Bea Ricci
Il giudizio
NUMERO 33 | LUG 2025
A sedici anni odiavo mia zia tanto da decidere di buttarla nel cesso. Era appena terminato il suo funerale. Seduta sulle mattonelle fredde e impregnate di candeggina, stringevo le dita attorno alle sue ceneri. Da piccola mi chiudeva in quel bagno per ore. Quante volte avevo sperato che l’umidità, insinuandosi nelle pieghe della mia carne, mi rendesse trasparente e mutevole, come l’acqua che gocciolava dal soffione della doccia.
Dopo tre tentativi nervosi, riuscii ad accendermi una sigaretta. Non mi preoccupai di aprire la finestra. Volevo intossicare il bagno, contaminarlo. Il cuore mi picchiava lo sterno e sentivo gli occhi infiammarsi. A quell’età fumavo quando riuscivo a scroccare qualche tiro alle mie amiche, più per ansia che per vizio. Per l’occasione, però, avevo conservato un pacchetto nel cappotto di pelliccia plasticosa, insieme all’accendino della Roma di mio fratello.
Due sere prima, mio padre mi aveva chiamata per dirmi che avevano trovato zia Rosalba con la testa spaccata nella doccia. Me l’ero immaginata aperta, un banale melograno caduto da un ramo troppo alto. Era morta in un modo così ridicolo. Se lei, la gigantessa ferrea al centro dei miei ricordi, poteva crollare per una scivolata qualunque, cosa poteva accadere a me? Non avevo voluto vederla prima che la infilassero nel crematorio.
Nel panico di morire impreparata, zia aveva redatto un testamento e contattato le pompe funebri. Ricordo ancora le infinite telefonate al prete e i piagnistei per ottenere la cremazione: avrebbe pagato di tutto per non farsi seppellire. La schifava pensarsi decomposta sottoterra. Temeva di essere trascurata come una sconosciuta al cimitero, senza fiori, con la ruggine a confondere le lettere sulla lapide.
Era stato facile rubare le sue ceneri alla veglia funebre. Mentre gli altri parenti si stavano trascinando tristi tra i preparativi, avevo svuotato l’urna in una busta della Conad. Avevo controllato di continuo la porta. Cercando di non sporcare, avevo colmato l’urna di farina: da vuota sarebbe stata troppo leggera, avrebbero scoperto il furto subito. Avevo chiuso e infilato la busta nella mia borsa, stringendola tra le dita sudate. Potevo fare a zia qualsiasi cosa.
Rimanevo incollata al pavimento gelandomi il sedere. Dopo la prossima sigaretta la scarico, mi ripetevo.
Avevo inventato che mi stesse salendo la febbre, che il ciclo mi massacrasse, che la nausea mi impedisse di alzarmi, ma ero dovuta andare al funerale. Iniziai a piangere, a tradimento, lungo la navata, appena notai la foto di zia sotto il Cristo sofferente di legno, incorniciata da gigli immacolati e riscaldata dalle fiammelle delle candele. Mi sedetti tra i miei genitori. Singhiozzante e affannata, stringevo la sciarpa al collo. Io e zia avevamo tirato i capi opposti di una fune sempre tesa. Lei aveva mollato, e il contraccolpo mi aveva frustata in pieno viso.
I passi non finivano di echeggiare sul marmo, ritardando l’inizio della cerimonia. Avevo i polmoni intrisi di incenso pungente che mi strappava l’ossigeno, e il naso mi colava in goccione di muco fino al mento. Le memorie con lei mi ribollivano tra le orecchie, pronte a scoppiare sotto la pressione crescente.
Mio padre mi accarezzava morbido. Mia madre, invece, mi asciugava con un fazzoletto al limone dopo l’altro, li pescava e ributtava nella sua borsetta clicchettante. Sussurravano ma non recepivo. Mi irritavano. Se fossi stata lasciata sola un minuto, mi sarei ricomposta. Non volevo dare a zia la soddisfazione di vedermi in lutto. Premetti la borsa contro il fianco: avevo paura si potesse percepire un fruscio strano, un sibilo sospettoso che mi incastrasse. Il crocefisso mi aveva già scoperta. I soffitti svettavano sopra di me, i santi e le madonne mi fissavano giudicanti, bastava schiudessero le labbra per inchiodarmi.
Il portone si chiuse con uno schianto. Un catechista attaccò a suonare un brano romantico di Baglioni alla chitarra, uno che zia cantava spesso quando faceva i mestieri; aveva avuto una voce cristallina e teatrale, di quelle che scuotono le finestre e colmano le stanze.
Teresa, la figlia minore, si alzò per balbettare un discorso. Ogni buona parola mi colpiva come un’offesa: forse ero io a provocare il peggio in lei, era stata colpa mia se non aveva potuto comportarsi altrimenti. Finita la lettura, un’ondata di commozione riaccolse Teresa sulla panca in prima fila. Non mi unii alle preghiere successive.
