Leonardo Venturoso
Il fischietto
NUMERO 46 | AGO 2026
Il cellulare vibra leggermente sul comodino con quella tipica suoneria a fischio. Luca si gira, cercando a tentoni di afferrarlo, sporgendosi dal letto con un inevitabile crack lombare.
Gli sforzi immani del mattino.
Notifica di Gmail.
Mittente: Bear Company Srl
Oggetto: Proposta di assunzione
“Gentile Dott. Veronesi, la contattiamo poiché siamo rimasti molto colpiti dal colloquio di venerdì scorso e bla bla bla riteniamo che potrebbe essere un ottimo membro del nostro team. In allegato trova la nostra propos…”. Clicca con forza sull’allegato per far partire il download e attende qualche secondo.
Clic. Download completato.
Allontana il telefono leggermente e lo fissa per poi riavvicinarlo sgranando gli occhi.
“Oh finalmente posso lasciare questo lavoro di merda per avere uno stipendio vero, grazie Veronica Welcher delle Risorse Umane!” esclama infine con un grande sorriso prima di alzarsi e stiracchiarsi.
Per un secondo si ferma davanti allo specchio della stanza. Ventre piatto dopo una dieta chetogenica, barba lunga, capelli belli spettinati. Decisamente brutto, ma almeno non vede il suo viso così sorridente da un po’. In effetti da mesi. Forse perché è stato davvero un periodo terribile:
Prima la litigata con suo padre durante il cenone:
“Devi pensare allo stipendio Luca, io alla tua età mica mi lamentavo se facevo un lavoro di merda. Sempre detto che vi ho viziati troppo. Vostra madre lì sempre a difendervi… guai a toccarvi. Forse due sberle ogni tanto vi avrebbero fatto bene!”.
Poi gli scazzi con il capo a lavoro:
“Senti, se non riesci a risolverlo entro oggi è un problema tuo. Sei qui pagato mentre tanta gente è a casa! Se non sai come fare basta che usi ciatgipiti. Think about it. Hai tempo fino a domani mattina che poi andiamo in produzione. Non importa se te l’ho detto ora alle 16.36 e il viziatino ha robe da fare. Bisogna sapere che ci sono degli imprevisti nella vita. Mai giocato a Monopoli?”.
La vita come una serie di imprevisti del Monopoli. Forse andrebbe d’accordo con suo padre. Amiconi. Se li vede bene lì a bere vino e a raccontarsi di come si sono fatti da soli e di come si stava meglio negli anni 90’. Vi tolgo ogni dubbio signori, si stava decisamente meglio. Economia in volata, inflazione bassa. Grazie al cazzo, buoni tutti.
Infine la ciliegina sulla torta. La grande bellezza. Il pezzo forte:
Il 30 gennaio alle ore 16.45 becca Francesca a letto con Daniele, il tutor della palestra. È tornato prima dal lavoro fermandosi a prendere la crostata al grano saraceno e marmellata di mirtilli della Pasticceria Luttazzi. La sua preferita. E poi, una volta entrato in casa, non trovando nessuno, sale piano le scale, pensando di trovarla in bagno a farsi la skin care come al solito. Finché non sente dei gemiti provenire dalla stanza da letto. Insomma, lui che ha sempre disprezzato i cinepanettoni si ritrova come un Cipollino Boldi qualsiasi in un qualsiasi Vacanze di Natale.
Vacanze di Natale a Udine.
Mancava in effetti.
E poi niente, come nel più classico dei canovacci si sono susseguite le solite scene imbarazzanti di “non è come pensi”, “è stato un errore”, “forse è un po’ anche colpa tua”. Intervallate da un tizio muscoloso imbarazzato con il durello che cerca di calmare gli animi camminando come un pinguino. Ma calmare cosa?
Che poi un po’ colpa sua lo è. Lo sa. Non lo ammetterebbe mai per orgoglio ma la verità è che non può neanche prendersela troppo.
Cosa possono portare continui straordinari in ufficio, lavoro in casa, rifiuto di uscire e zero proposte per i weekend? Certo, a Dani della palestra nudo in camera sua. Che poi è pure tornato tutto contento a casa giorni prima quando il buzzurro gli aveva detto che stava migliorando di spalle e che forse era pronto per i 90 kg di bilanciere.
