Matteo Parmigiani

Congo

NUMERO 45 | LUG 2026

C

ome tanti neolaureati in materie umanistiche, mi ritrovai a non avere la più pallida idea di cosa fare nella vita. La ricerca del lavoro non fruttava così decisi di provare un’esperienza all’estero. Ovunque, basta che sia lontano da qui, pensavo.

    Mandai il Cv a una ONG e due giorni dopo mi chiamarono per un colloquio. 

   Era uno di quegli inizi di luglio in cui le scarpe sprofondano nell’asfalto. Mi presentai nei loro uffici dietro San Babila e venni ricevuto dal direttore, un omone col naso schiacciato e gli occhi piccoli distanti tra loro. La sua faccia aveva espressioni che ricordavano vagamente quelle del maiale. Da sotto i riccioli neri appiccicati alla fronte grondavano grosse gocce di sudore. 

    «L’aria condizionata è rotta, porta pazienza» disse.

    «Figurati» gli diedi del tu. Gli strinsi la mano sudata e mi sedetti. Senza farmi vedere me la asciugai nei pantaloni. 

    «Ho visto dal CV che sai il francese.»

    Annuii. 

    «Ottimo. Abbiamo progetti di sviluppo in tanti posti francofoni e bisogno di gente. Tu cosa avevi in mente?»

    «Pensavo le Seychelles.»

    Il porco scoppiò a ridere. «Buona questa.» Tamburellò le dita sulla scrivania e mi guardò. «Hai un profilo interessante.»

    Gli raccontai degli studi che avevo fatto e mentii dimostrando grande interesse per la cooperazione internazionale. 

   «Ti faremo sapere» mi congedò.

   Mi telefonò una settimana dopo. «Ci sarebbe una posizione in Congo. Sei ancora interessato?»

    «Mm…» restai in silenzio qualche secondo. L’unica cosa che sapevo dell’Africa era che c’erano un sacco di animali.  

    «Oltre allo stipendio, vitto e alloggio pagati.»

    «Mm…»

    «Sei lì?»

    «Accetto.» 

    «Perfetto, benvenuto a bordo.»

    Fu così che venni assunto. Per festeggiare scesi al bar a bermi una birra. Come poggiai i gomiti al bancone la mia attenzione venne rapita da un tale che parlottava biascicando cose a caso. A dire il vero non è che volessi dargli retta ma aveva un timbro di voce capace di riempire il bar. «… tutti questi che vengono qui… a far cosa poi? rubano e uccidono» diceva. «Chiudiamo i porti!» chiosò poi. 

Portai il bicchiere alla bocca e bevvi un goccio di birra, poi non so cosa mi spinse e intervenni, «ma non si può mica lasciar la gente morire in mezzo al mare» dissi. Non mi sono mai considerato un leader politico ma quella volta pensai d’aver articolato un pensiero quantomeno condivisibile. 

«SE NON TI STA BENE… PRENDILI A CASA TUA» m’aggredì. 

«Ma io… dico solo che è lo stato che dovrebbe…»

«SPERO TI STUPRINO LA MAMMA E LA SORELLA!» Poi rivolse lo sguardo nel vuoto e non mi guardò più. Nessuno nel bar aggiunse nulla. Capii che dovevo finire la birra e andarmene. Capii anche che le energie che abbiamo sono limitate e quindi troppo importanti per sprecarle dentro contesti contro i quali non si può nulla.    

Comunque, i vaccini per la febbre gialla, l’anti-tifo, l’antiepatite e altri che non ricordo li feci tutti insieme nell’arco di due giorni. Cominciai anche il ciclo per la malaria e passai una settimana e mezza di merda. Avevo perso sei chili e la faccia era diventata gialla. Ma alla fine ero pronto e partii. 

    Arrivai a Kinshasa e presi un volo interno per Goma, la destinazione finale. A parte la Down Town di grattacieli, il resto era un’enorme distesa di baracche in legno e lamiera, bruciate dal sole e sprofondate nella fanghiglia. Niente leoni, giraffe, safari o fotografie di tramonti.

