico incontro. Comunicò a Rachida che voleva presentarle la sorella e sarebbero andati a pranzo da lei.

«Non starai pensando di…?» 

«Stai calma, ciccia. Non ho alcuna intenzione di lasciare la chiesa»

A Eugenia non sembrava vero di avere un’altra bocca da sfamare. Quel giorno preparò il bollito in salsa eugenia e mentre cucinava  pensava: “Speriamo che non mi porti uno di quei marucì con i quali ha sempre a che fare”.

 

Quando Angelo e Rachida entrarono in casa, un odore dolciastro di profumo da donna afferrò le narici di Eugenia come un morso. La prima cosa che notò fu che l’ospite aveva le ciglia finte. Dopo alcuni salamelecchi si misero a tavola. Eugenia iniziò a lamentarsi a raffica della qualunque, come al solito. Angelo non riusciva ad arginare la parlantina della sorella e decise di tacere, sorridendo ogni tanto a Rachida che si strafogava senza preoccuparsi di niente. 

I piatti di portata si svuotavano senza un complimento alla cuoca, che non lasciava spazio neppure per quelli. Eugenia mise su un’espressione di disgusto per il parassita che gli aveva portato in casa il fratello e che non faceva nemmeno finta di ascoltarla. Si sentì una serva, un oggetto della cucina. 

 

Durante il pranzo successivo Angelo dovette convincere Eugenia che sposare Rachid sarebbe stata la soluzione a tutti i suoi problemi. Visto che non attaccava, la buttò sulla carità cristiana verso un povero extracomunitario bisognoso di cittadinanza. Eugenia, per il bene che voleva al fratello, acconsentì. L’unico problema che si pose Rachida fu capire se quell’Eugenia l’avrebbe lasciata travestire, ma pensò che poteva sempre farlo nel suo pied-à-terre di via Stampatori. 

 

Angelo celebrò in fretta e furia la cerimonia, in modo che nessuno dei due avesse il tempo di cambiare idea. Festeggiarono tutti insieme il primo mese di matrimonio. Eugenia preparò per l’occasione il pollo ai chiodi di garofano e imbandì la tavola. Angelo e Rachida se ne stavano comodamente seduti nel divano della sala da pranzo, il prete tentava di spiegare alla sua perpetua Orientale la teoria sull’amore del de Rougemont. 

Eugenia, stanca morta, poggiò le posate sulla tavola, si voltò verso il fratello e disse: «Te ne freghi tu che mi ha lasciata sola a servire, neh?»

Angelo, come se niente fosse, rispose: «Ma mia cara, tu ti preoccupi e ti agiti per troppe cose, quando solo una è la cosa di cui c’è bisogno. Rachida si è scelta la parte migliore e non le sarà tolta»

 

Da quel giorno per Eugenia non ci fu pace. Smise di sopportare quel marito sempre in giro per casa a smaltarsi le unghie e a imitare i balletti della tivù. Lo rimproverò. Rachida ringhiò e la zittì. Arrivò il giorno che anche Rachida non la sopportò più: le diede un morso e la minacciò con il coltello. Eugenia si chiuse definitivamente in sé stessa. 

Angelo andava tutti i giorni a pranzare dalle sue perpetue. Parlava solo con Rachida, mentre Eugenia li ascoltava silenziosa, dimessa. Angelo era quasi contento di non doversi sorbire gli sproloqui della sorella. Neppure Eugenia potrebbe spiegarsi come le saltò in testa di cucinare quel tortino di cicuta e chiodi di garofano. Per caso Angelo e Rachida lo trovarono sul marmo della cucina e lo portarono nell’appartamento di via Stampatori. Quella notte fecero una cena sibaritica, innaffiata da vini e liquori. Quando Eugenia entrò nell’appartamento di via Stampatori per riconoscere i corpi avvinghiati del fratello e del marito, sul viso le si stampò una smorfia definitiva: di riprovazione.

Giugno 2025

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