Pezzo di merda.
Così, come nel più classico dei finali, si ritrova ore dopo su una panchina zozza di Piazza Primo Maggio a mangiare da solo la crostata. Che, come detto, non è affatto male.
Ora però basta, vonde! Quella notizia è quello che gli serve per cambiare.
Nuovo posto, nuovo lavoro, nuove persone e magari una nuova palestra.
Luca siede in cucina con la schiena contro il cartongesso leggero, aspettando che il microonde spezzi il silenzio e decida, con un solo suono, che il latte è arrivato a temperatura. Con lo sguardo va fuori dalla finestra, dove alcuni operai stanno imprecando per l’arrivo della pioggia.
Controlla di nuovo il cellulare.
C’è un messaggio. Non ha sentito nessuno squillo prima, strano..
È di Giovanni. Migliore amico da una vita. Non lo sente da un po’, in effetti.
Scrolla con le dita e lo apre.
Ciao, scusa se ti disturbo…sei per caso in zona che ci becchiamo?
Che grande Gianni! Deve sicuramente essere tornato a casa da Milano per le vacanze pasquali, rigorosamente prenotate con mesi di anticipo. “Perché non si sa mai”, pensa Luca divertito, imitando il suo tono di voce grave.
È il tipo di uomo che deve sempre avere tutto sotto controllo. Anche da piccolo era così. Poi è anche un mezzo genio. Laureato centodieci e lode in Economia, bravissimo nell’atletica. A venticinque anni, super lavoro in una fintech prestigiosa nel milanese e da lì poi solo un crescendo. Il suo sorriso è una cartolina perfetta di successo e soddisfazione, che manda senza sforzo in ogni angolo della sua vita.
Ora, a trent’anni, è il direttore di un’azienda tech con sede vicino al Duomo. Ha sposato Sonia, professoressa di Microbiologia alla Cattolica, e ha due figlie: Clelia e Aurora. In ufficio, le sue giornate sono un turbine di riunioni produttive, brainstorming creativi e decisioni rapide prese con la sicurezza di chi sa di non poter sbagliare. I suoi dipendenti lo ammirano e lo chiamano “Boss”. Che cagata.
Però in fondo è sempre Gianni quindi appena si sentono torna quel biondino delle fionde nel bosco e delle imprecazioni in friulano per le partite dell’Udin. Una regressione infantile rigorosamente telecomandata. Una volta con lo zio, “Barbe” Mario, vi siete messi a creare un fischietto con il legno di nocciolo giovane. L’avevate visto fare in campeggio e volevate assolutamente capire il procedimento che ci stava dietro. In sostanza bastava trovare un ramo di nocciolo giovane abbastanza dritto, tagliarlo nel punto giusto e poi pian piano, inciderlo a tre quarti e delicatamente estrarre la parte terminale della corteccia. Se la procedura fosse andata per il verso giusto, un soffio deciso accompagnato da un movimento alternato della corteccia avrebbe creato un fischio bello acuto.
Dopo circa due ore di lavoro eravate riusciti nel vostro intento e avevate passato l’intero pomeriggio a rompere i coglioni a tutti quelli che erano nelle vicinanze. Una bella giornata.
In effetti, ora che ci pensa, non lo sente da ottobre, quando hanno organizzato quella rimpatriata per inaugurare la casa di Paolo “Panola”.
Poi si sono susseguiti tutti quegli avvenimenti di merda e niente.
Però ora Giovanni chiede di vedervi.
Vorrà sicuramente essere aggiornato sui suoi piani di carriera e di futuro.
Gli piace comportarsi come un fratello maggiore.
Ciao vecio, facciamo stasera allo Stella. 21.00?
Scrive dopo qualche sorso.
Si perfetto!
Risponde subito Giovanni.
“Toccherà farsi la barba”, pensa poi Luca appoggiando il cellulare sul tavolo.
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Eccolo Gianni al tavolo in fondo!