    Atterrato, recuperai i bagagli e mi trascinai all’uscita. Venni chiamato dal mio autista, un ragazzone di quasi due metri, scuro come la notte e muscoloso come un culturista. 

    «Musungu! Vien ici» disse. 

    La mia valigia pesava trenta chili. Lui la sollevò come una borsa della spesa. 

    Questo è meglio non farlo incazzare, pensai.

    Mi portò all’abitazione che dovevo condividere con gli altri due espatriati italiani. 

    C’era Andrea, il capo della mission. Un tipo tranquillo col vizio di anglofonizzare ogni parola, forse per sentirsi figo. 

    Poi c’era Giulio, un quarantenne che andava in giro con una borsa a tracolla, i sandali e delle collane. Credo che in gioventù avesse fatto parte di qualche collettivo di estrema sinistra. Si esprimeva in tono sibillino, quasi parlasse tra sé, e passava il tempo a dar la colpa di tutto all’Occidente. «Guarda quello» diceva. «Tipico prodotto consumistico… il capitale. E le banche? Sono peggio degli eserciti. Sfruttano e uccidono.» 

    Mi bastarono pochi minuti per inquadrarlo. Lo ribattezzai subito Carlo Marx. 

    Il lavoro consisteva nell’andare sul field, come lo chiamava Andrea, raccogliere informazioni e preparare report da presentare alle istituzioni per vincere grant e sviluppare progetti di development. Insomma fa scucire grano all’Europa e provare a far qualcosa di utile. 

    La prima uscita la dovevamo fare in una zona rurale, per un prospetto sui metodi di coltivazione. Quattro giorni in un villaggio sperduto.

    La mattina dell’escursione ero nella mia camera a preparare il sacco a pelo, quando vidi dalla finestra un tale che agitava in aria uno di quei vecchi fucili in legno che si trovano nei film sulla seconda guerra mondiale. Sbraitava come un matto e sparava colpi al cielo. 

    In quel momento Marx piombò nella mia stanza. «Ci siamo» disse. 

    Lo guardai perplesso.

    «I ribelli!» 

    Arrivò anche Andrea. «Dovremo rimandare l’inspection.» Era calmissimo, non si scomponeva mai. 

    «Saranno Hutu? O Mai Mai? Ci rapiranno e ci taglieranno le braccia» continuò Marx. 

    «Ai bianchi non tagliano braccia» lo rassicurò. 

    «Solo il cazzo» intervenni io. Volevo stemperare con una battuta ma non fu bene accolta. 

    Ci chiudemmo in casa sprangando porte e finestre.

    Marx si rollò una canna. «Aiuta a mantenere la calma.» La fumò tutta da solo.

    «Viva la proprietà privata» commentai.

    «Ragioni come un impiegatuccio piccolo borghese» mi rispose.

    Rimanemmo per quasi una settimana in attesa che la guerra civile facesse il suo corso. Alla fine scoprimmo che l’uomo col fucile non voleva sovvertire il governo. Era solo incazzato perché gli avevano rubato un pollo per farci non so che rito tribale. Il giorno dopo era già tutto passato. Ma noi, chiusi là, che ne sapevamo. 

La sera ci mettemmo a tavola. Per cena riso e verdure. 

«Fanno bene alla flora intestinale» commentò Marx. «O preferisci il Mcdonald’s» mi chiese poi. 

Non gli risposi. Sentivo che dentro di lui c’era qualcosa che lo spingeva ad attaccar briga sempre e con chiunque. Non volevo dargli soddisfazione. 

Comparve Andrea dalla cucina e poggiò a tavola quattro bottiglie di Primus. «Sorry but… il vino è finito.» Poi prese una stecca di Sportsman. «Però abbiamo sigarette!» Sedette e servì il riso, prima a Marx e poi a me. «Allora» disse mentre tagliuzzava una barbabietola. «Come va il primo periodo in Africa?» Mi guardò e sorrise. 

