Stella Schito

Figlia del diavolo

NUMERO 41 | MAR 2026

È per questo che sono il Diavolo. […] Sono il negativo assoluto, l’incarnazione del niente. Quello che si desidera e non si può ottenere, quello che si sogna perché non può esistere.

Pessoa, L’ora del diavolo

Gridano: «Figlia del diavolo!» quando passo per la piazza del paese. Alcuni scherzano. I più giovani me lo dicono con un sorriso e mi vengono dietro. Li diverte vedere le vecchie chiudersi in casa quando passo io, fare i versi, sbattere la scopa a terra tre volte e stringere il rosario mentre recitano un Padre Nostro. E loro lo fanno per imitazione. Dietro mi si fa un piccolo corteo di ragazzini che a grandi gesti compongono la croce, sputano a terra e mormorano scongiuri al diavolo. 

Loro non sanno che io prego tutte le notti. Le mie mani tatuate, che fanno tanta paura alle signore, si stringono ogni notte per una mezz’ora e prego. Senza lacrime, con quel contenimento che serve per le cose serie. 

«Padre nostro,» dico e mi fermo. Ragiono. 

La figura del padre a cui chiedere perdono, al cui giudizio inginocchiarsi: ci credo. Anche se non posso immaginarlo con la barba e i baffi. 

«Che sei nei Cieli» dico e mi fermo, ragiono. 

Cosa vuol dire? A cosa credo? A un vecchio nei cieli? No, non è lui a cui mi rivolgo. Mi rivolgo all’Essere, a qualcosa che esiste e governa per sua estensione. Governa per il fatto di essere tutto ciò che esiste. 

Mi va bene rivolgermi a questo, rivolgermi all’esistenza. E continuo. Pesando ogni parola per non cadere nel mormorio insignificante dei rosari. Elenco le mie colpe, quelle imbarazzanti, quelle odiose.

Il mio pentimento, la mia messa a nudo davanti al soffitto della stanza, spero possa commuovere l’esistenza e ripiegarla a favore di qualcun altro: qualcuno di lontano, che soffre. 

I suoi capelli nerissimi saranno dispersi sul cuscino. Quella faccia nerissima sarà contorta dalla tristezza.

Dico: «Dio, ti prego, fa che senta caldo.» 

Lo ripeto, solo questo, sempre questo. Dio ti prego fagli sentire un po’ di calore, dagli le forze di resistere, fagli sentire un po’ di calore.

Ho iniziato a pregare quando ho smesso di pensare al mio dolore. Ho iniziato a pregare quando il mio contorcimento non mi è interessato più ed è rimasto solo il pensiero di lui, la consapevolezza di non avere mezzi per salvarlo, di non potergli restare accanto. 

La rassegnazione e l’amore mi hanno portata alla preghiera. 

Lo sconforto mi ha incatenata al sogno.

Prego ogni notte e poi sogno. Con meticolosa ossessione. Non faccio altro ormai. La luce del sole mi è nemica, le brevi incursioni in paese servono solo ad alimentare le notti: mi tengo in vita per sognare. 

Compro un po’ di pane, facendo tremare il paese, creando le sfilate di bambini curiosi. Passo dalla farmacia a raccogliere il primo ingrediente, poi vado dal Mago. Così l’ho salvato sul telefono, perché le sue pilloline rosa sono una pozione, una pozione dormire e non sentire. 

I bambini non si spingono fino là, mi lasciano in pace, perché la casa del mago è una casa stregata che sta ai bordi del paese e il mago è un vecchio spacciatore che ha perso i denti e succhia via gli occhi dei cani. Le pilloline rosa, più la polvere che ricavo dalla mia prescrizione in farmacia, due o tre bicchieri di whisky e una sigaretta speciale, sono la ricetta per il sogno. 

Mi è costata cara. Mi è costata giorni piegata sopra il cesso a vomitare una roba giallastra. Poi una paralisi corporea, perché non avevo azzeccato le dosi, che mi lasciato un’ombra nera sotto gli occhi.

La mia pelle caccia fuori un sudore che corrode i vestiti. Credo abbia un cattivo odore, ma io non lo sento più. All’inizio la tiravo su con il naso la polverina. Mi ha mangiato via i ricettori e non sento più un cazzo. Mi sono esplosi i capillari e il sangue non si è fermato per un giorno intero. Non la tiro più la polvere, la sciolgo nell’acqua calda e vomito solo la mattina dopo, per tutta la notte mi resta in corpo e fa il suo dovere. 

