Simone Tedeschi

La birra del pomeriggio

NUMERO 33 | LUG 2025

L’appuntamento con Marta era un’abitudine consolidata, senza nessun bisogno di accordi o conferme. Era dall’inizio di settembre che, prima di rientrare a casa, si fermavano sulla riva del lago per consentire un po’ di moto al giovane labrador e scolarsi qualche birra mentre il sole tramontava. 

Jack saltò dal finestrino scodinzolando, prima ancora che il SUV fosse fermo, e lo aspettò zompettando sul posto, ansioso di correre verso la riva. 

Giorgio chiuse il portellone e lo raggiunse con la cassa di birra sottobraccio.

Era in ritardo. Il sole aveva già iniziato a calare dietro le montagne e la luce stava diventando quella della sera. 

Una vegetazione rada e quasi autunnale fiancheggiava il breve sentiero che conduceva al lago.

Il cielo livido si specchiava nell’acqua, dello stesso colore, separato da una striscia discontinua di marrone, grigio e verde scuro.
Marta era già seduta sulla roccia bassa e piatta che avevano sempre utilizzato come panchina. Li sentì arrivare dal rumore dei passi sui ciottoli, trotterellanti quelli di Jack, lenti e cadenzati quelli di Giorgio. Li aspettò senza distogliere lo sguardo dal lago e accarezzò distratta il cane, che la salutava festoso.

Giorgio arrivò alle sue spalle, poggiò la cassa e le porse la prima birra, che lei afferrò senza voltarsi. Lui indugiò un attimo al contatto con la sua mano fredda. Forse un po’ troppo a lungo perché apparisse casuale. Quando se ne rese conto, ritrasse la mano velocemente e si sedette al suo fianco.
Guardavano davanti a loro senza parlare e senza incrociare lo sguardo.

Il cane, come fosse ufficialmente investito di una missione impegnativa, inseguiva gli stormi di uccelli che si poggiavano a terra.
Lei, dopo un po’,  tirò una lunga boccata dalla sigaretta e ruppe il silenzio:

– I gerani vanno innaffiati dopo il tramonto.

Lui fece un cenno di assenso, senza guardarla. Era lei che si era sempre occupata del giardino.

Prese un sasso e -con un movimento preciso del polso- lo lanciò con indolenza in acqua, disegnando una parabola perfetta. Cerchi concentrici si diffusero sulla superficie immobile.

Pensò che fosse strano indossare entrambi gli occhiali da sole, mentre ormai la luce era svanita.
Con la coda dell’occhio, vide Marta che digitava qualcosa velocemente su whatsapp. Poi il telefono sparì nella borsetta.

Giorgio lanciava sassi a intervalli regolari.

1…2… 3… PLOF.

Ripensò a quando, cinque anni prima, avevano deciso di comprare la baita. Innamorati l’uno dell’altra, si erano innamorati subito anche della casa e avevano fantasticato su come sarebbe stato bello sedersi fianco a fianco, da vecchi, su quel patio con il giardino fiorito e lo sfondo da cartolina. 

Ormai sapeva che non sarebbe successo.

Erano sempre stati molto diversi, complementari, ma funzionavano. I problemi erano iniziati quando Giorgio aveva deciso di abbandonare l’azienda del suocero e le differenze fra loro si erano acuite. Gli era capitata l’occasione di tornare a insegnare italiano ai ragazzi di un istituto tecnico di periferia e aveva preso la decisione di slancio, senza quasi consultarla. Aveva dato per scontato che avrebbe capito come il confronto con i giovani lo arricchisse di più di un impiego ben remunerato.

Per Marta, invece, era stata una scelta inconcepibile: biologa, abituata a provette di laboratorio e a risultati misurabili, era fiera di perseguire scelte razionali. 

Tutto era iniziato come un fastidioso sarcasmo durante le cene con gli amici e poi, gradualmente, si era instaurato un circolo vizioso.

Era stato allora che Jack era arrivato. Alcune coppie cercano di sanare i dissidi con il concepimento di un bambino, loro avevano tentato con l’adozione di un cucciolo di labrador. Un batuffolo morbido che si era presto trasformato in una valanga di 30 chili e ora con una voce da basso protestava in modo insistente: era stufo di rincorrere gli uccelli e deluso guardava Giorgio mentre i sassi affondavano. Con il muso inclinato chiedeva al padrone di lanciare un ramo, o una palla, o qualcosa che potesse finalmente ripescare e riportare a riva.
Improvvisamente Giorgio fu investito, come da un camion, dal ricordo dell’ultima seduta di terapia di coppia.

Il ticchettio dell’orologio a pendolo scandiva il silenzio da diversi minuti.

Le lancette segnavano le 18.45.

Erano disposti sui vertici di un triangolo e di fronte, sul terzo, la Mazzini, che li osservava mentre attendeva inutilmente una risposta.

– Siamo giunti a un momento cruciale del nostro percorso.- aveva detto con tono solenne- Avete entrambi esposto ampiamente i vostri punti di vista. Ho cercato di aiutarvi a mettere a fuoco la situazione, ma solo voi, a questo punto, potete stabilire se valga la pena continuare la terapia. 

Giorgio si era voltato d’istinto verso Marta, che fissava un punto fisso nel vuoto, poi aveva distolto lo sguardo.

Tre gufi di porcellana, di dimensioni diverse, li scrutavano da una mensola alta.

Cercò di camuffare il groppo alla gola e afferrò uno dei Kleenex dalla scatola sul tavolino. Esitò un attimo e quando la psicoterapeuta lo guardò con aria compassionevole, iniziò a pulire forsennatamente le lenti degli occhiali. 

Ora, il suono ravvicinato di una serie di notifiche dal telefono della moglie lo riportava bruscamente alla realtà. Jack si era tuffato in acqua senza permesso e lui avrebbe dovuto asciugarlo. Finalmente la guardò in faccia infastidito.
– Se devi andare, vai. Le disse.

La temperatura stava scendendo in fretta.

Marta si alzò in piedi e si tolse gli occhiali da sole. Guardò prima il lago e poi Giorgio, a lungo, cercando le parole giuste per congedarsi. Infreddolita, si strinse nel cardigan, come in un abbraccio di incoraggiamento.

– Starò per un po’ da mia madre, se ti serve qualcosa.

Luglio 2025

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