Amelia Di Corso

Mamma, non ti arrabbiare!

NUMERO 41 | MAR 2026

«Mi è successa una cosa incredibile» dico prima che possa parlare, e poggio il mio pezzetto di cibo rosso e molliccio davanti a lei. 

«Non ti arrabbiare, lo so che ho fatto tardi e sono ancora una formichina, ma è stata la notte più inquietante della mia vita». 

Però comunque sono tornata, ho portato provviste, mia madre non può dirmi niente, lo sa anche lei che sono la più diligente, che di 132 uova che ha deposto quella notte, io sono la figlia migliore di tutti, sono forte, scovo sempre le briciole più grandi e se la famiglia campa è anche grazie a me. Tutto il formicaio lo sa. Tutti i genitori vorrebbero una figlia come me.

Nella casa in cui abitiamo c’è sempre un gran via vai, specialmente quando è tempo di festa, le briciole si riescono a trovare sia sul pavimento che sui ripiani dei mobili, persino vicino ai libri, e nessuno pulisce fino al giorno dopo. Certo c’è tanta gente e devi stare all’erta e camminare sempre vicino al battiscopa per non rischiare di essere schiacciata; i popcorn pesano troppo, devi sperare di trovarli pestati per prenderne un pezzetto, le patatine già è più facile, perché sono quasi sempre tritate. Bisogna essere molto prudenti con le tentazioni: ho perso due fratelli a Ferragosto, rimasti incollati sul fondo zuccherato di un bicchiere di Coca-Cola. 

Ho calcolato che il momento migliore in cui uscire è la notte, quando la musica smette di far tremare il pavimento. E così ho fatto anche questa volta, Halloween era passato da qualche ora e il salotto riposava tra disordine e silenzio. 

«Zampetto tranquilla sul parquet» ometto a mia madre di essere andata verso un enorme e gelatinoso orsetto di gomma – so che è impossibile riuscire a portarlo a casa, ma quando ne trovo uno lo assaggio sempre almeno un pochino, e poi ci guardo attraverso: nella sua trasparenza tutto è colorato e distorto. 

«Ed è in questo momento che la vedo. Dorme sul divano, la bocca semiaperta, non saprei dire se è più seduta o più sdraiata, ma secondo me non dev’essere una posizione comoda. È gigantesca, mentre mi avvicino penso chissà quante briciole dovrà mangiare una così per sentirsi sazia. Sembra una tipa gioiosa, cioè non lo so, ma penso che devi essere una persona felice se ti travesti da unicorno, no? E lei ha un’enorme tuta fucsia piena di brillantini, che parte dai piedi e finisce in un cappuccio con le orecchie e il corno dorato. Mi avvicino. Giuro mamma, di solito non lo faccio mai, non dopo quello che è successo all’intera famiglia di zia, scomparsa durante un picnic; lo ripeti sempre: non ce n’è stata una, in tutta la fila, che abbia pensato che non era saggio addentrarsi in quel cesto di vimini. 

Sarà il trucco o i brillantini o le briciole di pan brioche attaccate al bordo delle sue labbra, ma sento l’impulso di andarle vicino. Allora scalo le trame del copridivano, filo per filo, poi salgo sulle morbide colline del vestito da unicorno e arrivo sulla sua faccia. Il respiro è un po’ affannato, forse sta sognando qualcosa di angosciante, altro che felice. Avanzo verso il pan brioche, attorno alla bocca supero una ruga in cui si è infilato il viola del rossetto e mi rendo conto che non è l’unica. Questa ragazza non mi pare più così giovane come sembrava da giù. Vabbè comunque, raggiungo finalmente la briciola che mi interessa, ma è incollata, il fatto è che ormai sono qui, e penso già alla tua espressione super sorpresa di quando tornerò a casa con un pezzo così grande, roba da poterci prendere una settimana di ferie! Perciò tiro, tiro ancora, con tutta la forza che ho, solo che nel momento in cui si stacca perdo l’equilibrio, metto una zampa a vuoto e precipito nel buco nero. Sbatto contro i denti un paio di volte, poi atterro sulla lingua umidiccia. Il mio pezzo di pane rotola giù in gola. Un colpo di tosse. Vedo il mio tesoro volare in una parabola d’aria e saliva, lanciato fuori chissà dove, mentre io resto al buio chiusa nella bocca. L’alito forte, di sonno, sembra una nebbia densa. Solo un fascio di luce la attraversa, proveniente da uno spiraglio lasciato aperto all’angolo delle labbra. Arrampicarsi sulle pareti molli di questa caverna è impossibile, ci provo ma ruzzolo. Riprendo fiato per provarci di nuovo, non sono una formica che si arrende lo sai, ma poi mi accorgo di un rumore di passi strani provenire dall’alto. Il respiro asciutto, che ritmicamente esce dalle narici della ragazza, ha creato un sentiero secco sulla gola, facile da scalare, perciò penso: se arrivo nel cranio magari posso uscire dal naso. Man mano che salgo, lo scalpitìo diventa più forte, dei passi serrati, tanti, più del formicaio, battono pesanti. Quando faccio capolino scopro che la testa è abitata da migliaia di ragni, e mi blocco. Che poi di norma i ragni non mi fanno paura, soprattutto quelli da appartamento, voglio dire, non che abbiamo mai banchettato con i nostri vicini di casa, tra noi c’è solo un cortese buongiorno e buonasera, ma di certo non c’è il rischio che ci mangino. Invece questi qui mi inquietano, sono giganti e nerissimi, e con le loro gambe lunghe corrono veloci da ogni lato della scatola cranica, sbattono l’uno contro l’altro ma non si fermano mai, e tessono senza sosta matasse di ragnatela che si intrecciano, è tutto un enorme nodo inscioglibile. Mi tremano le zampe, non ho mai visto nulla del genere. Il cranio rimbomba come una cassa, ogni passo suona per mille. Mi viene l’angoscia per questa ragazza. Mamma, una testa così non ha spazio per i pensieri belli. 

