Elisabetta Macrì
Recensione di
"Goodbye Hotel"
(M. Bible)
NUMERO 32 | GIU 2025
Dopo il bellissimo L’ultima cosa bella sulla faccia della terra, con Goodbye Hotel, Michael Bible torna a esplorare i margini della provincia americana e i confini sfumati tra realtà e visione, confermandosi una delle voci più originali della narrativa contemporanea. Il romanzo è ambientato ad Harmony, cittadina del North Carolina, cara all’immaginario di Bible, è qui infatti che si svolge anche la storia del romanzo di esordio italiano dello scrittore americano. E così come in L’ultima cosa bella sulla faccia della terra, anche in Goodbye hotel la vicenda si presenta come un mosaico narrativo in cui il tempo si piega, la memoria si confonde e la verità si nasconde sotto strati di sogno e malinconia.
Il protagonista, François, è un uomo che si è rifugiato nel misterioso Goodbye Hotel, un luogo che sembra sospeso fuori dal tempo, ultimo approdo per chi ha scelto di scomparire dal mondo, ma anche luogo dove memoria e sogno si confondono. Davanti al fuoco, con una bottiglia di vino economico, François inizia a scrivere: il suo racconto è un tentativo di ricostruzione di un tragico fatto avvenuto anni prima ad Harmony, un frammento di verità su un evento accaduto, ma anche un’esplorazione di ciò che avrebbe potuto essere. François non era altro che un tipico ragazzo della provincia del sud degli Stati Uniti, che viveva una giovinezza fatta di solitudine:
Già allora eravamo tormentati e impotenti. La nostra vita si consumava nei giardini delle case di genitori assenti, nell’acqua bassa delle piscine, su strade deserte dove guidavamo un po’ ubriachi. Eravamo destinati a perderci.
Il cuore del romanzo è un incidente stradale, evento catalizzatore che intreccia i destini dei protagonisti con quelli di una setta enigmatica – i Seersucker – e con la figura quasi mitologica di Lazarus, una tartaruga centenaria, simbolo del tempo e della trasmissione del destino, che diventa una creatura sacra, custode di un sapere che sfugge alla logica umana.
La narrazione si articola in quadri narrativi: un prologo seguito da quattro capitoli, ciascuno affidato a una voce diversa – François, Eleonor, Lazarus (la tartaruga chiaroveggente) e Little Lazarus (altra tartaruga che appartiene a Eleonor). Questo coro di prospettive offre una visione frammentata degli eventi, in cui ogni racconto aggiunge profondità, ma non necessariamente chiarezza alla storia. Il passato diventa quasi una tela che viene tessuta, disfatta e tessuta di nuovo in modo che i fili quasi inizino a confondersi senza farci più capire la differenza tra memoria e sogno, tra falso e vero. Il lettore è chiamato a ricomporre il puzzle, consapevole che la verità potrebbe restare inaccessibile, protetta da un guscio duro come quello di una testuggine centenaria. Tema principale, ancora una volta, è il tempo; infatti, l’incidente viene narrato da ogni personaggio, il quale ha il compito di offrire al lettore nuovi particolari e diverse prospettive che hanno portato all’evento centrale della storia, ma questa volta Bible sembra fare un passo in più nella sua riflessione sul tempo: è Lazarus, la tartaruga centenaria, che diventa allegoria e custode del tempo che passa, legame tra generazioni capace di contenere varie esperienze all’interno del proprio guscio.
Lo stile di Bible è lirico, controllato, capace di rendere tangibili le visioni interiori dei personaggi. La sua scrittura, sospesa tra realismo e allucinazione, richiama sogni inquietanti, dove ogni scena invita a perdersi nei suoi meandri, ad accettare l’ambiguità come parte dell’esperienza umana, confermando Bible come uno dei migliori narratori dei nostri tempi.
Giugno 2025