Don Tiziano raggiunse l’ambone vestito di viola, si leccò le dita dorate di anelli e per qualche secondo si sentirono solo le spesse pagine della Bibbia girare, scintillanti sotto i lumi. Aveva degli occhi azzurri che sembravano voler scappare dalla faccia incavata.
Si schiarì la voce. “Io sono colui che per amor di me stesso cancello le tue trasgressioni e non mi ricorderò più dei tuoi peccati.” Mentre leggeva, fissavo l’urna lucida e lo sguardo scivolava sulla foto accanto: zia, ringiovanita, sorrideva mielosa, con il solito rossetto sbavato sugli incisivi.
Aleggiavano lodi mormorate tra i banchi: gentile, saggia, leale. Gli invitati mi imponevano condoglianze, baci e abbracci, anche gente che non avevo mai visto. Le loro attenzioni mi affondavano, pesanti, non riuscivo ad affiorare in superficie per protestare.
Zia sarebbe sopravvissuta distorta nella loro memoria, filtrata e ricomposta attraverso un prisma, la sua immagine rovesciata come in una fotocamera d’epoca. Doveva essere stato estenuante per lei destreggiarsi tra le tante false impressioni. Trovavo i presenti omertosi, stupidi, creduloni.
In prima elementare, avevo cominciato a passare i fine settimana da zia Rosalba. Viveva da sola da trent’anni in una cascina sperduta nella Pianura Padana, da quando il marito Pino era morto in cantiere. La casa era un massiccio edificio di mattoni rossi e travi nere, imponente tra pannocchie assolate e balle di fieno in bilico nei prati. Le galline beccavano nel cortile, mentre i cani Corso le proteggevano da una dozzina di gatti spettinati, pronti a zompare dai davanzali fioriti e a nascondersi tra gli attrezzi agricoli. Zia aveva sempre avuto un’infinità di animali: maiali, mucche, muli, conigli, oche. Io ero l’unica tenuta al guinzaglio. Ogni mattina, alle cinque in punto, si infilava gli stivali di gomma rossi e percorreva l’intera proprietà per accarezzare le bestie e riempire le mangiatoie. Se quando rientrava non ero sveglia, irrompeva nella mia cameretta, mi afferrava per i piedi e mi strattonava giù dal letto. Una volta mi lussai una spalla crollando sul parquet. Avevo talmente paura di non alzarmi in tempo che ero tornata a farmi la pipì addosso.
I miei genitori non sono religiosi. La domenica mattina non passa loro per la testa di recarsi a messa, neanche sanno pregare. Mio padre bestemmia quando guida e mia madre cambia canale se al TG appare il Papa. Ma con zia Rosalba vivevo un’altra vita.
All’epoca lavoravano ogni straordinario possibile allo Spedali Civili di Brescia. D’estate, poi, passavano mesi come volontari in cliniche accampate e sovraffollate. Non capivo cosa fossero la Tanzania, la Cambogia o la Palestina. Ricevevo foto abbracciati a bambini che non ero io, mentre si prendevano cura di persone che non ero io. Avrei voluto trasformarmi in una scimmietta appesa ad un albero fuori il loro rifugio, in uno scorpioncino ricoperto di sabbia accanto alla loro tenda, in una falena posata al muro della loro capanna. Forse non mi avrebbero voluta con loro neanche così.
Zia mi prendeva dalla stazione in bici. In equilibrio sulla canna, inghiottivo moscerini. A volte tagliavamo la nebbia fitta con il manubrio, altre sopportavamo il sole bruciarci la testa.
Ci volevano almeno quaranta minuti per arrivare alla cascina, costeggiando in silenzio fossi e campi di riso, dove i turbanti dei Sikh spuntavano come tessere di un mosaico. Forse, collegandole, avrei potuto ricostruire la mappa per tornare a casa. Mi strizzavo il naso alla puzza di sterco che si sollevava da un allevamento, mi divertivo a contare i girasoli che incrociavano il mio sguardo, quieti e retti.
Arrivate, zia mi spediva a farmi la doccia e a cambiarmi in una delle sue vecchie vestaglie. Lanciava il mio intero zaino in lavatrice. Dopo avermi asciugata, talcata e spazzolata, mi serviva un piatto di polenta filante di formaggio, con salsicce che schizzavano grasso e bucce di patate che scrocchiavano.
Da lei imparai presto che alcune abitudini erano proibite in assoluto, senza mai spiegarmi il perché. Parole come “Dio, magia, diavolo, cavolo, casino, strega” erano vietate. Mi costringeva a indossare maglie tre volte la mia taglia e pantaloncini sotto il ginocchio. Dovevo pettinarmi, lavarmi viso e denti, ma smalti e lucidalabbra venivano buttati. Avevo il terrore delle sue costanti urla, mi perseguitavano per tutta la casa, esplodendo al minimo errore. Ero sotto una lente di ingrandimento pronta a puntarmi un raggio ardente addosso ogni momento.