I fili d’argento delle tele brillano alla luce che entra dai fori del naso, il passaggio è bloccato, non posso fuggire attraverso le narici. Una luce rossa e opaca attraversa i vetri degli occhi, coperti da palpebre sottili e piene di piccole venuzze. Che ansia, milioni di ragnatele corrono davanti alle finestre, ma come lo vede il mondo?

Così scendo giù senza pensarci due volte, meglio cercare un’altra strada. Monto su una goccia di saliva e, seguendo la rapida, mi lascio trasportare fin dentro la pancia. Rimango sorpresa. Non lo so come funziona, tu non me lo hai mai spiegato, ma mi avete sempre fatto credere che nella pancia delle femmine adulte – perché sono ormai convinta che la ragazza in cui viaggio non sia poi così giovane – ci dovessero essere tante uova. Sì, le uova dei figli, le uova che una mamma fa per creare la sua colonia, sennò la sua vita non ha senso. Perché lei non le ha? Questa pancia è vuota. Una stanza ampia, tonda, le pareti morbide del colore delle pesche. Ehi, dico a voce alta senza un motivo, so che non c’è nessuno, l’eco della mia voce fa il giro della camera e torna a sbattere su di me. Rabbrividisco, mi si alzano i micropeli della schiena. 

Poi il suo cuore prende a battere più veloce, sta decisamente facendo un incubo, il suono è ovattato ma il muscolo pulsa forte sulla pancia, il soffitto si incurva a ogni battito, a tratti sconquassa tutto, cado a terra un paio di volte. Ti ricordi quando ero piccola e ti sei arrabbiata con me perché volevo esplorare il parco giochi? Hai detto che dovevo stare lontana dai bambini, perché si divertono con noi in modo strano e ci fanno prendere sempre dei grossi spaventi. Hai detto che avrei dovuto tenermi alla larga dagli spaventi perché se il cuore batte meno, si vive più a lungo. Una tartaruga fa 6 battiti al minuto e vive 150 anni. Un elefante ne fa 30 e arriva a 70. Un colibrì 600 e campa mezzo anno. Beh, il cuore che sento batte talmente tanto veloce che secondo me questa ragazza muore tra un paio di giorni. Massimo. 

Le scosse diventano una serie di terremoti. Questo cuore non sta bene, è impossibile, forse si sta trasformando in un mostro cattivo, perché sembra voler sfondare il soffitto. Non ho idea di chi entrerebbe se il tetto della pancia venisse squarciato, ma mi prende il panico, nonostante io sia la tua figlia più coraggiosa, e scappo più in fretta che posso. Tutto vibra, non so se la pancia abbia già ceduto ma ho timore di girarmi, meglio non sapere. Ho il fiatone, continuo a correre finché le scosse non diventano piccole onde e i battiti dei tonfi lontani. Sono tutta sudata, l’ho scampata bella, fiuuu.

