Amalia Marro
Dentro la fede
NUMERO 43 | MAG 2026
Osservò il suo riflesso nella fede dorata. Restava fermo, mentre le dita giravano l’anello intorno all’anulare. Là dentro, la sua era un’immagine vera e distorta allo stesso tempo. Lanciò un’occhiata stanca all’orologio sul polso. Quasi ora di pranzo. Si alzò di netto, strappando la pelle sudata delle cosce dalla sedia di plastica verde. C’era rimasta seduta per ore, non sapeva neanche più quante. Bisognava preparare da mangiare prima che tornassero i bambini dalla spiaggia, quindi si trascinò ai fornelli.
Avrebbe fatto una cosa semplice, magari una pasta al pomodoro. Sì. C’era la passata? C’era. L’aveva comprata prima di tornare. Poi era tornata. E aveva risposto al telefono. E dopo la telefonata, non aveva avuto più la forza di alzarsi ed era rimasta incollata alla sedia con lo sguardo fisso sulla fede che intrappolava la sua figurina riflessa.
Gesù, ora che doveva dire a sua madre? Alla prossima domanda su dove si trovasse suo marito, avrebbe dovuto davvero rispondere: “Se n’è andato in un altro Paese senza dire niente”?
Senza neanche una bugia, poi! Perché quella che aveva propinato non si poteva chiamare bugia, perlomeno non di quelle fatte bene. La costruzione di una bugia richiede un po’ di impegno, una certa coerenza per colmare i punti tra un’incertezza e l’altra, e lui si era solo limitato a dirle: “Ho appuntamento con Peppino, vi raggiungo la settimana prossima”, tutto qua.
Se si fosse impegnato a costruire una bugia fatta bene, per esempio, avrebbe potuto avvisare Peppino, dicendogli che lo aveva incluso in quella sua trama. Così, se anche avesse sentito Peppino al telefono, lei non avrebbe capito niente. Come d’altronde non aveva capito niente, fino a quel momento. Oppure, invece di Peppino, avrebbe potuto scegliere un altro cliente, uno che lei non aveva mai incontrato, o persino inventarselo! Che ci voleva, a inventarsi un nome per un cliente che non esisteva? Ma no. Lui aveva scelto proprio Peppino, che lei conosceva bene, che era pure stato a cena da loro. Con cui aveva dei contatti. Saltuari, certo, ma li aveva. Peppino chiamava lei, quando non riusciva a mettersi in contatto con lui. Era così patetico. Dopo quindici anni di matrimonio, una bugia fatta bene avrebbe dato a tutto una dignità diversa. Ma a quanto pareva, non si era meritata nemmeno quello.
Piazzò una pentola abbastanza grande nel lavello e mentre la riempiva con l’acqua del rubinetto, si passò con forza le mani sulla faccia. Sentì il freddo dell’anello scorrerle sulla bocca e sul naso. Mentre teneva gli occhi coperti dai palmi e dalle dita, l’acqua aveva iniziato a strabordare dalla pentola, ma per fortuna era caduta tutta nel lavello e non sul pavimento. Non sapeva come avrebbe gestito l’acqua, se fosse caduta sul pavimento. Forse si sarebbe lasciata cadere a terra. Piuttosto che asciugare il pavimento bagnato, meglio annegarci dentro. Ma non c’era neanche una goccia sulle piastrelle della cucina.
La pentola ora pesava molto più di prima. La sollevò con entrambe le mani e la appoggiò sul fornello a gas. Lo accese al massimo. Sentì il cellulare prima vibrare, poi riprodurre, a tutto volume, la suoneria. Lo stomaco fece un salto nella gola. Non si voltò. Ora non poteva rispondere. Vide le prime bolle risalire dal fondo della pentola, e andò a prendere il pacco di rigatoni e la confezione di passata dalla borsa della spesa. Non l’aveva ancora tirata fuori, la spesa. Quando aveva risposto al telefono, era appena entrata in casa e per comodità aveva lasciato la borsa vicino alla porta. Aspettò che l’acqua gorgogliasse prima di gettare dentro la pasta. Il telefono squillava ancora.
Il pranzo fu come sempre, i bambini erano rossi di sole e profumavano di salsedine. Mangiarono la pasta e poi andarono entrambi a fare un riposino. Lei aveva cominciato a lavare i piatti, mentre sua madre metteva il caffè macinato nella macchinetta smontata. La sentiva parlare, ma non afferrava bene il significato delle cose che diceva, come se le parlasse dall’interno di una campana di vetro. Sua madre smise di parlare, e chiese all’improvviso: «Ch’è succies?». Quella domanda bucò il vetro della campana, tirandosi fuori dai suoni ovattati.