«Beh…» La domanda a bruciapelo m’aveva preso alla sprovvista. Non sapevo cosa dire. Poi il ronzio del generatore di elettricità calò fino a sparire e la luce si spense. 

«Ah, no! È la quarta volta in due mesi» urlò Marx. 

Ne approfittai. «Scusate, non ho molta fame.» Mi alzai e andai in camera. Sdraiato nel letto presi sonno quasi subito. Mi svegliai verso le tre di notte pieno di sudore. Avevo la tremarella e la gola mi faceva male da tanto era secca. Provai ad alzarmi ma il mal di testa picchiò così forte da costringermi sdraiato. L’intestino brontolò e i reni iniziarono a pizzicare. Dovevo alzarmi o mi sarei cagato addosso. Ritentai. Un passo dopo l’altro, mi sembrava di camminare su una fune tanto era precario il mio equilibrio. Raggiunsi il bagno, vomitai, cagai e poi vomitai di nuovo. Mi trascinai a letto e ripresi sonno. Quando riaprii gli occhi vidi Andrea che mi guardava. «Hai la malaria» disse. 

«Vedo che funziona il ciclo anti malaria.»

Sorrise. 

Richiusi gli occhi. Non so quanto passò, se pochi minuti o intere giornate. Quando li riaprii vidi Marx che mi fissava scuotendo la testa. 

«Non l’ho mica colonizzato io questo posto» dissi per scusarmi di cento e passa anni di sfruttamento.

Continuò a scuotere la testa e uscì. 

Richiusi gli occhi. Quando li riaprii stavo meglio. 

Andrea era ai piedi del letto. «Come va?»

«Così così.»

«Non ti sei reso conto di quanta merda hai prodotto.»

«Eh?»

«Hai cagato fino a morire. Meno male che avevo il chinino.»

Annuii. 

Mi diede una pacca sulla gamba. «Tra qualche giorno starai meglio.» Ne passarono una ventina, mi ripresi e Andrea ci annunciò una nuova uscita. «Andiamo nel sud del Kivu. Ci sono spostamenti di profughi.»

La sera prima della partenza ero irrequieto così decisi di andare a bere qualche cosa al bar degli espatriati. C’è sempre bisogno di un bar. Si trovava a qualche centinaio di metri da casa, uscii a piedi e m’incamminai. Svoltato l’angolo sentii una presenza dietro le mie spalle. Mi girai e vidi una bambina, aveva la testa rasata e un vestitino bianco che le cadeva fino alle caviglie. I piedini nudi lerci. «Kitu cha kula» disse. Allungò la mano mostrandomi il palmo.

«Eh?»

«Tafadhali.»

«Non parlo… je ne parle pas swahili. Sorry.» Mi sentii subito un idiota, Andrea mi stava contagiando. Le diedi le spalle e ripresi a camminare. Dopo pochi passi era ancora dietro di me. La guardai di nuovo. 

Quando vide che mi giravo verso di lei allungò ancora la mano. 

Sospirai. Frugai in tasca e le diedi qualche spicciolo. 

Li prese e corse via. 

Raggiunsi il bar e andai al bancone. «Bière, s’il vous plaît.»

Il tipo dietro al banco me ne allungò una con un bicchiere. 

Ero lì che bevevo in tranquillità quando mi sentii tirare la gamba dei pantaloni. Di nuovo la bambina. Bofonchiò. 

«Ma cosa vuole?» dissi in italiano rivolto al barista.

Alzò le spalle. «Argent, nourriture.»

Che palle, pensai. La sollevai e me la misi sulle gambe. Aveva l’odore del pelo di capra bagnato e i capelli crespi come saggina.

«Comment tu t’appeles?» domandai. 

Articolò con la bocca una serie di suoni incomprensibili. 