Trovo una strada lunghissima fatta solo di curve. L’odore è nauseante, scivolo perché c’è viscidume dappertutto, ma sono convinta che porti a un’uscita. Mentre cammino in questo tunnel, vedo dei buchi sulle pareti, non so, come delle nicchie scavate, delle ferite aperte e giallognole. Poco dopo scopro il perché – okay mamma, non ti spaventare, la verità è che sto attraversando un punto molto pericoloso. Ti dico solo una parola: lucertole. Giganti. Fameliche. Con denti lunghissimi. Sono pietrificata lo ammetto, ripeto a me stessa cento volte: prometto che non mi avventurerò più, se torno al formicaio viva, prometto solennemente che non mi avventurerò mai più. So bene quanto siano pericolose per noi le lucertole, ma queste due avresti dovuto vederle, sono di gran lunga peggio di quelle che entrano dal balcone, le code sbattono a destra e a sinistra e dalle bocche spalancate cade una bava densa e bianca. Azzannano ingorde la galleria, ne strappano via pezzi di carne e la masticano. Povera ragazza, mangiata da dentro. Ma la cosa più agghiacciante sono i versi. Tu hai mai sentito il verso di una lucertola? Neanche io. Queste stridono più dei gabbiani e si soffiano contro come gatti arrabbiati. Penso: adesso muoio, sicuro. Mi passano davanti tutti i momenti della mia breve vita: i dispetti con le altre sorelline, la mia prima missione in fila, il formicaio che riconosce il mio valore e mi accorda la doppia mansione di esploratrice e di operaia, tutto. Non ci sono altre vie di fuga, in pratica sono finita. Poi mi accorgo di una cosa però: le due bestie sembrano concentrate a mangiare solo il tunnel. Quindi mi faccio coraggio, o la va o la spacca, devo farmi più piccola di quanto già non sia e camminare mooolto lentamente, da sembrare quasi immobile. Devo passare inosservata, a costo di impiegarci ore. Il suolo unto non aiuta, le mie zampette slittano, e una volta, d’istinto, per restare in equilibrio e non cadere nella melma fetida, faccio un movimento brusco. Stringo subito gli occhi: se muoio non voglio vedere. Ma non succede niente, non mi notano, riapro gli occhi e continuo.

L’ultimo tratto è faticosissimo, sono stanca e mi tremano tutti i muscoli per la tensione. In più – sto per aggiungere un particolare che non ti piacerà – ci sono carcasse ovunque, o per lo meno resti di carcasse. Devono esserci morti molti animali qui dentro. Io, mi dico, non finirò tra loro. Mi lascio indietro quelle belve e proseguo lungo la galleria. Finalmente sono fuori pericolo, ma non mi fermo. Non ho mai camminato tanto, ti giuro, saranno almeno sei o sette metri di salite e discese! Man mano però, il sentiero si fa più ostile e più stretto. E se alla fine del tunnel sarà tutto chiuso? Se lo spazio si restringerà sempre di più e io rimarrò incastrata? A nessuno verrebbe in mente di cercarmi qui, rimarrei intrappolata in questo cunicolo per sempre. Procedo ugualmente nonostante la paura, se non altro perché la puzza è da vomito, solo a quella specie di nostri cugini scarabei potrebbe piacere. Faccio delle apnee lunghissime e ogni tanto mi sento svenire. Per fortuna sul finale le rocce diventano più facili da scalare perché sono dure, di un marrone secco, forse stanno qui da molto. E mentre penso alla ragazza e al peso che si porta appresso, scovo questo bocconcino: bello, di un rosso acceso, della misura giusta, sento già gli applausi di tutta la colonia. Lo metto in spalla e, carica sia di peso che di adrenalina, vado avanti, e anche se la strada si restringe, io lo trovo il buco da cui uscire, lo trovo eccome! Spingo forte con la mia testolina – che a questo punto mamma, alzo le zampe, ma potrei anche essere promossa a formica guerriera, perché anche se loro hanno la testa più grande, azzarderei che non è la dimensione che conta ma come la usi, e io l’ho usata veramente bene. È una porta difficile da oltrepassare, si richiude facilmente, sembra un elastico super resistente. A un certo punto mi ritrovo stretta in una morsa, mezza fuori e mezza dentro. Potrei abbandonare il mio pezzetto di cibo rosso, ma non voglio. Un ultimo sforzo e ce la faccio, sono finalmente fuori. 

Non mi sembra vero. Respiro.

Meglio non perdere tempo, sono esausta. Esco dal vestito fucsia, mi lascio scivolare lungo la stoffa morbida della gamba, poi mi scrollo di dosso i brillantini e sul parquet, da lontano, mi volto a dare un’ultima occhiata alla ragazza. La fisso, e sento una tristezza infinita proprio qui, dentro il mio piccolo petto. Mamma, non ho mai visto così tanti mostri come dentro quell’unicorno.

Poi scappo via, voglio tornare a casa mia al sicuro. 

E niente, tutto qui, quindi non ti arrabbiare mamma, e se mi vuoi sgridare ripensaci: in fondo adesso sono tornata, sono sana e salva, e vi ho anche portato questo meraviglioso pezzo di peperone già masticato!» 

Marzo 2026

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