Elisabetta Macrì
Recensione di
"Felici i felici"
(Y. Reza)
NUMERO 35 | SET 2025
Con Felici i felici, pubblicato da Adelphi, Yasmina Reza ci dona una storia particolare che è insieme una radiografia spietata della borghesia contemporanea e una meditazione sulla natura sfuggente della felicità. Il titolo del libro prende spunto da una citazione di Borges che diventa il filo conduttore di un’opera complessa e stratificata: “Felices los amados y los amantes y los que pueden prescindir del amor. Felices los felices” (Felici gli amati e gli amanti e coloro che possono fare a meno dell’amore)
La struttura del romanzo rivela immediatamente l’origine drammaturgica dell’autrice: diciotto monologhi in prima persona, ognuno intitolato con il nome di un protagonista. I quadri inizialmente sembrano scollegati tra loro, ma si rivelano tessere di un intricato puzzle relazionale; infatti, al centro di questa costellazione umana troviamo Ernest Blot, patriarca della finanza prossimo alla morte, figura magnetica attorno alla quale gravitano tutte le altre storie. Attraverso questa costruzione complessa che accompagna piano piano il lettore a capire come si tesse la trama del romanzo, la Reza dimostra ancora una volta la sua maestria nel creare quella che lei stessa definisce una “costruzione scenica spoglia, essenziale, teatrale”. I monologhi si susseguono con la precisione di un orologio, rivelando gradualmente i legami invisibili che uniscono questi personaggi attraverso parentele, amori, tradimenti e circostanze comuni.
Il cuore pulsante del romanzo risiede nell’idea che essere felici è un talento, una predisposizione naturale più che una conquista. I personaggi della Reza sembrano tutti drammaticamente privi di questo dono, intrappolati in una terribile ricerca di appagamento che li rende narcisisti e bugiardi, disposti a preservare apparenze vuote pur di non confrontarsi con il fallimento delle proprie esistenze. Proprio per questo l’amore è il sentimento più indagato della narrazione e le coppie che popolano il romanzo sono il terreno privilegiato di questa esplorazione. La Reza scandaglia con chirurgica precisione l’ipocrisia dei rapporti, le maschere che indossiamo e la falsità necessaria per mantenere in piedi istituzioni come il matrimonio. Non vi è niente di più impenetrabile di una coppia, scrive, e in questa impenetrabilità si nasconde tutta la solitudine dell’uomo contemporaneo.
L’unica via d’uscita da questo labirinto di insoddisfazioni viene paradossalmente dai due personaggi agli estremi opposti della vita: il vecchio Ernest e il nipotino Antoine. Sono loro a intuire la chiave della felicità: ridurre al minimo le pretese sulla propria soddisfazione esistenziale e accettare la propria limitatezza naturale. Proprio Ernest, che desidera svanire senza storia disperdendo le proprie ceneri nel fiume, incarna questa filosofia dell’accettazione: Le cose sono fatte per svanire. Me ne andrò senza storia. Non troveranno né bara né ossa. C’è una poetica della sparizione in queste parole che contrasta dolcemente con l’accanimento esistenziale degli altri personaggi. Verrebbe dunque da chiedersi se quello portato da Ernest sia un messaggio di rassegnazione, o piuttosto di saggezza.
La scrittura della Reza è tagliente, caustica, capace di essere profonda, il suo stile disincantato cattura perfettamente il cinismo della società borghese, ma alcuni lettori potrebbero trovare eccessivamente frammentata la struttura a diciotto voci, che rischia di disperdere l’attenzione e rendere difficile seguire tutti i fili narrativi, ma non c’è dubbio che Felici felici confermi Yasmina Reza come una delle voci più acute della letteratura contemporanea. Felici Felici è un libro che offre uno specchio spietato puntato sulla commedia delle insoddisfazioni, il balletto delle meschinità, il teatro delle disillusioni della nostra epoca.
Non è un romanzo consolatorio, né vuole esserlo. È piuttosto un invito a confrontarsi con le proprie illusioni, a riconoscere che forse la felicità non è un diritto acquisito ma un talento raro, da coltivare con la stessa cura con cui Ernest desidera che le sue ceneri si disperdano nella corrente del fiume, naturalmente, senza forzature, accettando il fluire delle cose.
Settembre 2025