«Niente» rispose in fretta, strofinando la parte verde della spugna sul residuo di sugo in un piatto di ceramica bianca. «Tutto apposto».
«Buciarda» aggiunse la madre.
Il caffè iniziò a salire nella moka.
«Mammà, non è successo niente.»
«E allora si’ buciarda ‘ddoje vote». La madre spense il fornello, sollevò la moka e si riempì una tazzina. Lei il caffè non lo beveva. Non aveva mai imparato a farlo bene, perciò lo faceva sempre sua madre. Anche il marito diceva che nel fare il caffè non ci metteva passione, che non era proprio capace. Ma questo era un motivo sufficiente per scappare da qualche parte senza neanche impegnarsi a nasconderlo in modo decente?
Mentre la madre beveva il caffè, il telefono squillò di nuovo.
«Chi è?» domandò la più vecchia, che ora aveva messo via la tazzina e si era accomodata a tavola. Con le braccia allargate, in un vestitino di cotone blu a fiori, mischiava le carte napoletane per il solitario a piramide.
«Uè, m’è sentuto? Chi è?»
Lei sollevò le spalle, ancora al lavandino. Prese il pentolone vuoto e strofinò i residui di amido dal fondo.
«Non lo so, non ho visto.»
«E perché non vedi?»
«Sto lavando i piatti.»
Aveva l’odore di mela verde nelle narici unito a quello del caffè avanzato nella moka, e voleva piangere. Strofinò più forte perché l’amido non veniva via e alla fine scacciò via sia l’amido che la voglia di piangere.
«Fattə accattà ‘a chi nun te sape.» Aveva detto la madre, tornando poi al suo solitario.
Al mare coi bambini, dopo, c’era andata lei, come faceva ogni pomeriggio. Si accorse di aver dimenticato il telefono quando era già a metà strada. Non tornò a prenderlo. Arrivati in spiaggia, vide i bambini correre verso l’acqua. Ridevano. Lei trascinò una sdraio lontano dall’ombra e si stese al sole. Era caldissimo. Le arrostì la pelle e il cervello, e fu una sensazione piacevole. Non si mosse che al tramonto. Aveva provato a dormire ma senza riuscirci, non poteva far altro che pensare a tutto e a niente allo stesso tempo.
Rientrarono alle otto passate. Appena si chiuse la porta alle spalle, sua madre le disse: «Vedi che ha suonato sempre», con un accenno della testa al telefono, ancora abbandonato sul tavolo.
Lei si avvicinò piano, come se quell’oggettino potesse saltarle addosso in caso non fosse stata abbastanza cauta. Non saltò, fu lei a sollevarlo. Lo trovò pesantissimo. Era pieno di tutte le chiamate perse del marito. Disse alla madre: «Porto i bambini a fare la doccia» e lo abbandonò ancora sul tavolo.
I parenti vennero da loro, dopo cena. Passavano ogni sera per portarli a fare un giro in paese, ma lei decise di restare a casa. Quando bussarono alla porta, puntali, lei mandò avanti la madre e i figli, e si giustificò dicendo che aveva bisogno di mettersi a letto presto, riposare un po’.
«Stai indisposta?» aveva chiesto la cugina, e lei aveva tirato fuori un “sì” abbastanza convincente accompagnandolo a una credibile smorfia di dolore. La madre aveva intercettato la sua espressione con uno sguardo severo e indagatore. Per fortuna, però, dopo se n’erano andati tutti. Lei era tornata al tavolo, aveva preso il telefono, e si era chiusa in camera. Continuava a pesare tantissimo, stretto nella sua mano. Chiuse la porta a chiave e non accese la luce. A passi incerti, raggiunse il letto e si mise a sedere. Quando sentì sotto le gambe il cotone delle lenzuola e la morbidezza del materasso, il telefono ricominciò a squillare. In tutta la casa, non c’era un suono a parte quel trillo.
Perché insisteva così tanto, adesso? Aveva capito che lei aveva scoperto tutto, poteva essere l’unico motivo. Passavano anche giorni senza che le telefonasse mai, senza che gli venisse voglia di sentire la sua voce o quella dei figli. E adesso non smetteva più di chiamare, ma pensa. Forse, finalmente, voleva degnarla di una bugia fatta bene.
Mentre il telefono continuava a squillare, lei scoppiò a piangere. Riuscì a calmarsi solo dopo molte urla soppresse in un cuscino. Teneva le palpebre strette e gli occhi chiusi così forte da farle male. Sperò di non riaprirli più, però li riaprì. Smise di piangere. Il telefono non aveva mai smesso di suonare. Si portò l’indice e il pollice della mano destra da un lato all’altro della fede, sull’anulare. La fece ruotare, ma era buio. Il suo riflesso nell’anello, adesso, non lo vedeva più.
Maggio 2026