Ovviamente, conoscendolo, era già lì almeno da una quindicina di minuti e ovviamente il primo commento che farà sarà sul suo ritardo cronico.
– Luca ciao, alora ce mut? – dice in friulano. *allora come va?
– Pulit, tu? – risponde Luca. *Tutto bene dai, e tu?
– Sfinito come non mai – risponde con un gran sorriso.
La serata continua tra una serie di discorsi più o meno articolati sulle questioni sociali ed economiche, su cui le visioni sono diverse, e argomenti più leggeri, intermezzati da numerose birre. Luca è il solito idealista, mentre Giovanni è più pratico e concreto. Ruoli che hanno coperto da sempre.
È veramente sorprendente come, con alcune persone che incontri poco, basta trascorrere solo pochi istanti insieme per riavvolgere il nastro del tempo a quei giorni in cui ci si frequentava assiduamente. Le radici rappresentano qualcosa di straordinario: anche se ti distanzi, anche se non le percepisci, esse continuano a seguirti silenziosamente e restano sempre al di sotto di te.
– Allora, l’ultima la offro io Luca, dopo basta che soi un poc cjocut! dice Giovanni. * sono un po’ allegro.
– Va bene non insisto, sei te quello che fattura! risponde Luca, anche lui decisamente allegro.
Dopo che la cameriera porta il tutto, Giovanni si stiracchia leggermente prima di alzare il bicchiere in alto.
– Facciamo un brindisi Luca!
– Ma ne abbiamo già fatti almeno una decina. A chi vuoi farlo questa volta?
– A te Luca, il mio migliore amico. Ti volevo ringraziare perché… – dice Giovanni con fare serio.
– Sentiamo la cagata… – lo interrompe Luca.
Giovanni lo guarda storto per un secondo, prima di continuare -…ti volevo ringraziare perché sono stati vent’anni di amicizia splendida e unica. –
– Gianni hai bevuto troppo dai, basta fare il coglione. Bevi e bon – commenta stufo Luca
– Luca, davvero grazie. – continua Giovanni – sono sicuro che i risultati prima o poi arriveranno per la tua vita professionale e privata. Hai un credito non indifferente con la fortuna. E poi tuo padre lascialo parlare, pensa a fare bene il nuovo lavoro e poi vedrai che le cose si sistemano.
– Grazie signor Giordani. Beh se mi gira posso sempre venire a Milano anche io no? – risponde poi Luca ridendo.
– Dai Luca, te stai a Milano come Mauro Corona sta ad una bottiglia di aranciata!
– Perché no, scusa? Magari mi trovo bene e cambio idea. Inizio a girare per i localini fighetti come fai tu no? Apericena? Magari ci andiamo pure assieme e mi fai da spalla.
– Non posso…
– Ma dai che la Sonia capisce. Oppure scusa, porta anche lei no? Chiamate la baby sitter per qualche ora e venite a divertirvi.
– Luca no.
– Ma dai cazzo.
– Luca io non ci sarò più fra qualche mese.
– In che senso?
– Nel senso che sarò sparso sul Matajur o sotto terra vicino ai nonni.
Ho un tumore al cervello. Terzo stadio. Non ci sono cure – dice infine Giovanni.
Luca non risponde.
– È una fase avanzata nella progressione di un cancro. In questo stadio, il cancro si è generalmente diffuso oltre il tessuto originario, che è sotto il cervelletto, ma non ha ancora raggiunto gli organi lontani o altre parti remote del corpo, come avviene nello stadio 4.
Luca non risponde.
– Inoperabile. Ho sentito almeno quattro primari. Sono andato anche a Boston la scorsa settimana e mi hanno confermato la diagnosi. Ho qualche mese di vita.
– Giova
– Lo so Luca è una merda. Domani devo dirlo a Sonia e alle bambine. Volevo che lo sapessi prima tu. Mamma e papà lo sanno da ieri.
– Ma in che senso qualche mese?
– Luca, boh che ne so. Da tre mesi a nove. Dipende da quanto progressivamente sto bastardo inizia a mangiarsi la mia materia grigia – commenta Giovanni ridendo.
Luca resta lì seduto, in silenzio. Poi una lacrima solitaria scivola lungo la sua guancia.