Pregare era un dovere, cinque volte al giorno. Si ringraziava Dio per la vita, per il cibo, l’acqua, il tetto; lo si implorava di essere misericordioso e rendermi una bambina ubbidiente. Si accettava la sua volontà anche nelle disgrazie. Quando mio nonno Silvestro ebbe un infarto e fu ricoverato d’urgenza, restammo sveglie tutta la notte a pregare. Zia mi schiaffeggiava sulla nuca come mostravo segni di sonno. Nonno morì. Era il volere lungimirante del Padre Nostro, che lo desiderava con sé. Il Signore doveva aver deciso di farmi soffrire molto.
Come Gesù aveva espiato i peccati del mondo, io dovevo espiare i miei. Se non spazzavo bene, mi costringeva a dormire per terra in lavanderia. Se mi dimenticavo di dar da mangiare agli animali, non mi cucinava nulla per due giorni. Ogni ordine lo eseguivo
tremando. Se sprecavo il pasto, dovevi inginocchiarmi sui ceci, a fissare il muro del soggiorno. Per bugie, trasgressioni o capricci, c’erano sberle e cinghiate.
Finito di picchiarmi, mi metteva a letto, mi rimboccava le lenzuola e mi baciava in fronte. “Se non fai la buona, il diavolo ti porta via da me, capito? Come ha fatto con zio Pino.” Mi diceva accarezzandomi china su di me; i suoi lunghi capelli bianchi mi facevano da baldacchino, profumavano sempre di vaniglia. “Sei l’amore di zia, lo faccio per te.”
Una sera mi feci coraggio. “Voglio andare a casa.”
“Perché?”
“Voglio la mamma.”
“Non vuoi bene a zia? Mi vuoi lasciare qui da sola? Io ho solo te.”
La immaginavo sul divano della cascina vuota, con il rosario tra le dita e gli occhi fissi sulla messa di Lourdes in TV. Canticchiava le preghiere nell’aria immobile. Nel mentre, io ero a casa con i miei, a mangiare pizza per terra davanti a un film. Mi faceva pena.
Un pomeriggio, annoiata come non mai, salii nella soffitta mansardata. Rovistando tra pacchi di vestiti e giochi da tavolo impolverati, trovai dei giornaletti porno. Arrossii fino al collo. Non riuscivo a schiodare lo sguardo dai seni enormi in copertina, dalle curve oliate nelle pagine successive.
“Che stai facendo?”
Sussultai. Zia era dietro di me, le mani sui fianchi. Si piegò per guardare meglio. Provai frenetica a coprire la rivista e riprendermela, ma non feci in tempo. Con un grido mi strappò la rivista di mano.
“Schifosa!”
Mi colpì alla testa e mi afferrò per i capelli, trascinandomi lungo il pavimento. Scalciavo e urlavo che non era mia, che l’avevo appena trovata, che mi dispiaceva.
La testa mi bruciava in fiotti pulsanti. Mi strattonava così forte che non riuscivo a starle dietro, nemmeno gattonando. Ero uno scarafaggio ribaltato su un marciapiede: presto mi avrebbe pestata. Zia mi avrebbe lacerato la pelle, scollato i capelli dal cranio.
“Come ti permetti di portarmi questa roba in casa?!”
“Non è mia!”
“Vergognati!”
Attraversammo l’uscio. Con uno scatto le afferrai una caviglia. Cadde di faccia sulla ringhiera appuntita, collassando sugli scalini. Mi alzai e cercai di correre giù, ma mi conficcò le unghie lunghe nel gomito. Persi l’equilibrio. Rotolammo avvinghiate fino al pianerottolo, graffiandoci in viso, prendendoci a pugni, strattonandoci i vestiti. Ogni scalino mi trafiggeva. Sentivo dolore ovunque, piangevo e affannavo. Ma non potevo tornare sotto di lei.
Zia sbatté la testa sul mobile del pianerottolo, con un tonfo sordo. Mi lasciò andare. Mi precipitai al piano terra e volai fuori dalla porta che dava sul cortile. Scappai verso il cancello. I cani iniziarono ad abbaiare.
“Alice!”
Ero arrivata alla strada sterrata, costeggiata da alti pini. Persi le ciabatte nella fuga. Mi stava finendo il fiato.
Riconobbi il brontolio della 600 di zia, faticava sempre ad accedersi. Le ruote strisciarono sul terriccio. Gettai uno sguardo indietro: mi inseguiva. Abbandonai il viale, calpestando l’erba bagnata. Dovevo arrivare alla strada principale, fermare una macchina, chiamare i miei genitori.
Mi colpì alla schiena con un botto assordante. Fui travolta dal paraurti e scagliata all’indietro. Mi schiantai contro il parabrezza come una mosca. Rotolai sul tettuccio. Ero piegata in angoli osceni divampanti.
Scattai in piedi. Il WC sembrava ricambiare il mio sguardo. Svuotai la busta e premetti lo scarico. Il vortice trascinò via mia zia senza esitazione. Sbattei la tavoletta: la condanna alle fogne.
L’avevo eliminata. E nessuno mi avrebbe mai scoperta.
Luglio 2025