Mi stendo sopra il letto con una vertigine che tira fuori gli occhi dalle orbite. Il soffitto mi viene sopra risucchiato dal mio respiro e poi si allontana. Chiudo gli occhi. Resisto alla vertigine per fare le mie preghiere, stringo le mani forte per soppesare le mie colpe, per spingere l’esistenza ad avere pietà dell’uomo che amo. E poi mi giro, affondo la faccia nel cuscino e lascio che la vertigine mi prenda, mi scaraventi ai limiti della coscienza. 

Ho creato uno stato di semiveglia, in cui sogno di sognare. È un’alchimia perfetta, nata dallo sconforto e proiettata verso tutto quello che non esiste. 

Verso la Luna, che è il riflesso del volto del diavolo nella superficie acquosa del caos.

Parto dalla Luna perché è tutto ciò che si desidera e non si può avere. Parto da lì perché devo pagare pedaggio, se non vado dalla Luna cado solo nel delirio. E il delirio non è bello. 

Ho urlato nella notte, ho gridato, sono stata seviziata, perché non volevo piegarmi al padrone dei sogni, a chi li ha creati. Ma il pedaggio risiede nell’andare ogni notte dalla Luna, riconoscere il suo volto specchiato. 

Credevo di camminare nella notte del diavolo, una notte fatta di strane geologie, di luci bianche, di un chiarore lunare che faceva le ombre troppo lunghe. Invece ho scoperto che cammino davvero, ogni notte.

Adesso che è giorno e faccio la stessa strada non posso stupirmi se i ragazzi mi vengono dietro e le vecchie si fanno il segno della croce. La notte mi spiano dalle finestre e mi scoprono a camminare verso le campagne.

Forse il nome del diavolo è uscito proprio dalla mia bocca. E per le vecchie adesso sono una specie di strega, una donna malvagia che la notte cammina nuda e invoca il demonio. 

Ma la parola che dico è diversa dalla loro. Fare il segno della croce e gettare le corna al pavimento non spaventa il padrone dei sogni. Lui vive nelle loro case come vive nella mia, per ogni volta che hanno amato un marito lontano, per ogni volta che hanno desiderato un’altra vita. Ogni bambino che mi segue lo conosce. Quando la notte si stringono nelle coperte e la bocca si riempie di un cibo meraviglioso, un sapore sconosciuto e sublime, loro hanno assaggiato il diavolo.

Fossero in grado di consumare la mia stessa medicina, non riuscirebbero più a farne a meno. Sognare senza fermarsi, sentendo tutto ciò che è impossibile. Andare a passeggiare con l’Uomo Perfetto, avere l’amante supremo, il figlio perduto, vedere in volo tutte le cose irraggiungibili e possederle. Avremmo la fila in farmacia, la casa del mago sarebbe invasa. Tutto il paese a elemosinare la mia stessa pozione, e curare la mia stessa malattia.

Oggi faccio scorta grande. La ricetta è falsa e mi è costata cara, inganna la commessa senza intoppi. Il mago mi accontenta, ci ha messo due settimane a farsi arrivare tutta questa roba. Conoco le percentuali: devo solo moltiplicare, con attenzione.

Passo tra le campagne, i bambini restano in paese. Io ho tutto quello che mi serve.

Le gramigne mi strofinano le gambe, si attaccano ai vestiti. È tutto piatto, a perdita d’occhio.

Spingo lo sguardo fin dove riesco. Più in fondo, ancora più in fondo dell’orizzonte, c’è un uomo nerissimo che posso abbracciare solo in sogno. Vorrei pregare per lui adesso, sotto il cielo sconfinato e così azzurro da ferirmi gli occhi. Ma il cielo rende tutto lontano. Il mio soffitto avvicina l’orecchio di Dio, mi dà l’illusione che possa sentirmi.

Parlo con Dio tutte le notti e poi mi getto nella notte del diavolo, nell’impossibile e nell’impensato. 

Dio comprende il mio dolore e forse poggerà una coltre sugli occhi del mio amore, lo farà sentire caldo; perché, nelle profondità del creato, anche Dio desidera qualcosa. 