Guardai il barista. «Sperance» mi disse.

«Sperance?»

«Sperance.»

«Un jus de fruit» ordinai per la piccola. 

L’uomo dietro al banco ci servì. Lei allungò le braccia e strinse con le minuscole dita scure il bicchiere di succo. Lo portò alla bocca e bevve con avidità. Poi saltò giù e la guardai zampettare coi piedi nudi fino alla porta e sparire nell’oscurità della sera. 

Pagai e tornai a casa.

    Pronti a partire salimmo sul retro di questa Range Rover bianca. A guidare c’era sempre lui, il gigante che avevo conosciuto all’aeroporto. Su quelle strade sterrate conduceva come un pilota di formula uno. La jeep saltava sulle buche sollevando nuvole di polvere rossa. Dopo pochi chilometri dovevo vomitare.   

    Raggiungemmo un piccolo posto di blocco appena fuori città. Il soldato di guardia ci chiese i passaporti e sparì. Lo aspettammo per diverse ore. 

    «Guardati intorno. Intanto da noi Microsoft, Dolce e Gabbana, Coca Cola» cominciò Marx. «Fottuti imperialisti.» Andò avanti così per tutto il tempo. 

    Quando la guardia ricomparve accarezzai l’idea di farmi giustiziare. 

    Ci ridiede i documenti e ci disse che non potevamo passare.  

    «Why?» chiese Andrea. Non so se lo facesse apposta. 

    Il soldato lo squadrò per qualche secondo, poi fissò me. Alzai le spalle. 

    «Parce que vous n’avez pas de permis» ci disse.

    Andarono avanti a discutere per un pezzo. Essendo l’ultimo arrivato non misi becco alla questione. 

    Alla fine girammo la jeep e tornammo indietro. C’era poco da fare, noi potevamo avere tutte le buone intenzioni, ma lui aveva il mitra. 

    Il secondo sopralluogo era terminato a mezzo chilometro dal centro abitato. Avanti di questo passo e magari in dieci anni avrei potuto vedere qualcosa del Paese. 

    I giorni seguenti iniziò la stagione delle piogge e furono un po’ fiacchi. La maggior parte del tempo lo passammo a cazzeggiare. Tornai al bar diverse volte e ci trovai sempre Sperance. Mi aspettava sulla soglia, pronta a scroccarmi soldi e succhi di frutta. La assecondavo sempre con piacere, era l’unica in tutto quel marasma dalla quale non mi sentivo in nessun modo minacciato. 

    Poi, una bella mattina Andrea spalancò la porta. «Segnalano un problema di siccità nella zona vicino a Uvira.»

    «Che posto è?» chiesi. 

    «A sud ovest dal confine col Burundi.»

    «Problemi idrici?» intervenne Marx 

    «Problemi idrici, sì.»

    «Ma il governatorato della zona cosa fa?» domandai.

    «Non hanno risorse al momento.»  

    «La privatizzazione è un cancro…» aggiunse Marx. 

    «L’idea sarebbe presentare all’Unione Europea un report per farsi finanziare un project di tre pozzi. Water sustainability, cooperation and development!»  

     Fissai Andrea con gli occhi sgranati.

     «…quel cazzo di fondo monetario internazionale…» bofonchiava Marx.

    «Abbiamo appoggi giù?» continuai. 

    «…l’avidità dei governi occidentali non conosce limiti…»

    «Ho sentito i colleghi di un’ONG svedese. Hanno degli alloggi e ci possono ospitare.»

    «…e la Chiesa? Tace ovviamente. Al soldo della borghesia…»

    «Perché non ci dai un taglio?» dissi secco a Marx. Non so perché mi uscì. 

    Andrea sorrise.

«Continua pure a fare lo struzzo» mi rispose.

«Lo struzzo?»