Si chiede spesso come si sentirà ricevendo la notizia della morte di qualcuno che conosce. Ha avuto la fortuna di non riceverne molte da quando sono morti i suoi nonni una quindicina di anni fa. Ma era piccolo. Il ricordo è ormai sbiadito.
Si è preparato. Ha pensato a tutta una serie di reazioni appropriate per il momento. Urla. Pianti disperati. Sedie e tavoli rovesciati. Pugni sul muro. Invece ora non riesce a dire niente.
La morte è una diagnosi definitiva. Non c’è un dopo. Lo sanno tutti. L’attesa di morte invece è qualcosa di completamente diverso. Tutti viviamo con una data di scadenza appiccicata da qualche parte e a noi invisibile. Anzi, finchè non la sappiamo viviamo come non ci fosse proprio.
– Luca dai tienile per il mio funerale in caso. Non sta piangere ora. – disse Giovanni poco convinto.
Qualcosa è cambiato. Ora Giovanni è spaventato. Come se, senza la reazione degli altri, non riuscisse ad esserlo.
Ben rasato, ben vestito, auto di lusso, vita fantastica. Giovanni è spaventato non della malattia, ma del fatto di non poter avere controllo su qualcosa. O meglio, di non averla anticipata, come con tutti gli altri aspetti della sua vita. Per tutte queste cose, queste carte degli Imprevisti del Monopoli, Giovanni pensa di avere la contro-carta. La contromossa. Anzi, uno strato intero di contromosse che lo proteggono dall’esterno. Però questa cosa proviene dall’interno, dalla sua testa.
– Non pensavo che il mio corpo mi tradisse così, proprio ora. – dice Giovanni, ora singhiozzando – Non mi si è mai rivolto contro. L’ho sempre visto come un fedele alleato, sempre pronto a darmi una mano. Dalle performance sportive alle conquiste amorose. Invece si è inceppato pochi mesi fa. Pensavo fosse una semplice emicrania da stress e invece. Sorpresa!
Luca lo sta guardando senza battere ciglia. Come tenuto fermo alla sedia da una camicia di forza invisibile.
– Luca, non so come dirlo a mia moglie. Non so come dirle che tra qualche mese non ci sarò più a raccontare le favole a Clelia. O ad accarezzare i boccoli di Aurora mentre dorme. Non mi sono mai trovato in questa situazione e allora…allora sai cosa ho fatto ieri?
Giovanni inizia a rovistare dalla sua borsa, fino a chè non tira fuori un oggetto cilindrico non più grande di venti centimetri. È un fischietto di legno di nocciolo.
– L’ultima volta che non mi sono sentito in grado di fare una cosa, era quando eravamo da Barbe Mario a rifare il fisciet de len. – continua – così l’altro giorno mentre ero in macchina sotto casa, incapace di salire, ho fatto 30 km e sono andato in un parco con un taglierino. Ho trovato un nocciolo e ho iniziato a tagliare. Per qualche ora mi sono dimenticato di tutto e di tutti e quando sono riuscito a farlo funzionare ero felicissimo. Ho iniziato a suonare come un deficiente in mezzo al bosco rompendo i coglioni a tutti gli animali delle vicinanze. Poi mi sono fermato e ho smesso.
– Perché hai smesso? – commenta finalmente Luca.
– Perchè…. – Giovanni inizia a singhiozzare – perché il dottore mi ha detto che tra poco dovrei iniziare a manifestare le prime avvisaglie serie. Tipo perdite di memoria. E allora ho pensato…ho pensato che tra poco non mi ricorderò più come fare un fischietto Luca. Che non mi ricorderò più il viso di mia moglie, delle mie figlie, dei miei genitori. Neanche il tuo.
– Per fortuna dai che son brutto. Non vedi?
Scoppiano a ridere.
Luca mette una mano sulla spalla dell’amico e dice – Quando ti dimenticherai come fare il fischietto verrò a trovarti e te lo insegnerò di nuovo ogni volta. Romperemo le palle a tutti, medici, infermieri, pazienti. Per una volta sarò io a spiegarti come fare le cose.
Agosto 2026