Se potesse riunirsi anche lui, se Tutto ciò che Esiste riuscisse a ricongiungersi con Tutto ciò che Non è: la maledizione del mondo verrebbe spezzata. E la vita e ciò che desideriamo da essa sarebbero finalmente una cosa sola. 

Poggio le mie provviste nella cassetta che sta accanto alla cisterna. Il coperchio l’ho forzato settimane fa, ho seguito il flusso torbido dell’acqua fin dentro il paese. Faccio la mia magia senza nessun Abracadabra. Mischio con attenzione la giusta dose, la percentuale corretta per far rispendere le acque attraverso le tubature, sotto le strade, nelle fontane. Questa è una notte speciale. Come un primo appuntamento, o come il centesimo appuntamento. Non c’è differenza. 

Il sole che se ne va facendosi più rosso anticipa il mio piacere. Lascio al mondo un regalo che piano piano si dissolve e torno a casa.

 

La notte porta le urla. Dal paese si alza il mormorio del delirio. Ho lasciato le finestre aperte per poterlo sentire, ho ingurgitato la mia razione in silenzio e ho atteso. Capiranno di dover pagare pedaggio al dio dei sogni e ogni desiderio sarà avverato. Serve solo un po’ di tempo, il tempo di una preghiera. Mi alzo dalla sedia, la vertigine mi fa oscillare. Striscio contro il muro del corridoio per raggiungere il mio letto. Mi accascio sopra.

Stringo le mani forte. «Padre nostro,» dico e mi fermo. Nel fondo della volta celeste l’esistenza conosce il mio dolore. Il dolore delle cose che sono. Mi rivolgo a questo dolore, chiedo pietà per qualcun altro.

Una bolla di nausea risale nella gola. La ringoio, non devo vomitare. Stringo le mani forte e prego. Prego perché le cose che sono diventino un po’ più morbide attorno a lui. Prego che l’esistenza lo avvolga senza seviziarlo, almeno per una notte.

Mi si ribaltano gli occhi. Nella muscolatura guizza la febbre, mi spacca la schiena. Non so se sono io a gridare o il mormorio straziante della notte, le urla dei bambini, mi sono entrate nelle orecchie.

Appena sottopelle qualcosa striscia. Cerco di scrollarmela di dosso, rotolo tra le lenzuola, tremo e sbatto. Sembro una matrioska. Le convulsioni scuotono il mio scheletro e da dentro viene il rumore del vuoto che tintinna contro le pareti della muscolatura. Nel vuoto: un nido di formiche. Migliaia di formiche mi rialzano la pelle. 

Mi sbatto per mandarle via, per schiacciarle sotto il peso del mio corpo. Ma il mio peso non basta, le fa solo andare più a fondo. 

Vanno tutte nella stessa direzione. Un flusso di formiche taglienti risale dalle unghie dei piedi e va a congiungersi sotto la gola. Le sento avvilupparsi attorno al tubo della carotide e spingersi ancora più sopra: tra le ossa degli zigomi, negli angoli della bocca. Poi ancora più sopra. Mi prude la faccia. Prude da dentro.

Sbatto la nuca sul cuscino.

Porto le dita sopra gli occhi, premo. Vorrei grattarmi la retina, infilare l’unghia nel buco della pupilla e scavare dentro per raschiare via il prurito. Affondare fino alla parete bianca del cranio e grattare.

Spalanco la bocca, infilo dentro una mano. Così è più facile. Mi cerco tra i denti, arrivo all’ugola e raschio via la patina di saliva con le unghie. Il prurito si placa, ma vorrei andare più a fondo. Ci provo e tutto il mio corpo si ribalta, un conato risucchia fuori le interiora. Serro di denti. Mi mordo le mani per evitare che il conato si trasformi in vomito.

Sangue, la bocca mi è invasa di sangue.

Le papille gustative intercettano il metallo e il prurito si placa. Succhio il sangue, mi faccio inondare la bocca. Perché quel sapore non è mio. Respiro.

C’è qualcosa di amaro, di meno salato del dovuto. Conosco il sapore del mio sangue e questo non è il mio. Sembra quasi acqua, saporita e scura. Sgorga, zampilla come se venisse pompata fuori da una vena e non dai capillari sottili delle mie mani. Quasi come una ferita, un taglio per una tazza che si è rotta nel lavabo e ha tranciato a fondo, proprio sotto il pollice. 