«Nascondi la testa sotto terra, bravo.» Marx uscì lasciandomi solo con Andrea. Da quel momento qualcosa in lui si incrinò. Cominciò a guardarmi con sospetto e soprattutto iniziò a tenermi a distanza e questo mi rallegrò non poco.      

    Il giorno prima della partenza lo passammo a organizzarci. Satellitari, scarponi, chinino per la malaria. A cena mangiammo agnello e bevemmo vino di palma per festeggiare il fatto che forse avremmo concluso qualche cosa in quel posto. 

    La partenza era prevista per le sei e trenta. 

    Alle sei ci trovammo in cucina a fare colazione. Mentre bevevamo caffè Andrea ricevette una chiamata.

    «No!» 

    Lo sentii dire. 

    «Certo, certo. Of course.» Riagganciò il telefono. «Niente, ragazzi. Il progetto dei pozzi lo prendono gli svedesi. Non ci ospitano più e fanno tutto loro.»

    «Brutte merde» dissi.

    «Sono colleghi. E sono più presenti sul territorio.»

    «Non mi convince. C’è di mezzo lo zampino di qualcuno, magari servizi segreti israeliani.»

    «Ma che cazzo c’entrano gli israeliani?» Mi versai altro caffè.

    «Ingenuo, il Mossad ha ramificazioni ovunque.» Marx prese cartine e marija e si rollò una canna. «Aiuta a riflettere.»

Inutile dire che passai la giornata in ufficio, aspettando il tramonto e l’ora di apertura del bar. Anche quella sera ci trovai la piccola amica. Come d’abitudine si sedette sulle mie gambe e poggiò i gomiti al bancone. Presi una birra e un succo per lei. Mentre bevevamo la sentii irrigidirsi. 

«Que se passe…» 

Sulla soglia comparve un omone piuttosto incazzato. «Njoo mbali na huyo mtu!» urlò. 

Sperance mollò il bicchiere, saltò giù e corse verso l’uomo. Lo superò e sparì. Il bicchiere di succo era ancora a metà.

«Aspetta un minuto.» Mi alzai e andai verso di lui. 

«Qu’est-ce que vous voulez, musungu?»

«Il succo» indicai il bicchiere. «Laisse le finir.»

Soffiò nell’aria e si voltò. 

«Attendre!» Non potevo credere fosse così stronzo. Gli afferrai un braccio. Sembrava di stringere un tronco. 

Si voltò di scatto e mi diede uno spintone. Volai verso il bancone picchiandoci la schiena, seguito da insulti e minacce che grazie a dio non capii. 

Il barista uscì da dietro il banco e si mise tra noi due. Parlò col tipo che alzò verso di me il pugno serrato prima di voltarsi e andarsene scocciato. 

«Affaires familiales» disse aiutandomi a rimettermi in piedi. 

«Ma chi è?»

«Le grand père.»

Dopo quell’episodio non rividi mai più Sperance. Provai anche a cercarla, chiedendo informazioni in giro ma nessuno sembrava conoscerla. Solo un tale una sera al bar mi disse che la famiglia s’era trasferita nel Katanga, a far cosa nessuno lo sapeva. Ai miei coinquilini e colleghi non dissi nulla. Poi il mio visto scadde e dovetti tornare in patria. Andrea mi offrì una cena in segno di ringraziamento. Ringraziamento per cosa poi? Marx invece non mi salutò nemmeno. Ma di loro due a dire il vero non mi fregava nulla. Di Sperance invece… forse l’Africa era proprio così, fragile come una bambina vittima di giochi incomprensibili. In tutto quel periodo capii solamente che nemmeno in cinquant’anni avrei compreso davvero cosa nascondesse quel continente.

Certi segni però, anche se poi uno si mette in regola e si inserisce in quello che i tipi come quel Marx chiamano il sistema, te li porti dentro e ogni tanto tornano fuori. Un po’ come la malaria, uno pensa d’essere guarito ma lei è li che in silenzio ti circola nel sangue. 

Luglio 2026

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