matteo zolla

Papà

NUMERO 36 | OTT 2025

Mio padre non ha mai avuto il senso della misura. Esagera fin da quando ne ho memoria. Non riesce a darsi un contegno: mangia strafogandosi, senza mai essere sazio, come se avesse un gemello dentro di sé da sfamare. Si butta a peso morto sulla sua sedia ormai distrutta e usurata dal tempo e ingurgita qualsiasi pietanza passi davanti ai suoi occhi, l’importante è che sia commestibile. Sono sempre stato convinto che se in famiglia avessimo provato a fare un esperimento mettendogli dei sassi nel piatto, magari coperti da qualche salsa o da una passata di pomodoro, probabilmente li avrebbe mangiati. Non penso sia in grado di dire cosa gli piaccia e cosa meno semplicemente perché non si è mai gustato nulla di ciò che ha messo in bocca. Immagino che nel suo vocabolario non esista la parola ‘sapore’.

Quando dialoga con altre persone non è in grado di tenere un tono di voce pacato e piacevole, no. Grida, alza costantemente i suoi decibel sopra quelli del proprio interlocutore per primeggiare, per far capire che lui ha ragione. Vuole pilotare la conversazione, non gli importa nulla di ciò che l’altro essere umano ha da dirgli. O forse è semplicemente una persona ignorante e limitata che non ha il dono di sapere come ci si comporta con chi ti somiglia.

Mio padre, negli ultimi anni, ha speso tutti i risparmi della nostra famiglia, pochissimi a dire il vero, in scommesse sportive. Quel poco che vinceva lo sperperava nuovamente in altre giocate folli. Nessuno è mai riuscito a fargli capire che in realtà si resta sempre in passivo perché, se punti cento e vinci trenta non sei in attivo di trenta, ma hai perso settanta cazzo di fottutissimi euro. Lui purtroppo è così: esagera persino nell’essere testardo.

Mio padre ha avuto numerose amanti in tutta la sua vita perché solo una non bastava. E quella povera donna di mia madre ha subito queste costanti umiliazioni in silenzio. Non lo ha mai accusato di essere un vile, non ha mai reagito tendando magari di vendicarsi o fuggire. Non ha mai pensato di tagliargli le palle. Ha sempre detto che, in fin dei conti, non ci ha mai fatto mancare nulla. Forse l’amore, mamma?

Mio padre corre come un folle in macchina. Si accomoda sul sedile, mette in moto e pigia il suo piedone numero 46 sul pedale dell’acceleratore non staccandolo più. È un pericolo costante per sé stesso e soprattutto per gli altri automobilisti. Non so da quanto tempo il sedile del passeggero della sua macchinetta giallo sbiadito sia orfano di almeno un culo. Lì non ci si siede più nessuno da anni. Gli hanno ritirato la patente per ben due volte beccandolo completamente ubriaco, ma lui se ne fotte e nessuno è in grado di togliergli le chiavi di mano perché ha la capacità di spaventare chiunque sia dotato di buon senso. Il suo sguardo è torvo, i modi burberi e il suo viso emana pessime vibrazioni facendolo apparire costantemente iracondo. I suoi occhi sprizzano odio verso il mondo e il naso aquilino ricorda i peggiori cattivi della storia del cinema. Ha perso tutti gli amici che aveva perché hanno imparato ad aver paura di lui. Chi in un modo, chi in un altro, ha cercato di salvaguardare la propria salute, lui no. È un uomo che trasuda acrimonia a ogni passo e perde il controllo con troppa facilità, in particolar modo quando si sbronza. È in grado di bere fino a stordirsi e, in più occasioni di quelle che vorrei ricordare non era nemmeno in grado di reggersi in piedi. Ho smesso di contare le volte in cui è svenuto e qualcuno di buon cuore lo ha riportato a casa abbandonandolo davanti all’ingresso. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, beve senza sosta per ore e diventa una bestia feroce, un maledettissimo animale violento.

Lo sappiamo bene noi a casa, io, mia sorella e mia madre. Non ricordo esattamente quando è accaduto la prima volta, anzi qualcosa di vago nella mia mente c’è, ma con il tempo e in parte grazie alla psicoterapia sono riuscito a rimuovere gli episodi peggiori.

Una sera tornò a casa completamente ubriaco. Mia madre andò su tutte le furie e lo redarguì perché, secondo lei, ci stava dando un pessimo esempio.

Lui non la prese affatto bene e, dall’alto dei suoi 193 centimetri, le diede uno sberlone sulla guancia destra che la mandò al tappeto. Le sue sono le classiche mani di un uomo che ha sempre lavorato, sono le uniche cose che hanno funzionato nella sua vita. Sono tagliate, rotte, devastate dai campi e dalla terra. Io e mia sorella, ancora troppo piccoli e spaventati a morte provammo ad intervenire ma fu comunque troppo tardi. Mia madre se la cavò miracolosamente. Se fosse caduta un po’ più in là sarebbe finita con la testa contro lo spigolo del tavolo crepando sul colpo. Non disse nulla a nessuno, non lo denunciò, non ne parlò con le amiche anzi, quando io e mia sorella provavamo a tornare sull’accaduto lei lo giustificava sempre dicendo che non era accaduto nulla di che. Ma, con il passare del tempo i lividi sul corpo di mia madre si moltiplicavano e anche in paese finalmente capirono che razza di farabutto fosse mio padre.

Da quella volta, e per i successivi quindici anni, la storia si è ripetuta con terribile regolarità e a farne le spese non fu più solo mia madre ma anche io e mia sorella. Una sera gli capitò un vecchio bastone tra le mani e uccise persino il nostro cane Billy. Per noi fu ancora più sconvolgente che prendere i soliti schiaffoni.

Quando lo sentivamo arrivare fuggivamo tutti e tre su per le scale e provavamo a barricarci in camera ma lui, nonostante le sbronze colossali, era più forte di noi e più ci nascondevamo più lui si incazzava e diventava cattivo.

Mia sorella ebbe la forza e il coraggio di scappare e ancora oggi vive lontano da qui. Ha chiuso ogni tipo di rapporto con lui e parla raramente anche con me. Mi considera un vero codardo, un fallito, un degno erede di quel mostro che ha contribuito a darci la vita.

Mio padre è un violento, uno psicopatico ubriacone e io me ne sto ancora qui in questa casa a prendere botte nel tentativo di salvare mia madre, ma le nostre vite sono state annientate da tempo. Ormai è troppo tardi, non c’è più nulla da salvare.

Mio padre adesso è a terra, tra le braccia di mia madre. Mi sembra di osservare La pietà di Michelangelo. Quella pietà che io non riesco proprio a fare mia in questo momento. Loro sono lì, in fondo alle scale, quelle dove ci inseguiva e poi ce le dava di santa ragione. Dalla sua testa e dal suo naso scorre veloce il sangue e la sua faccia è irriconoscibile. Lo stesso sangue che cadeva copiosamente dalle nostre ferite in passato. Ora è privo di vita e mia madre, nonostante tutto quello che ha subito fino a oggi, piange disperata. Non riesce a fermarsi. Piange, singhiozza e, a tratti, grida il suo nome accarezzandogli il viso.

Io invece, di fronte a questa scena, non provo un briciolo di umanità e non riesco nemmeno a versare una lacrima.

Ottobre 2025

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