Ricordo una bestemmia. Il mio correre in bagno per prendere le garze e tornare da lui. Sorridere, rassicurarlo che non è niente, non è grave. Inzuppare le garze nel suo sangue, averne le mani inondate. Curarlo con un sorriso, poi con i baci e leccargli il sangue rappreso dalle dita. Conoscere il sapore del suo interno. Due animali, eravamo due animali mentre gli leccavo il sangue e lui gemeva, mi afferrava.

Sulla schiena le sue mani premono mentre nella bocca ho il suo sapore. Lo ingoio a sorsate. Come la prima boccata d’aria dopo l’apnea. La superficie cristallina dell’acqua che si infrange sul mio volto e i polmoni risucchiano un’aria che sa di buono, che ha l’odore del suo sangue.

Mi strappo i vestiti di dosso. Mugugno, perché il suo tocco è inconfondibile. Preciso e violento. Contiene tutto ciò che è bello, tutto ciò che è sacro, perché va oltre ciò che è consentito e mi salva.

Ho consumato ogni singolo ricordo, ogni pezzo di memoria è stato usato nel delirio per sentirmi addosso le sue mani. Non basta. Spalanco la porta, esco in strada. È tutto sfocato, i profili delle case sono macchie deformi che invadono il mio campo visivo. Gli occhi sono inutili.

Sento il freddo dell’aria sulla pelle, è piacevole. Il chiarore lunare, asettico, mi salva dalla febbre.

Cammino. La luna resta appesa a un palmo di distanza. 

Il paese è ribaltato. Non vedo molto. Le macchie deformi della strada vengono attraversate da qualcosa in movimento. Riconosco le loro grida, mentre mi trascino verso la piazza, cieca.

Vagano anche loro, urlando. Non tutti, alcuni gemono. Sento il loro piacere, mi sfiora un calore quando ci passo vicino, lo zampillio di una risata infantile che sembra piena di tutto ciò che è bello.

Dopo qualche necessaria tribolazione il paese è una terra felice, una zona di prossimità con l’impossibile.

Continuo a camminare, seguo un odore amaro e salato. Si spande per le strade, mi fa voltare a destra e poi a sinistra. Sorrido. Tra le macchie grigie e le ombre troppo lunghe si staglia una figura nitida. Mi dà le spalle, le sue spalle larghe, dentro il giubbottone nero per ripararsi dall’inverno, la sigaretta. Guarda la facciata della chiesa, mi sta aspettando. Andremo a bere qualcosa, parleremo tanto e poi staremo in silenzio. Faremo l’amore tra le campagne o in una macchina con i finestrini annebbiati dall’umido. Ci ameremo nella notte, come due animali. Una notte che non teme l’alba.

Gli arrivo alle spalle, il suo odore mi commuove. Non dico niente, prima che si giri, allaccio la mia mano nella sua.

Si volta, continua a fumare. Finalmente i miei occhi sono nell’unico posto dove dovrebbero essere: a scavargli nella pupilla nerissima, mentre le mie mani risalgono sulla sua faccia, tra i capelli, a sondare ogni nuova consistenza, ogni ciocca che si è fatta grigia, ogni ruga sconosciuta che si è aggiunta sulla fronte. Per conoscere quanta nuova gioia mi possono dare le sue labbra, quanto può la ruvidezza della sua barba sciogliere la mia tristezza, e consolarmi il suo sapore.

Le sue mani si richiudono sulla mia schiena nuda, la punta della sigaretta mi brucia il fianco e aggiunge una ferita nuova. Una ferita che prima non c’era, ed è sua. 

Una ferita che rimarrà lì e non svanirà alle luci dell’alba. Resterà lì, per sempre. Perché davanti a me c’è solo una notte espansa quanto il vuoto del cosmo. Rinuncio a ogni sfumatura di lilla, a ogni nuovo rossore del cielo. Lascio al paese il mio ultimo regalo, una notte per esaudire ogni desiderio e vederlo svanire alle prime luci del giorno. Invece a me resterà solo la Luna e le sue mani a gelarmi la schiena: il buon sognatore non si sveglia mai.

Marzo 2026

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